Armani e l’asinello di Corfù

Da Armani a Versace, da Valentino a Rocco Barocco: le estati dei grandi maestri della moda erano un'estensione della loro visione creativa. Oggi, tra social, yacht e post studiati, resta soprattutto l'ostentazione

Immagine di Armani e l’asinello di Corfù
Quelli eran giorni, sì, erano giorni e loro – gli stilisti del mito, dell’età classica, gli incrollabili totem a cui continuiamo a guardare con nostalgia e venerazione – facevano anche di un momento privato, di totale distacco dalla professione e dalla creatività, un’espressione del loro ego e della loro visione estetica: senza strategie o calcoli, anzi con una naturalezza stupefacente per loro che altrimenti soppesavano ogni scelta e ogni messaggio con oculatezza, le immagini che raccontavano le loro evasioni possedevano la stessa e fortissima valenza comunicativa di un loro abito, di una campagna pubblicitaria, di una dichiarazione a mezzo stampa.
I creativi di oggi possono contare su strumenti di massima diffusione come Instagram e gli altri social network, ma a giudicare dai loro post vacanzieri che pure vengono mediati e, talvolta, meditati dai loro addetti alla comunicazione, dimostrano di non sapersi neanche divertire: yacht giganteschi di raggelante cafonaggine, feste che ci si augura siano meno cringe di come appaiono in foto, balletti scoordinati nell’ennesima masseria pugliese, ammucchiate di ospiti senza arte né parte che sembrano una puntata malriuscita di un reality estivo.
Non ci resta che rifugiarci nel ricordo delle vacanze che furono, e in quello dei maestri dello stile che quelle fughe estive organizzavano, architettavano nel dettaglio, vivevano con spensieratezza e goliardia.
Come quella che animava, agli inizi degli anni Settanta, la ciurma che da Milano partì alla volta di Corfù. A capitanarla c’erano Giorgio Armani e Gian Paolo Barbieri: per qualche settimana non sarebbero stati il sacerdote del minimalismo, della scioltezza rigorosa, e l’aedo delle femminilità ieratiche, solenni e irraggiungibili che imperavano sulle pagine di “Vogue”, ma due giovani uomini interessati unicamente a divertirsi e abbronzarsi. Al loro seguito non poteva mancare Sergio Galeotti, partner nella vita e nell’impresa di Armani, che con la sua verve tutta toscana aggiungeva non poco pepe a quelle giornate assolate. C’era, tra gli altri, la signora Toppo del marchio Gioielli&Fantasia, assai in voga a quei tempi (oggi la griffe di bijoux Coppola e Toppo è di proprietà del giovane creativo siciliano Pietro Paolo Longhitano, che ne ha vestito il sequel del “Diavolo veste Prada”). Una gag continua. Scorrazzavano sull’isola con la Volkswagen scoperta dello stilista. A chi chiedeva “Siete italiani?” rispondevano “No, siamo frocie!”, impertinenti. I vicini della villa che avevano affittato a Palaiokastritsa erano dei giovani romani che facevano baldoria tutta la notte. Galeotti e Barbieri si prendono la briga di litigarci, e anche una caterva di pugni. Giorgio resta a letto, e dunque illeso, fingendo di dormire profondamente. Con il gommone di Gian Paolo si va alla continua ricerca di spiagge deserte dove prendere il sole in beata nudità. Al centro di una piccola isola, poco più di uno scoglio fatto di rocce e senza spiaggia, un asinello magrissimo. Tutto ciò che era nella borsa termica della comitiva viene offerto all’animale. Decidono di metterlo in salvo, caricandolo sul gommone. Una volta a terra, alcuni contadini lo riconoscono e spiegano che era loro abitudine lasciarli lì d’estate, perché così costava meno mantenerli, e che lo avrebbero ripreso a settembre. “Qualcuno vi denuncerà per questo”. E loro, ineffabili: “Ma noi siamo amici di Anna Maria di Grecia, lei ci aiuterà”. È vero che avevano un’amica che si chiamava Anna Maria, ma non aveva nulla a che fare con la regina consorte degli Elleni. Di pari passo col successo internazionale, le vacanze di Armani si sono fatte certamente meno goliardiche ma non meno iconiche. Che si trovasse a Pantelleria, o sul suo yacht Mariù così battezzato in memoria della madre, a Saint Tropez o al Forte, spargeva coolness a pacchi al suo solo passaggio: anche in acqua o a passeggio manteneva lo stesso contegno esibito in passerella alla fine delle sue sfilate. Richieste di autografi, di foto e poi di selfie, addirittura l’insistenza di alcune madri affinché prendesse tra le braccia i loro pargoli. Tutta questa autenticità non intaccava minimamente la sua credibilità di creatore di altissima moda, anzi la rafforzava e fungeva da test della sua riconoscibilità e della sua notorietà: era comunque lui, anche quando lo vedevano sfrecciare in motorino con Lauren Hutton o gironzolare tra i mercatini con Claudia Cardinale.
Dalle sue passioni, dai suoi interessi e, quindi, dalle sue vacanze Gianni Versace sapeva trarre sempre un motivo di ispirazione o un nuovo tema. Basterebbe pensare a Miami, la città che gli sarebbe stata fatale e che la prima volta gli sembrò così insostenibile da restare chiuso in albergo; invece, dopo aver individuato in casa Casuarina il suo buen retiro, le palme tipiche di quel paesaggio finirono sulle sue camicie stampate e, più tardi, sull’abito creato da sua sorella Donatella e indossato da Jennifer Lopez che portò alla nascita di Google Immagini. Versace contribuì a cambiare il volto di quel posto: da poco sicuro e disordinato, più adatto a coppie fanées come le facciate delle case déco dai colori confetto, divenne una delle tappe irrinunciabili del turismo più gaudente e sfrenato: Madonna, top model e rockstar non si facevano ripetere due volte l’invito a trascorrere del tempo in quelle stanze che Gianni aveva fatto ristrutturare col furioso entusiasmo di un principe rinascimentale. Indubbiamente l’atmosfera era più eccitante e movimentata di quella che si respirava a Villa Fontanelle, col Lago di Como e i suoi silenzi, il suo sole capace di trasformare ogni prospettiva in un acquerello del secondo Ottocento. Elton John e Sting erano di casa, e si mescolavano ai famigli del proprietario con dimestichezza. Ma l’ospite più bislacco di quelle mitiche estati resta Prince. Atteso e accolto con tutti gli onori, lasciò tutti di stucco rinchiudendosi nella sua camera come una contessa spogliata del suo rango fino alla fine della vacanza, le persiane serratissime perché a suo dire c’era troppo sole – bisogna essere parecchio fantasiosi per aspettarsi giorni e giorni di nubi oscure, ad agosto, in Italia. Certamente non fu un ospite invadente, ecco. E i Versace dovevano pensarla come Brillat Savarin: invitare qualcuno significa farsi carico della sua felicità. Ma se si parla di vacanze dorate, di dolce vita da manuale, e di stilisti che sono entrati nel mito, è obbligatorio citare Valentino Garavani. Non tanto quello degli ultimi anni, che riceveva con fare sibaritico sul suo TM Blue One (anche in questo caso, il nome omaggia i genitori Teresa e Mauro) amici del rango di Lady Diana, e celebrità degne del padrone della casa galleggiante, ma quello che negli anni Settanta elettrizzava Capri passeggiando con Jackie, lei sorridente, scalza, maglietta nera e pantaloni bianchi: una regina. Le immagini del couturier con lei o con i suoi amici, in piazzetta o intorno a tavole riccamente allestite, sembravano dipinte da dei Fragonard o dei Velázquez contemporanei. L’isola è sempre stata un polo di attrazione per il mondo della moda. Emilio Pucci vi regnava, letteralmente, e vi scovava elementi per la sua arte tessile: come quando si immergeva nelle profondità marine per intercettare gradazioni di blu, di azzurro, di celeste da imprimere sui suoi stampati. Si è sempre diviso tra Capri e Ischia Rocco Barocco, anche lui protagonista di un’epoca che sembra un ricordo da rotocalco se paragonata a questo presente che si ferma davanti a Temptation Island.
“Capri è più legata alla mia giovinezza, mentre a Ischia sono cresciuto”, racconta lo stilista, che venne letteralmente “scoperto” sull’isola da un duo dimenticato e inimitabile, Patrick de Barentzen e monsieur Gilles, cappellaio magico, ora in mostra a Roma alla Centrale Montemartini: “Anche adesso le vacanze sono più legate a Ischia: è strano, ma in età matura si tende a tornare alle cose e nei luoghi che hanno fatto parte della nostra infanzia”. Barocco, ci faccia sognare. Ci riporti a quelle stagioni fatte di grazia e divismo, eccessi e incanti. “In realtà le estati del mito sono quelle che ho vissuto da ragazzino, quando ancora studiavo all’Istituto Nautico di Procida e mi guadagnavo un po’ di argent de poche lavorando per un negozio che al porto di Ischia vendeva pantaloni e camicie in shantung stretch, da indossare con scarpette dello stesso tessuto. Angelo Rizzoli, il produttore cinematografico, aveva aperto il Regina Isabella e trascinava lì dive e protagoniste delle cronache mondane, trasformando l’isola in una specie di succursale di Hollywood: ho conosciuto così Gina Lollobrigida, Anna Maria Pierangeli, Maria Callas. Ma quella che ricorderò sempre sarà Anna Magnani, che un giorno mi diede una moneta da cinque lire e mi disse “A regazzi’, comprate er gelato”. E fu sempre in quel periodo che conobbi una coppia proprietaria di un ristorante e di una discoteca alla quale raccontai della mia passione per la moda, che mi presentò degli amici stilisti di Roma: erano appunto Patrick de Barentzen e Monsieur Gilles, e da lì è cominciata la mia carriera perché ancora minorenne mi trasferii a Roma per lavorare con loro. L’estate è un momento magico, in cui le cose che accadono assumono una luce speciale, divertente. Come quando a una festa Laura Antonelli indossava un mio abito fatto da tanti fili di perline. Ballando, l’abito si scucì e le perline si riversarono sul pavimento lasciandola quasi nuda per la gioia dei presenti e dei paparazzi. Io mi scusai tantissimo, ero imbarazzato e mi sentivo responsabile dell’accaduto, lei invece non sembrava affatto dispiaciuta!”
Chissà quando è cambiato il vento, quando le vacanze della moda si sono fatte sguaiate e più simili a quelle di opinioniste e calciatori. Un sentore, probabilmente, avremmo potuto coglierlo agli albori del nuovo millennio quando Naomi Campbell fece finire sulle pagine dei quotidiani – l’estate è una stagione di vacche magre, per chi lavora nell’informazione – la sua vacanza da Domenico Dolce e Stefano Gabbana. Luogo dell’accaduto, Stromboli: l’isola in cui tre quarti della moda milanese (ma c’è anche qualcuno da Parigi, e da Londra) si ritrovano in uno scenario e con un abbigliamento diversi. Naomi trova l’isola un po’ spenta, anche nel senso letterale del termine visto che non c’è illuminazione pubblica, e i suoi ospiti si ingegnano per sollevarle l’umore. Un giorno, dopo un pranzo con una quindicina di persone, decidono di mettere un po’ di musica per divertire gli invitati. Ma alle 15, in certe regioni, vige un rigidissimo codice non scritto che vieta le manifestazioni più rumorose: “Non è orario”. La pensa così anche la vicina di casa dei due stilisti, che si affaccia sconvolta per sgridarli. Si chiama Clio Bittoni, ed è la moglie di Giorgio Napolitano. Quella che in un qualsiasi paese del sud si sarebbe risolta con un sano scambio di urla diventa una questione di Stato, un incidente diplomatico, perché D&G sostengono che la signora – avvocata tostissima, che difendeva i contadini di Acerra dai peggiori soprusi e aveva una lingua affilata e impenitente – non si era limitata a chiamare le forze dell’ordine, ma avrebbe pronunciato la N-word preceduta dall’aggettivo “sporca” contro la top model. Una storia di smentite, di lese maestà, di accuse ribadite, di body shaming, di interviste e comunicati incrociati: gli stilisti in vacanza iniziavano a essere descritti con tonalità meno sognanti, meno oleografiche di un tempo, e in sintonia con cronache estive più sgangherate, che vedevano nelle feste di Lele Mora la loro efficace epitome.
Persino le immagini fotografiche parlavano chiaro, come quelle scattate ai party in Sardegna di Roberto Cavalli – un altro che se decideva di divertirsi, sapeva divertirsi sul serio. Fino a quel momento, le fotografie degli stilisti intercettati mentre prendevano il sole su un atollo esclusivo o mentre salivano sulla loro barca, all’uscita di quel piccolo ristorante conosciuto solo dalle persone del posto o stesi accanto alla loro piscina, sembravano avvolte da un pulviscolo dorato, che addolciva la scena e la rendeva una rappresentazione di gusto, di rilassatezza, di saper vivere. Nel neonato millennio, invece, quelle immagini irradiavano una fosforescenza equivoca e stridente, e portavano con sé un chiasso insostenibile anche se si trattava, appunto, di immagini e non di video col sonoro. L’avvento dei social avrebbe completato questa inversione espressiva, portandoci allo scenario attuale che vede figure un tempo divine cadere nella trappola dell’ostentazione, dell’esibizione più splatter di modi e situazioni spesso improbabili. Nelle intenzioni dovrebbero essere fiere rivendicazioni di lussi esclusivi, di piaceri riservati a pochissimi, ma nella realtà tradiscono una natura da villeggianti smaniosi accecati da una moltitudine di riflessi piccoloborghesi.