Moda
I Vanti della moda •
La dittatura della reference e il processo infinito ai plagi della moda
Collezioni sempre più affollate di citazioni e richiami alimentano la caccia al plagio sui social. Ma il vero rischio è confondere un dettaglio con un'intera visione

Nel mare magnum delle collezioni, infinite e ipertrofiche, aumenta la percentuale di citazioni, omaggi o addirittura copie che tradiscono la dittatura della “reference”, divenuta l’imprescindibile supporto alle idee di un creatore. Di conseguenza, cresce in modo esponenziale l'ossessione della “polizia della moda” per lo smascheramento dei colpevoli di plagio (quando non è legittimato dall’heritage del marchio), con consumatori e presenzialisti da social network che presidiano e vigilano sempre attivi, pronti a svelare: dal “l’ho fatto prima io” dei nomi noti al “prima lui/lei” dei fan custodi del proprio idolo. Non si vuole entrare nel merito della contraffazione (regolata da norme complesse e circostanziate nelle quali purtroppo le questioni creative rientrano sempre a fatica), quanto piuttosto della consapevolezza di ciò a cui attingiamo come fonte di ispirazione e di come, da stilisti, a volte si sia vittime dei nostri stessi miti e si ecceda per ansia di emulazione, seppure in buona fede: incalzati da uffici commerciali che si concentrano sui pochi nomi vincenti, l’ammirazione e il riconoscimento del genio altrui diventa un boomerang. Nel 2018 una scritta su una maglia in cotone di Gucci dichiarava «Copie delle copie delle idee»: oltre che un esempio dell'ironia di Alessandro Michele (l’affaire della giacca di Dapper Dan, per quanto conclusosi pacificamente, risaliva giusto all'anno prima) è ancora una perfetta sintesi del fascino imperituro della rivisitazione, del rimando subito riconosciuto che genera affetto nostalgico e predisposizione all'acquisto. Riedizioni e reboot, con una continuità da film del Marvel Cinematic Universe (la tendenza alla rievocazione è diffusa ovunque), sovrastimano il ricorso al tributo, aggiungendo un quid nobilitante di cultura della moda che si declina troppo di frequente attraverso gli elementi di stile più immediati e semplici da identificare. L'attenzione si sposta così sul particolare da “incriminare”, sulla paternità di una scollatura e non sulla visione complessiva di un progetto: il dito e non la luna protettrice di tutte le spinte nostalgiche votate alla retrospettiva. A parte tutto ciò, è difficile pensare seriamente di rivendicare il disegno di uno scollo o la forma di una tasca. In fondo i vecchi manuali per figurinisti (vere meraviglie per collezionisti) enumeravano tipologie infinite di colletti, maniche, polsini… un alfabeto stilistico condiviso che abbiamo assimilato per comporre e scrivere ognuno la propria idea di abito, ma che molto raramente diventa un segno distintivo ed esclusivo.
Si sta pensando alle décolleté con la suola rossa? Per Christian Louboutin il rosso è un simbolo - di passione, audacia, forza - ma nella causa intentata contro Zara (antica storia del 2012) ha dovuto accettare l’impossibilità dell’esclusiva su un colore. Il problema delle idee rubate, infatti, è tutt’altro che nuovo, le faide tra couturier e lo spionaggio industriale per le anteprime delle collezioni risalgono agli albori delle sfilate, e già nel 1963 ispirarono una commedia romantica con Joanne Woodward e Paul Newman, “Il mio amore con Samantha”, su una stilista newyorkese a caccia dei segreti dei creatori francesi (peraltro, ispirato alla storia vera di Elizabeth Hawes): l’atmosfera leggera e scherzosa del film sarebbe tuttora un buon antidoto alla seriosità censoria dei social. A differenza di quanto appare nei report degli indignati, oggi la questione dei “plagi” non si esaurisce nella similitudine di una gamba di pantalone, quanto in un sistema per il quale gli stilisti si inseriscono quasi automaticamente in filoni creati da altri, ora o molti anni fa. Questo, combinato all'annoso ma sempre impattante problema dei tempi strettissimi, sembra non offrire alternative al “supermercato della reference” e crea i piccoli cortocircuiti che fanno inutilmente gridare allo scandalo per un elemento decontestualizzato. In realtà, viviamo tutti immersi in mondi culturali tanto vari quanto specifici nei quali si rincorrono i rimandi e sembra naturale cercare strade già percorse. Forse bisognerebbe smettere di guardare tutte le sfilate compulsivamente: acquisire informazioni è necessario ma non possono essere processate seduta stante, staccarsene serve per avviare un processo creativo senza incorrere nei rischi di debiti imbarazzanti, veri o immaginari. Come Star Wars insegna (prima Freud, a dire il vero), a un certo punto bisogna metaforicamente uccidere i padri, vale per gli stilisti emergenti (impossibile trovare uno studente che non citi Cristóbal Balenciaga), e non solo. L’algoritmo di Instagram, con l’aggiornamento sulla carriera di Olivier Rousteing, mi ha riproposto un suo celebre faux pas, la giacca bianca di Balmain pressoché identica a una precedente di Alexander McQueen per Givenchy: ad anni di distanza appare come un’ingenuità disarmante, da superare, più che da condannare. E questo vale per tutti.
Quando si poteva scherzare. Un maglione della collezione Gucci 2018 di Alessandro Michele. Ora si trova su eBay e in altri siti vintage a 500-600 euro