Ironia vo cercando, ch’è si cara (forse)

Non è lo stilista a renderci ironici, ma chi indossa un capo. L'eleganza nasce dall'incontro tra l'abito e la personalità, non da un messaggio cucito nelle collezioni

6 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 07:50
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(…) “Son dunque… che cosa? Io metto una lente dinanzi al mio core per farlo vedere alla gente. Chi sono? Il saltimbanco dell’anima mia”.
Quando “Il Foglio della Moda” mi ha chiesto un intervento sulla mancanza di ironia nel sistema della moda di questi ultimi decenni, mi è tornata in mente una poesia di Aldo Palazzeschi, scritta nel 1909, dal titolo “Chi sono?” di cui pubblico qui sopra la fine. Si sa che le associazioni mentali spesso hanno più a che fare con il sogno che non con la realtà ma, evidentemente, la parola ironia ha avuto l’effetto di far riaffiorare in me un ricordo, magari scolastico, che in apparenza nulla aveva a che fare con il tema che mi era stato assegnato. Poi, analizzando l’intuizione con calma, forse ho capito le ragioni di questa associazione. Ci sono stati d’animo che attengono agli spazi mentali indivisibili dei singoli individui, non possono essere trasferiti. Ognuno vive la propria vita, le proprie esperienze e - anche se tra gli umani possono crearsi percorsi paralleli - davvero come individui siamo simili ai prototipi: ciascuno di noi è il saltimbanco di sé medesimo; unico e irripetibile. Dunque, tornando al tema dell’ironia, devo dire che, almeno per quanto mi riguarda, non ho mai pensato di infondere nel mio lavoro un grammo o un chilo di ironia. E penso che questo accada perché, a meno che non si sia creativi o stilisti provocatori - e qui mi vengono in mente Franco Moschino o Vivienne Westwood, loro davvero facevano perno sull’ironia e sulla dissacrazione per esaltare le loro collezioni e stili personalissimi - ma credo che, così come l’abito non fa il monaco, l’ironia non faccia l’ironica (o l’ironico). Mi spiego meglio: per vestirsi in maniera “ironica” non è necessario indossare capi ironici, ab origine. Piuttosto è il mélange che ciascuno inventa a trasformare un look in un vestire ironico. Non saranno lo stilista o il direttore creativo a fornire la chiave e gli indumenti per essere percepiti come persone ironiche. Piuttosto immagino che – se nell’animo di una persona alberga un istinto leggero, la voglia un po' di stupire e un po' di non rimanere nell’ombra - la stessa saprà come mettere insieme un outfit divertito, mordace, attingendo di qui e di là. Dunque, pensando alle mie linee è chiaro che i colori, alcuni tagli, persino determinati bottoni, servono a creare quella leggera differenza che, se ben utilizzata, può aiutare ad evitare di passare inosservati. Il famoso dilemma di Nanni Moretti: “ Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?” si applica perfettamente ai rabdomanti dell’ironia per i quali è ovvio che sia importante esserci, andare e, perché no - anche mettersi in disparte - per vedere l’effetto che fa. Io adoro l’ironia, non tanto la mia, che è vigilata costantemente da una serietà occhiuta, ma quella degli altri, una volta che l’abbia riconosciuta come vera e tale. Ma questo tema ha messo a dura prova il mio pensare per far conciliare due mondi che difficilmente coincidono. Ho fatto il caso di due stilisti iconici che possiamo immaginare al lavoro: in quegli atelier la volontà di stupire veniva prima del capo, la cultura prima della produzione, l’amore per la diversità ancor prima della soddisfazione del cliente. Purtroppo (o per fortuna?) Piombo è frutto di un lavoro tutto sommato più tradizionale. Io ho sempre detto e scritto che vorrei vestire “tutti” - e metto tra virgolette tutti proprio per essere capito - non è un’iperbole la mia ma un’aspirazione costante, ed è ovvio che per vestire tutti non posso e non devo fare delle preferenze. Semmai il compito è di trovare un coefficiente che potremmo chiamare il “coefficiente di vestibilità” che aiuta ad infondere, in ogni linea, qualcosa che possa incuriosire e stimolare, appunto, chiunque. E dunque mi piace, sì, rivolgermi agli ironici, ma anche alle malinconiche, alle strafottenti, ai timidi, e, perché no, a tutti coloro che capiscono che non è il lusso l’apice della bellezza, ma piuttosto la bellezza è l’apice della semplicità, che per me è il vero lusso. Anni fa pensavo che il mio lavoro potesse aiutare a sentirsi “qualcuno”; poi, negli anni, ho compreso che sia meglio lasciar parlare i capi piuttosto che inoculare loro occulti messaggi che in fondo veicolerebbero solo ciò che penso io. Quando lavoro metto da parte Massimo e lascio Piombo libero di andare per la propria strada, non perché un marchio non rappresenti anche chi lo crea, ma perché, come scrisse un mio amico poeta, “l’individuo esce dal caos, procede”. In conclusione - e mi faccio una domanda secondo l’inveterato canone marzulliano - ma senza darmi una risposta: è possibile trasportare l’immaterialità del linguaggio all’interno dei prodotti? Per descriverli sicuramente sì, ma per infondere loro un sentimento primigenio credo proprio di no.
Massimo Piombo è Direttore creativo OVS