Moda
FOGLIO della MODA •
Perché la bellezza del Rinascimento parla ancora alla moda di oggi
Dalle “tre Grazie” di Pontormo alle teste grottesche di Leonardo, apre oggi alla sede milanese delle Gallerie d’Italia una grande mostra che indaga i due filoni sacri e dissacranti della cultura occidentale, mettendo in discussione i nostri canoni estetici. Storpiature e danni del make up inclusi

“Ritratto allegorico di donna” (Simonetta Vespucci?), 1490 circa
Un disegno a pietra rossa del Pontormo dedicato alle Tre Grazie, tema acclamato in lungo e in largo dai pittori e scultori della storia dell’arte, figura tra le oltre cento opere esposte in “Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento”, mostra ospitata nella sede milanese delle Gallerie d’Italia e curata con sapiente intelligenza da Chiara Rabbi Bernard. Meno appariscente rispetto ai tanti dipinti esposti, in realtà il disegno del Pontormo, come vedremo, stabilisce una perfetta cifra parametrica, di cartina tornasole di un’intera postura culturale. Intanto, dell’esposizione si deve segnalare un merito. I nomi dei protagonisti, anche di grido, vengono proposti attraverso opere magari meno note al grande pubblico, eppure non meno rappresentative di linee di stile chiare e riconoscibili, capaci di farsi portavoce di soggetti saporiti, davvero stuzzicanti, nella fattispecie di indagare sulle dinamiche che riguardano due filoni sacri e dissacranti della cultura occidentale: lo scontro eterno fra i valori del Bello e le storpiature del Brutto, nelle infinite declinazioni che ne hanno alimentato le fortune o ne hanno decretato le infamie. Non ci sono dubbi, a cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento – ferma restando l’arbitrarietà di categorie così volatili e legate al filtro dei secoli – ha la meglio l’ossequio ai canoni di armonia promossi dal culto della bellezza, della misura e dell’equilibrio delle proporzioni, e fa bene la curatrice a rimarcare come l’elogio della bruttezza costituisca un ramo di ricerca decisamente minoritario rispetto al suo filone antagonista. Visto da una prospettiva di ricostruzione storica, si deve infatti riconoscere che ad aver partita vinta, al tempo, furono le soluzioni aggraziate di Raffaello, di Tiziano, prima di loro di Leonardo, anche se del Da Vinci in mostra si privilegiano i pur interessantissimi aspetti secondari, le cosiddette “teste grottesche”, poste a momento inaugurale di una tendenza che nei secoli dei secoli si è espressa attraverso gli sfregi della caricatura. Ma se in Leonardo l’attenzione riservata alle sgrammaticature del grottesco e della deformazione rappresenta una quota tutto sommato marginale, schiacciata semmai dalla fama che, per dirla con Vasari, lo collocherà alla testa della “maniera moderna”, in mostra sono ottimamente documentate le infrazioni ai canoni del Bello classico, ivi incluse le alterazioni già ben visibili, per l’appunto, nel disegno del Pontormo. Le sue “Tre Grazie” appaiono manomesse a livello genetico, allungate, dilatate sulla verticale, come se sottoposte alla tortura di un cavalletto di stiramento, e non dica che c’è dell’imperizia compositiva, da parte dell’artista toscano, poiché il capitolo del Manierismo – di cui il Pontormo è tra gli esponenti di spicco – è intonato per intero a criteri di sofisticazione, di intervento artificioso sull’ambiente e sulla figura umana.
Oltretutto, in fatto di cosmesi a mano pesante è intitolata al “farsi belle” una delle sezioni più intriganti della mostra, corredata, in catalogo, da citazioni gustose sul rito del maquillage e degli stravaganti consigli di miglioria dell’avvenenza femminile, spesso causa di pericolose intossicazioni. Ne viene comunque un accostamento d’ufficio. Come non pensare all’attualità più stringente, alle continue manipolazioni fisiognomiche e corporali favorite dagli interventi di chirurgia plastica? E senza scomodare la medicina, come non ricordare le performance di Vanessa Beecroft, le operazioni di Body Art di Orlan, o prima ancora i collage di donne-mostriciattolo di Hannah Höch, tutti inequivocabilmente tesi a mettere in discussione il senso del Bello tradizionale, ad avvalorare il ricorso all’artificio e alla degradazione? L’artificio: parliamone. L’ampia sezione di opere del Manierismo offerte dalla mostra, nelle scelte che, oltre al Pontormo, fra gli altri includono il Tintoretto, Francesco Salviati, poi ancora il Giambologna e Federico Zuccari, certificano l’inclinazione più interessante di questa rassegna, e non certo perché gli altri casi siano meno rilevanti. A sorreggere l’impianto interpretativo dell’esposizione, come a bilanciare l’eccesso di godimento condotto sul filo del Manierismo e degli artisti che gli sono affini, compresi i tanti nordico-fiamminghi selezionati, sono presenti opere di Tiziano e di Ludovico Carracci, geniali maestri di tonalismi e atmosferismi, quindi di soluzioni votate alla naturalezza, alla spontaneità e alla ricerca del vero. Nelle annotazioni indumentali, ad esempio, la “Donna con una mela” del Vecellio si allontana di molto dalle guaine attillate, cariche di decorazioni, così abbondanti nell’arte manierista, peraltro la giovane è colta in una posa naturale, anni luce dalle posture impettite del Giambologna o del Bronzino. Quanto a un’indagine fedele ai tratti somatici, magari pronta a cogliere qualche cenno di sfumatura psicologica, quasi in anticipo sui monomaniaci di Géricault, si veda il bellissimo “Ritratto di donna” del Carracci, nella morbidezza dello stemperamento chiaroscurale e dell’aderenza fisiognomica.
Ma ripetiamolo, al di là dei begli esempi di arte naturalistica e verosimile, l’assetto di preferenze del contemporaneo non è affatto orientato al rispetto della mimesi, non è insomma di realismo che si nutre la nostra condizione di gusto, bensì dell’artificiosità, della manomissione, degli interventi così ben testimoniati dalla presenza di artisti dal tratto legnoso e metallico.
Ne sono documentazione esemplare un “Ritratto allegorico di figura femminile” attribuito a Sandro Botticelli, il cui disegno è improntato alla durezza di pietre preziose, comunque di materie di origine minerale.
Oppure, sul piano del grottesco e della satira, ne danno conferma le opere appartenenti al ciclo de “La coppia mal assortita”, di Lucas Cranach il Vecchio: tutti lavori da cui aggalla una dimensiona “altra” e perturbante, assai simile, in tempi recenti, ai ghigni animaleschi apparsi in “Black Hole Sun”, il celebre videoclip dei Soundgarden del 1994, quasi a ratificare un nesso, una corrispondenza d’amorosi sensi tra i prodotti di oggi e quelli dei tempi remoti. Ma, giusto per ribadire la facilità di conversione e l’attualità di contenuti cui si prestano non poche opere di “Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento”, conviene insistere su queste parentele a distanza cronologica con un rapido florilegio di incursioni nell’arte contemporanea, dove la categoria del “brutto” trova una sorta di riscatto ufficiale. Dobbiamo così a Carlo Carrà il conio di un aggettivo in grado di riabilitare quanto soffocato per secoli dalla cultura del Bello, ovvero l’“antigrazioso”, parola che di fatto riempie di sé anche molte passerelle della moda. Volta per volta non sarà certo difficile ritrovare la sofisticata rapsodia manierista nei balzi temporali di Alessandro Michele per Valentino, di Nicolas Ghesquière per Louis Vuitton, o di Dilara Findikoglu, quando in arte si conoscono a memoria le folli citazioni e i relativi sberleffi messi in campo da un artista come Francesco Vezzoli.
E ci si può spingere molto oltre sulla via di un “antigrazioso” imbevuto di spirito di rivolta, magari colludendo con le manifestazioni della materia organica e informe, pronta a partorire la fascinosa mostruosità di creature ibridali. Tra i campioni di un simile atteggiamento di ribellione, teso a discostarsi da sentieri di facile conformismo, si possono nominare le collezioni di Rick Owens con le sue protesi extra-organiche, meglio ancora il talento di Carol Christian Poell, forse il designer più osannato e imitato dalla moda d’avanguardia con le morfologie a “U” delle sue suole in titanio o il gocciolio rappreso dei suoi abiti immersi nella gomma liquida. In definitiva, possiamo ben dirlo: la dimensione “altra”, nel suo doppio volto di un’artificiosità smaccata e plateale o di esibizione di materia cruda, è ancora viva nello spirito del contemporaneo, è quindi un bene ritrovarne gli antesignani in una mostra che stringi stringi celebra il Dr. Jekyll e il Mister Hyde della storia dell’arte.
Fabriano Fabbri è professore associato di Stili e arti del contemporaneo, Forme della moda contemporanea e Contemporary fashion all'Università di Bologna. Il suo ultimo libro, edito da Einaudi, è “La voce del diavolo. L'arte contemporanea e la moda” (2024).