La scultorea diversità femminile

Stefania Pennacchio racconta il corpo, il mito e l'archetipo attraverso la materia che si fa respiro

9 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 14:38
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La vedi, ti guarda, respira. È questo l'attimo impercettibile in cui la materia sembra farsi vita nella scultura di Stefania Pennacchio, scelta per la copertina del Foglio della moda. Ed è proprio questa la ragione della scelta: non un abito, ma una scultura. Prima ancora di essere tessuto, ricamo o decorazione, la moda è costruzione della forma. L'artista ha scelto per quest'opera la parola ebraica Ruach, che significa soffio, vento, respiro. Ogni suo lavoro con l'argilla torna idealmente al gesto raccontato dalla Genesi, quando l'uomo viene modellato nell'adamah, la terra rossa, e vive grazie al soffio divino. La scultura, per Pennacchio, non è solo corpo ma un continuo ritorno a quel gesto originario, un punto d'incontro tra la terra e il cielo, un modo per rileggere le leggi della natura e arrivare all'essenza, liberata dal superfluo di cui si nutre la società contemporanea.
Per Pennacchio la scultura non nasce dall'imitazione del reale, ma dall'ascolto. «La scultura è un discorso compiuto nel silenzio. Può essere letta con gli occhi e ascoltata con le mani.» Una definizione che racconta bene il suo lavoro: l'artista usa la materia come origine e memoria, i classici come guida e la femminilità come forza creatrice, dando vita a mondi fatti di scudi, elmi, corazze emersi dal mito, ieratiche figure femminili, codici incisi, scatole e piccoli altari per divinità personali. Non c'è nostalgia dell'antico, ma la convinzione che alcuni archetipi continuino a raccontare ciò che siamo.
«La materia possiede una spiritualità profonda, ma solo se viene attraversata. Se rimane chiusa nel suo peso ci trattiene verso il basso; quando invece si lascia trasfigurare, diventa luce. Ogni mia opera è il tentativo di restituire un respiro alla materia.» Come nelle più alte espressioni della creatività, anche qui la materia viene portata ai limiti delle sue possibilità per restituire plasticamente un'idea, dare forma all'ispirazione.
Lo dimostra anche il monumentale Elmo di Archia, realizzato recentemente per Siracusa, città dove vive e lavora. Pur celebrando il fondatore della città, Pennacchio vi riconosce soprattutto Pentesilea, la regina delle Amazzoni costretta a nascondere il proprio volto sotto un elmo perché il suo valore fosse riconosciuto. «Le donne sono portatrici della "prima diversità" e per questo hanno usato altri strumenti rispetto agli uomini. Il loro ruolo nella società era sotterraneo, intuitivo, silenzioso, legato alle emozioni e ai sentimenti. Quello che ci viene proposto oggi è un modello maschile nel quale dobbiamo inserirci, come Pentesilea. Per questo la considero un archetipo.» Guardando ai suoi volti, alle donne, ai cavalli e alle armature, Stefania Pennacchio vorrebbe che non si pensasse a una forma di "nostalgia archeologica", ma alla ricerca di ciò che è eterno, di quello che i classici continuano a gridare a gran voce e che, forse, abbiamo smesso di ascoltare: il coraggio delle proprie azioni, l'importanza del viaggio interiore e la capacità femminile dell'attesa e della seduzione, nel senso originario del termine, quello di "condurre a sé", di farci amare nelle nostre contraddizioni. Tra gli artisti che hanno accompagnato il suo percorso c'è Louise Bourgeois, dalla quale Pennacchio riconosce di aver imparato a restituire al femminile una dimensione lontana dagli stereotipi e dalle definizioni di genere. Un'intuizione che nelle sue opere prende una direzione diversa, meno autobiografica e più universale. In Ruach il volto non racconta una donna, ma un'idea di femminile: una forma che emerge dalla materia e restituisce al corpo il suo valore più simbolico.
E poi c'è la bellezza, che l'arte sembra aver progressivamente accantonato. «In greco come in ebraico la parola "bello" coincide con "buono". Oggi armonia, equilibrio e senso etico della bellezza sembrano essere stati dimenticati.» Le sue opere nascono da questa convinzione. Non cercano di riprodurre il mondo, ma di riportare alla luce ciò che resiste al tempo: la memoria della materia, la forza degli archetipi, il valore della forma. L'arte ha insegnato a Stefania Pennacchio che la capacità di creare bellezza è la forza più grande dell'essere umano. Di questi tempi, vale forse la pena ricordarlo.