Rigenerare l’esistente in forma nuova

Dall’habitus di Pierre Bourdieu al Terzo Paradiso, l’arte come metodo per riconciliare natura e artificio e ripensare la moda. Da simbolo di consumo a etica della responsabilità

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18 APR 26
Immagine di Rigenerare l’esistente in forma nuova

il finale della ourtesy gruppo OTB e Valentino

Mi capita spesso di pensare al significato di habitus, che è sostantivo latino dai significati molteplici, uno dei quali è stato adottato quale concetto centrale nella sociologia di Pierre Bourdieu; riguarda quell’insieme di disposizioni durevoli, interiorizzate inconsciamente, che guidano il nostro modo di agire, pensare e percepire il mondo. Nel 1996, dedicai a questa corrente di pensiero una mostra-laboratorio al Centro Pecci di Prato, “Habitus, abito, abitare”, nell’ambito della prima Biennale di Firenze sul tema de “Il tempo e la moda”: vi parteciparono artisti, designer e sociologi con incontri e progetti che guardavano all’integrazione fra economia, produzione e contesto sociale cittadino. Il mio obiettivo, allora come oggi, era di intrecciare l’arte con i diversi ambiti del tessuto sociale, sviluppare interconnessioni che favorissero la conciliazione, l’armonia che si crea fra i contrari. Sono sempre stato convinto che lo sviluppo di un nuovo percorso del vivere civile, che abbia un nuovo obiettivo culturale ed economico, non debba partire da zero, lavorare cioè sulla ri-fondazione dell’esistente, bensì sulla sua ri-generazione: partire da quello che ci pare un ostacolo per trasformarlo in occasione di rinascita e di una nuova armonia. Nasce da questo pensiero il mio Terzo Paradiso, tre cerchi consecutivi i cui due esterni rappresentano gli opposti, natura e artificio, mentre quello centrale, vuoto, raffigura la loro connessione. E’ un simbolo di creazione, il principio della grammatica dell’esistenza, ma anche della sua dinamica implicita: non esiste equilibrio nella staticità, ma nel costante movimento, cioè nella rimodulazione efficace e continua dei nostri schemi di comportamento. Questi progetti di trasformazione e rigenerazione sono messi in pratica quotidianamente nella Cittadellarte a Biella, un tempo fabbrica tessile, dove sviluppiamo l’arte in rapporto a tutti i settori della vita comune, dalla vita sociale alla politica e l’economia, dalla religione all’educazione, e naturalmente dall’architettura e alla moda, cercando di sviluppare nuovi modelli di coabitazione civile grazie all’interdisciplinarietà. La moda non è cosa autonoma, ma è interconnessione, visiva e materiale, fra l’uomo e il suo ambiente sociale. E’ un elemento indispensabile all’umano non solo perché ci copre e nello stesso tempo ci mette in comunicazione con l’altro, ma perché include l’estetica, la forma, e attraverso questa deve includere l’etica, perché senza l’etica la forma non ha senso e la forma deve esprime un’etica, un modo di vivere, di pensare, di concepire. La moda è una pelle artificiale, carica di senso e di simbologia, è il tramite della nostra comunicazione con gli altri, così come la terza pelle è la nostra casa, lo spazio, l’habitat in cui viviamo. La moda ha dunque una responsabilità estesa che non si limita all’apparenza, alla nostra volontà di esprimerci attraverso l’abito, ma che include la tutela della Terra. Quando ho realizzato la mia prima Venere degli stracci, nel 1967, già era evidente la profonda antropizzazione del pianeta che ora ne ha cambiato addirittura la morfologia: la quantità di stracci che cresce e sta coprendo territori interi, le isole di plastica che si sono formate negli oceani, sono la dimostrazione più palese che la nostra pratica di consumare e usare è ormai fuori controllo. Stiamo vivendo una situazione molto problematica per la sopravvivenza stessa degli esseri umani. Ecco dunque come Venere, massima espressione di bellezza e di armonia, il cui significato nasce nella radice indoeuropea “wen” che significa desiderare, amare, per poi evolversi nel verbo veneror, cioè “venerare, rispettare”, accostata agli stracci diventa denuncia di sopraffazione, di una sovraproduzione di cui è difficile immaginare il futuro. Le industrie hanno fabbricato il più possibile, ora bisogna capire se siano in grado di investire su nuove idee. Noi, a Cittadellarte, cerchiamo di sviluppare un concetto di moda etica, cioè responsabile e sostenibile. Guardiamo alla progettazione di un nuovo costume sociale, un metodo di governo culturale che nasce dall’arte.
*L'autore è artista, teorico dell’arte e della vita civile, fra i massimi rappresentanti della corrente dell’arte povera, fondatore di Cittadellarte a Biella, è stato candidato al Premio Nobel per la Pace nel 2025