Intitolare un brand alla cacca non è trasgressivo, è infantile

Soprattutto se si copia un genio indimenticato come Leigh Bowery.  I Matières Fécales sono il simbolo di una moda che proclamandosi anti-establishment si è tradotta, nei fatti, in un nuovo establishment

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18 APR 26
Immagine di Intitolare un brand alla cacca non è trasgressivo, è infantile

un ritratto di Leigh Bowery (1961-1994), grande artista e performer di origine australiana

È interessante osservare la monotonia della moda contemporanea, in cui gli attori del sistema interpretano il ruolo dei clown di un circo dagli spalti vuoti, che interpretano il medesimo spettacolo per sé stessi. Eppure, basterebbe scrivere una formula diversa, aggiornata ai tempi e magari il pubblico tornerebbe. Non è nostalgico ricordare, per esempio, Leigh Bowery, il grande performer e creatore di origine australiana che fra gli Anni Ottanta e i primi Novanta (morì nel 1994) immolò la propria esistenza nella costruzione di un linguaggio che mescolava fetish, deformazione del corpo, alienazione, teatralità e humour anarchico. Non è nostalgico semplicemente perché oggi quelle figure non esistono più. La moda ne avrebbe molto bisogno e produrrebbe di nuovo capolavori se, invece di rincorrere personalità che si sono affermate un trentennio fa e che sono diventate icone per caso, esprimendosi senza agende o programmi definiti da seguire o secondi fini di convenienza, tornasse a costruire un proprio linguaggio senza il timore del giudizio. Se Lucian Freud  fece di Leigh Bowery una delle proprie muse nei primi anni 90, dando alla luce alcuni dei suoi migliori lavori, non fu certo perché la sua scelta era condizionata dalla campagna di marketing di un brand, ma perché l'esistenza estrema di quell'australiano trapiantato a Londra era eccitante, libera, spaventosa e il pittore ne fu affascinato. Nei quadri il suo corpo appare enorme, nudo, senza alcun artificio. Fu una delle poche volte in cui Bowery accettò di essere visto senza la maschera e, paradossalmente, la sua immagine indifesa è più perturbante di qualsiasi costume. Durante questa vita-performance sfrenata e ininterrotta contrasse l'Aids e nel 1994 morì, a soli trentatré anni. Nacque nel 1961 e si trasferì a Londra nel 1980: in meno della metà dei suoi anni, e in un'epoca senza comunicazioni di massa, impresse a fuoco il nome nella storia della moda e della creatività in generale. La sua influenza è stata strutturale, non soltanto decorativa e sono moltissimi i designer che hanno visto in lui una fonte di ispirazione. Lo si ritrova nella sfilata primavera-estate 2007 di Gareth Pugh con visi e corpi inguainati nel latex e le code da amazzone che richiamano le foto famosissime scattate da Fergus Greer o nella primavera-estate 2016 con i volti coperti da nylon e poi disegnati. Ma lo rievoca anche il trucco della collezione "Horn of plenty" dell'autunno-inverno 2009-10 di Alexander McQueen: nel backstage Peter Phillips, il make-up artist della sfilata, spiegò che l'ispirazione erano i Pierrot e le dive della vecchia Hollywood; l'hair stylist Guido Palau costruì invece teste deformate con scotch, tessuto e lattine dipinte richiamando il recycling. Ma conoscendo la visione di Lee l'influenza è chiara. Il lavoro di Bowery, che non era un vero e proprio designer (non faceva collezioni da vendere, ma creava i suoi outfit), era fatto di sovrapposizioni, collage e accumulazioni con il corpo, da coprire e mostrare, al centro. Lo citò anche Rick Owens nella primavera-estate 2016, facendo sfilare coppie di modelli-ginnasti legati l'uno all'altro testa e piedi, pratica spesso usata anche da Bowery (da vedere su Youtube la performance del 1993 in cui simula una nascita). Si potrebbe quasi dire che direttamente o indirettamente, ogni volta che la moda occidentale ha provato a usare il corpo non soltanto come supporto per il vestito, ma come materiale da trasformare, si trova qualcosa di suo. Una narrativa grottesca che ha scritto pagine indelebili quando il fashion system non era semplicemente abbigliamento, ma stupore. Da quegli anni all'oggi digitale sembrano trascorse ere geologiche. In parte è vero: tre decadi sono tante, ma la trasformazione che il sistema ha subito con Internet proietta gli anni Ottanta e Novanta nella preistoria e i nostri giorni in un marasma asfittico tenuto sotto scacco dai fatturati. Se allora la moda e la vita erano spensierate, ruvide e, se viste con gli occhi di oggi, politicamente scorrette, il contemporaneo è impacchettato per cercare di piacere a tutti senza urtare la sensibilità di nessuno. Risultato? Di stagione in stagione si perde consistenza. Il ruolo più deludente lo giocano i cosiddetti designer emergenti, che, al posto di rompere gli schemi, si cimentano in trasgressioni studiate a tavolino che scandalizzano meno di una puntata dei Teletubbies. Le spade di Damocle del politically correct, delle appropriazioni culturali, dei fogli excel degli amministratori delegati, degli shitstorm sui social media, del giudizio altrui regalano performance più noiose che guardare la vernice che si asciuga. Il flusso continuo di input ha reso sterili le menti dei creativi e così non si riesce a pensare nulla di nuovo senza che ci sia una "reference", per usare una parola in voga nel settore, che, etimologicamente, contiene appunto l’idea di qualcosa di già visto. Se Bowery fu d'ispirazione per McQueen, fu perché il contatto tra i due era reale e vero, non era un designer che ne citava un altro, ma il portare gli eccessi del Taboo, il club che aveva fondato a Londra e dove quasi ogni sera si poteva trovare Boy George, all'interno del linguaggio della moda. Non la copia di un look, ma la trasposizione di un'atmosfera. Nelle ultime stagioni, ci sono stati timidi tentativi di defibrillazione del sistema da parte di brand relativamente nuovi. Il risultato è stato abbastanza goffo proprio per la scarsità di alta tensione. A Parigi c'è un progetto che sta sgomitando per aggiudicarsi il titolo di radicale iconoclasta. Si chiama Matières Fécales, e a dire il vero spintona per farsi notare da più di un decennio: è stata ideato infatti nel 2014 dai designer canadesi Hannah Rose Dalton e Steven Raj Bhaskaran, entrambi trentenni, che si sono incontrati durante gli studi di moda. Lei proviene da Westmount, il quartiere più ricco di Montréal, da una famiglia ultra benestante, con un padre diplomatico. Lui, di origini guyanesi e srilankesi, è cresciuto a Cartierville, il sobborgo più povero della città. Una storia da film che ha creato un sodalizio creativo.
Il loro lavoro oscilla tra McQueen e Owens e si basa su un’estetica che mescola body modification, prostetica e abiti. Più che collezioni, producono immagini e identità disturbanti, volutamente fuori norma, che vorrebbero mettere in crisi l’idea stessa di bellezza e di corpo, pur restando attenti a inserire felpe e jeans per non deludere i buyer. La collezione autunno-inverno 2026, in particolare, è apparsa ancora più come la candidatura all'eventuale direzione creativa di McQueen, che onestamente ha bisogno di tutto, tranne che di repliche ciclostilate. I due Matières Fécales sono il simbolo di una moda che proclamandosi anti-establishment si è tradotta, nei fatti, in un nuovo establishment, perché quei look goth, più costume che abbigliamento, invero sono già accettati e veicolati dalla società e nel loro sembrare estremi, non saranno mai reputati oltraggiosi o sovversivi. I tempi di Bowery erano liberi, adesso non è più così, le vite e i racconti sono limitati da troppi vincoli sociali, mentali e dagli algoritmi che non permettono di far vedere gli eccessi degli anni pre-Internet. Oggi tutto è registrato, tutti sono ricattabili e quando ci si sporca la fedina digitale si è tagliati fuori. I due designer hanno provato a usare il grottesco come linguaggio di rottura, ma la differenza è che Bowery (ma anche McQueen e Owens) operavano in un contesto in cui quella radicalità aveva anche un costo reale, sociale, fisico, esistenziale. Il problema della moda di oggi è invece che quel costo nessuno intende pagarlo, semmai fingere di, e che il grottesco è diventato semplicemente un altro codice disponibile nell'ampio catalogo. Ma i tempi sono cambiati e forse accettare di trovarsi di fronte a una copia potrebbe essere un bene, perché permette alle nuove generazioni di scoprire e conoscere la potenza di una figura come quella di Leigh Bowery. Ma se fino all'era pre Internet la conoscenza poteva eccitare, perché la ricerca richiedeva tempo e conduceva alla scoperta, ora è immediata e a portata di mano, finisce per diventare quasi superflua e lo stupore è svanito. Quindi, un consiglio per chi vuole essere un fashion eversivo: al posto di imitare quello che già esiste sarebbe più saggio porsi le domande "cosa non è ancora stato fatto?" e, soprattutto, "cosa sorprenderebbe?", rispondendo senza preoccuparsi di quello che poi dirà Internet. Nuovi Leigh Bowery cercansi, astenersi epigoni.