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Il passo musicale della moda. Dialogo sull’opera con Antonella Benanzato
Compositrice, pittrice, attualmente in mostra al Teatro alla Scala con “Risonanze Wagner”, Benanzato ha un debole per gli Anni Venti: “I primi che abbiano permesso alle donne una parvenza di libertà”
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18 APR 26

Ispirazione Twenties (non necessariamente Roaring). Dall’inizio, un altro degli acquerelli dipinti da Antonella Benanzato (Padova, 1968) per questo numero de Il Foglio della moda
Tre donne sugli Champs-Élysées. Ci sono tre figure femminili, leggere e quasi sfuggenti, senza dubbio elegantissime, che passeggiano su una strada che non si vede, ma che non si fatica a immaginare come un grande boulevard parigino di inizio Novecento. Non si vedono davvero i contorni: sono “nuvole di colore”, come le descrive Antonella Benanzato, che per il “Foglio della Moda” di questo mese ha realizzato questo acquerello, intitolato “Passeggiando con Diotima”. Tre donne eleganti, sofisticate, disinvolte e molto blasé che, come suggerisce il riferimento platonico, stanno probabilmente conversando sull’amore e la bellezza con la stessa noncuranza con cui indossano tessuti e gioielli. Più che vestite, sembrano attraversate dai colori. L’idea di riferirsi a quest’âge d’or dell’arte e del pensiero, per Benanzato, viene da lontano: è un’epoca che ritorna spesso nel suo lavoro. “Non potevo che ispirarmi alla moda femminile degli anni Venti; quando penso alla moda, all’eleganza, allo stile, la mia mente va immediatamente a quel periodo”.
Non si tratta di un semplice omaggio stilistico. Gli anni Venti rappresentano una soglia, una fase di trasformazione radicale che investe tutte le arti: una concentrazione di geni che, tra Vienna e Parigi, sembra affrettarsi a celebrare gli ultimi giorni dell’umanità prima del disastro che di lì a poco piomberà sull’Europa. Non è un caso che Schorske, per raccontare il valzer degli addii della Vienna fin de siècle, apra con “La valse” di Maurice Ravel: è proprio nella musica, nella costellazione che va da Schönberg a Stravinskij, che questa instabilità feconda si manifesta con più evidenza. Il lavoro di Benanzato si muove su questo stesso crinale di compenetrazione tra le arti, solo cent’anni dopo. Pittrice e compositrice, le sue opere nascono spesso da un immaginario più sonoro che visivo, per poi tradursi sulla carta come una sorta di trascrizione. C’è quindi un passo musicale in queste tre donne che avanzano, un sottofondo implicito che aiuta a completare l’immagine e che lo sguardo è quasi portato ad aggiungere: si pensi al “Sacre du printemps” che potrebbero aver appena ascoltato, magari schivando i pugni degli spettatori scandalizzati.
Ma torniamo all’eleganza di quegli anni. “La trovo innovativa, all’avanguardia, scanzonata, ironica. Questa eleganza così femminile ma anche così naturale, fino a pochi anni prima, sempre un po’ costretta in busti e abiti rigidi” e in effetti risale solo a un decennio prima l'intervento di Paul Poiret, che aveva liberato le donne dal corsetto. Questa liberazione sembra essere soprattutto una questione di colore. Nel suo acquerello le figure diventano quasi delle presenze: “Ho rappresentato i soggetti con tre, quattro segni al massimo… e poi ho lavorato tutto sul colore”. Il risultato è che “non si vedono più i contorni”: le figure sono immerse in un campo cromatico che le espande e le mette in movimento. Sempre per passare con disinvoltura da un linguaggio all’altro, nella musica di oggi si parlerebbe di “cluster”. Ma è proprio in questa vaghezza del tratto, in questa indeterminazione un po’ quantistica (gli anni sono quelli), che sta il punto più interessante: nell’opera di Benanzato, la moda viene trattata come una sorta di composizione astratta. Non è tanto l’abito a contare, quanto il rapporto tra i colori, il modo in cui si accostano, si sovrappongono, si sfumano. E così l’espressionismo, la scuola viennese, non sono solo riferimenti pittorici: “Gli stessi quadri che vediamo in quell’epoca li rivediamo anche negli abiti. Per me la moda è sempre un fatto profondamente artistico”. E ancora: “Immaginiamo se tutti gli artisti avessero vestito le loro opere", come per esempio Gustav Klimt, che collaborava con l’atelier della cognata, Emilie Floge.
In fondo, vestire qualcuno significa dargli forma attraverso un linguaggio visivo: "Fare arte con il corpo altrui". Non è un caso che l’artista stessa racconti di essersi più volte disegnata abiti, come naturale estensione della propria pratica. Le tre donne dell’acquerello stanno dentro questa idea. Hanno qualcosa di proustiano nel modo in cui tengono insieme leggerezza e intensità. E qualcosa anche di quel mondo inglese sospeso tra arte e vita che ruotava intorno al circolo di Bloomsbury, si pensi a figure come Lady Ottoline Morrell. Potrebbero essere appena uscite da una serata dei Ballets Russes, da un atelier di Chanel o di Fortuny, o ancora dal salotto di Madame Verdurin. Ed è proprio questa oscillazione tra alto e frivolo, tra avanguardia e consumo, a renderle contemporanee. Perché la domanda, alla fine, è inevitabile: cosa resta oggi di quella stagione? La risposta di Benanzato è netta: “Sicuramente la libertà”. Libertà nei colori, prima di tutto, ma anche libertà nella costruzione di un’identità visiva meno codificata, meno obbligata: “La scelta di vestirsi con colori che normalmente non erano quelli canonici della palette dei decenni precedenti sembra forse una piccola cosa, ma a mio avviso si tratta di una conquista fondamentale”. In questo confronto spunta inevitabilmente un pizzico di nostalgia: perché questi abiti che “sembrano fatti di marzapane”, cioè fragili, effimeri, oggi si perderebbero forse nei processi di produzione.
Oggi possiamo produrre qualsiasi cosa, replicare qualsiasi materiale grazie a tecnologie avanzatissime. Ma proprio per questo ha senso guardare indietro, a quando le possibilità erano minori e l’invenzione più radicale. Anche la musica torna, come una traccia sotterranea. Alla domanda su cosa risuoni in queste immagini, la risposta non è univoca: Stravinskij, certo, non solo il “Sacre” ma, perché no, anche “L’uccello di fuoco”, e c’è persino un’ombra dello Schönberg di “Pierrot lunaire”. Non è una colonna sonora, ma un clima: “Un senso di meraviglia, di magia”, lo definisce Benanzato, con “anche un po’ di malinconia e qualcosa di quasi demoniaco che affiora a tratti”. È la stessa ambivalenza che si vede nei colori: luminosi, eleganti, ma mai del tutto pacificati. Queste tre donne che sembrano venirci incontro sugli Champs-Élysées attraversano un tempo che per noi è ormai un immaginario, ma che ci ricorda come la moda, o meglio la sua rappresentazione, possa essere un campo di tensione, non solo di stile. E allora quest’acquerello, così leggero a prima vista, finisce per dire qualcosa di molto più pregnante: che la moda non segue il mondo, ma lo anticipa. O almeno prova a immaginarlo diverso.
Mattia Palma, direttore della “Rivista del Teatro alla Scala”