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La Politica è Rivoluzione Spirituale

Una lezione magistrale di Aung San Suu Kyi offre profondi spunti di riflessione. Sullo studio, la cultura, la spiritualità. Ci costringe a pensare la Signora per quello che è: né Santa, né criminale. Ma una politica che non ha paura delle sue idee, che non ragiona per convenienza immediata, ma pensando al futuro.

3 Agosto 2018 alle 17:34

La Politica è Rivoluzione Spirituale

“Per creare la tua opera devi pagare un alto prezzo: devi farla”.
È la prima delle regole elencate da Aung San Suu Kyi all’Università di Bologna nella Lezione Magistrale in occasione della laurea honoris causa in Discipline della Musica e del Teatro conferitale nel 2015.
Ne elenco alcune altre.
“Nessuno può aiutarti”.
“Non seguire le modalità predefinite del ‘si fa così’”.
“Che la tua ribellione sia capovolta, che sia un’anti-ribellione”.
“Consacra invece di dissacrare”.
“Prega anche se non hai un Dio”
“Pensa l’impensato della forma, frequenta i monasteri, consuma i dorsi dei libri”.
Intitolata La politica è rivoluzione spirituale, questa Lectio comprende regole che sembrano bizzarre, come quella che consiglia “Studia la storia dei fantasmi”, altre che stupiscono, considerando la fonte, come quella che afferma “Studia la storia dell’impero romano d’Occidente”. Riflettendoci un po’ si capisce che tutte hanno una precisa ragion d’essere, radicata in una cultura inclusiva, sincronica.  “Affonda a piene mani nello scontro della materia universale se lo sai vedere” è la regola che meglio la rappresenta.

 

Confesso che non conoscevo questa lezione della Signora, che ne rivela, per chi avesse dubbi, valori e pensiero forti. Me ne ha dato copia Albertina Soliani, ex senatrice Pd, personaggio che incarna una visione della politica come impegno culturale, animatrice dell’Associazione per l’Amicizia Italia Birmania intitolata a Giuseppe Malpeli. Amica di Aung San Suu Kyi, Albertina è tra i pochi esponenti dell’intelligenza progressista che riesca a comprendere la leader birmana oltre gli schemi del conformismo politico-culturale dominante.
«Aung San Suu Kyi è sotto attacco. Il fatto è che lei non intende svendere il suo Paese agli interessi internazionali, né intende rappresentare l'Occidente contro la Cina. Così la vicenda dei Rohingya (vedi qui e qui) è usata contro di lei, sia dai militari, sia da chi ha interesse a tenere aperto in Asia il conflitto con il mondo islamico. Da chi non avrebbe scrupoli a consentire il ritorno al potere dei militari. In fondo con loro si fanno gli affari» mi ha detto Albertina. E le sue parole, poco tempo dopo, suonano quasi come una premonizione. I militari, infatti, hanno chiaramente minacciato un nuovo colpo di stato dopo che il governo aveva annunciato una commissione d’indagine sulle violazioni dei diritti umani nello stato del Rakhine. Commissione che in seguito è stata costituita proprio perché, ancora una volta, la Signora non si è lasciata intimidire, ma, al tempo stesso, non ha esercitato un’opposizione frontale con i militari.

 

«Il suo presunto silenzio è una parola potente che si sottrae ad ogni uso strumentale. Da quando è al governo, cerca di spegnere i conflitti, non di acutizzarli. Il suo scopo è la pace e l'unità, e come un parafulmine prende su di sé le tensioni che gli altri non sanno o non vogliono affrontare» diceva ancora Albertina e anche in questo caso aveva ragione. Aung San Suu Kyi è stata la maggior sostenitrice dell’accordo di pace tra le decine di etnie in conflitto col governo birmano. Accordo fallito per l’intransigenza sia dei militari sia dei gruppi etnici. Ma anche per l’indebolimento di Aung San Suu Kyi sul piano internazionale. Un supporto dell’Occidente, infatti, le avrebbe consentito un maggior potere di mediazione. Che invece è stato assunto dalla Cina (si veda un interessante articolo su Asia Times).

 

“Tutti crederanno che sei finito, bloccato in una stasi, mentre non vedono che questa è la tua fuga” ha scritto la Signora nella sua lezione. Dove fuga, per una politica vera come lei, significa la tattica di proporsi mete lontane quando non è possibile risolverle nell’immediato. Concetto che sfugge alla maggioranza dei politici d’oggi.

Massimo Morello

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