Anime perse

Davide D’Alessandro

Ecco Piersanti. Il verso, la misura, il tratto. Anche se questa volta non è poesia, comunque è vita, vita vera nei diciotto racconti che giungono dai centri di recupero del Montefeltro fondati da Ferruccio Giovanetti. Sei strutture che accolgono “persone dalla provenienza più diversa, da quelle afflitte da gravi disturbi psichiatrici a emarginati sociali e ad autori di atti delittuosi”. Giovanetti racconta e Piersanti trascrive e interpreta, “attenendosi ai dati reali, ma sconfinando apertamente in momenti e situazioni di pura invenzione”. Le anime perse non sono mai davvero perse se continuano a essere presenti sulla pagina bianca, a colorarla di storie e di umori, di rovinose cadute e faticose tenute. L’urlo della mente è rivolto a chi la contiene e a chi sta fuori, a chi non sente, a chi è certo che quell’urlo non lo riguarda né mai lo riguarderà. Eppure la vita, che soffio resta, spesso presenta graticci sotto il pavimento. Graticci che non vedi, ma ci puoi sprofondare. Penso al dottor Emilio Levantini che “ha già il coltello in mano: gli occhi di Giorgio lo fissano sbarrati, trema come una foglia, ma non riesce a muoversi dalla seggiola. Il primo fendente è sul petto, Giorgio rotola in terra”. Giorgio aveva vinto il concorso e, secondo Emilio, senza nessuna competenza vera, convinto che quel posto fosse suo, assolutamente suo. Penso a Franco, un violento, che beve e mena, che scatena la sua furia cieca sulle donne di casa, tutte e tre a terra, stese e sanguinanti. Penso ad Amalia e Federico e ai pugni sulla pancia, perché “al suo ventre non bastava imporre una mano, bisognava percuoterlo e colpirlo, bisognava recargli il dolore per frantumare quella creatura che stava dentro: e questo non per cattiveria, ma per liberarlo da ogni male futuro, per liberarlo dal peso della vita”. Penso a Valeria e Giulio, alla bambina che c’è e non c’è. Penso alle mani di Rocco che “stringono con forza quella gola morbida, lei si dibatte e ha gli occhi sbarrati. Lui le sbatte la testa in terra con forza, per tre volte: no, adesso non potrà più denunciare nessuno. Dopo, quella è morta, ferma lì come un sasso o un ramo caduto giù da un pino: lui l’ha ammazzata, gli sembrava una cosa normale, vederla morta non è poi così strano”. Penso a Umberto, poeta e scrittore antico e moderno, capace di chinarsi come pochi sul dolore dell’uomo, senza mai usarlo né strumentalizzarlo, perché quel dolore lo conosce, lo ha vissuto e sperimentato, ne ha colto l’indicibile, ne ha restituito lo stupore e l’incanto. Sono pagine di sofferenza scritte da chi guarda, ascolta e non giudica, “lampi di vite smarrite che non sempre han trovato la pace”. Ma esiste la pace? O è un attimo, come un pagliericcio che non desta sospetto alcuno ma è pronto a prendere fuoco? Dopo, l’incendio è sempre una riflessione sull’uomo, sulla sua capacità di entrare nel male, anche non necessitato, poiché non è padrone in casa propria, poiché qualcosa lo muove, lo spinge, lo indirizza e lui non sa. Subisce, sovrastato. Se Enrico ti taglia la gola perché il tuo commento è fuori luogo, è davvero Enrico che la taglia? Che cosa sa l’uomo di sé nell’anno di grazia 2018, nell’anno della confusione e della tracotanza, nell’anno dell’indifferenza, dove le anime perse continuano a urlare dentro e fuori i centri di recupero? Il merito di Piersanti è di ricondurci non solo dentro luoghi persi, ma dentro il nostro centro, se esiste un centro, dentro questo impasto di tutto e di nulla, di nuvole nere e splendide stelle. Appaiono luminose, scintillanti, eppure d’improvviso s’oscurano. E non è magia. E’ la vita. 

 

ANIME PERSE
Umberto Piersanti
Marcos y Marcos,188 pp., 18 euro

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