L'antisemitismo a sinistra in Francia

Alessandro Litta Modignani

La Francia è il primo paese al mondo a emancipare gli ebrei, nel 1791. Si tratta di 40.000 persone, appena lo 0,2 per cento della popolazione, eppure il loro processo di integrazione nella società sarà lungo, difficile e contrastato. Sino agli inizi dell’800, il rigetto degli ebrei si basava essenzialmente sulla tradizionale giudeofobia cattolica, risalente al Medioevo. In seguito, con gli inizi del capitalismo, il “topos” degli ebrei associati al denaro e alla ricchezza prevale gradualmente sulla visione passata; esso durerà a lungo e tuttora ne persistono le tracce. Appena 40 anni dopo l’emancipazione, intorno al 1830, in Francia “ebreo” diventa sinonimo di banchieri, di uomini ricchi e potenti, assai abili e scaltri nel maneggiare il denaro e nel condizionare il potere.

  

Le posizioni sociali ed economiche che alcuni ebrei cominciano a conquistare, suscitano sospetto e scatenano nuove forme di ostilità. La famiglia dei cinque fratelli Rothschild controlla varie banche europee ed è molto influente a corte, durante la “Monarchia di Luglio”: tanto basta per consentire a un nuovo antisemitismo di attecchire nei ceti popolari.

  

Michel Dreyfus, storico del movimento operaio e socialista francese (parente molto alla lontana del celebre ufficiale) cita Maxime Rodinson, secondo il quale non esiste un “antisemitismo eterno”, ma piuttosto “giudeofobie multiple”, che riflettono le caratteristiche della società in cui si esprimono. Dreyfus sviluppa questo ragionamento e individua cinque forme storiche di “antisemitismo a sinistra”, in Francia.

  

La prima è quella che assimila gli ebrei ai capitalisti, di cui si è detto, e che induce i primi socialisti a rispolverare il vecchio luogo comune dell’ebreo approfittatore. La seconda nasce negli anni Ottanta dell’800, basata sullo scientismo positivista, che genera il moderno antisemitismo di stampo razzista, adottato dal nazionalismo. La terza è quella che segue alla Grande guerra, quando la diffusione dei falsi “Protocolli dei savi anziani di Sion” (redatti proprio in Francia da un ufficiale della polizia segreta zarista) crea il mito dell’ebreo guerrafondaio, che tira i fili degli affari planetari. I pacifisti francesi considerano “bellicisti” coloro che sostengono la fermezza contro il nazismo, in primo luogo gli ebrei che vorrebbero fare la guerra a Hitler. Nel ’36 il governo del Fronte popolare è guidato da un ebreo, il socialista Leon Blum, ciò che alimenta questa corrente.

  

“Mentre l’antisemitismo regredisce nella società francese, perché persiste in alcune frange di estrema sinistra”, si chiede l’autore?

  

La diffusione prima del sionismo, e la fondazione di Israele subito dopo, portano alla nascita di una quarta forma di antisemitismo, che considera lo Stato ebraico alla stregua di un colonialismo tardivo. La Guerra dei Sei Giorni e poi il ’68 esasperano tale ostilità, fino al parossismo di chi paragona gli israeliani ai nazisti. Infine, sempre in seno all’estrema sinistra, fa la sua comparsa, a metà degli anni Cinquanta, il fenomeno del revisionismo storico e, due decenni dopo, la piaga del negazionismo. “Entrambi si basano sul diniego della realtà”, osserva l’autore, e si nutrono di vecchi cliché tipici dell’antisemitismo tradizionale.

  

L’antisemitismo è un fenomeno diffuso “a sinistra”, ma non “di sinistra”, sostiene Dreyfus in conclusione, suscitando non poche ironie fra intellettuali francesi, quali Taguieff, Finkielkraut, Henry-Levy. L’autore replica accusando gli interlocutori di “minimizzare il peso dell’estrema destra” e, per contro, di “esagerare il ruolo dello spazio islamo-gauchista”, nella giudeofobia attuale.

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