Decadenza

Davide D'Alessandro

Tutto decade con la decadenza, anche l’ultimo libro di Michel Onfray. Ne ha scritti di migliori, il filosofo di Chambois, risultando più efficace nel dipingere i caratteri, nel disegnare i profili, che non nell’analisi di un tempo a suo dire perduto. Tirare giù la civiltà giudaico-cristiana, rilevare che tante leggi anticristiane siano state approvate negli ultimi decenni senza la possibilità, da parte della chiesa, di opporvi una resistenza vincente, trascinare nello stesso gorgo l’occidente, poiché ormai orfana di spiritualità cristiana, non risulta una narrazione persuasiva. Da un pensatore non ci si attende soltanto che pensi e che scriva, che mostri la vena tragica, sua e del mondo che lo ospita (un mondo destinato a rifletterla, poiché noi siamo il mondo), ma soprattutto la capacità di cogliere, di crisi in crisi, di decadenza in decadenza, la consistenza di ciò che resta, la vitalità ancora presente nell’uomo, com’era presente in Oswald Spengler, anche se Onfray lo derubrica, un po’ sprezzante, a determinista e idealista.

  

La fascetta, il sottotitolo dell’edizione francese, recita da Gesù a Bin Laden, prudentemente eliminata in quella italiana. Ma non ha prudenza, Onfray, nel ritenere trionfante il popolo islamico perché unito da una trascendenza, cioè da un errore, da un abbaglio, definendosi egli ateo e materialista. Utilizza gli studi di Samuel Huntington per lanciarsi in profezie ardite, tra “il nulla, l’annullamento della potenza, il collasso del collasso” e un “pugno di postumani che riuscirà a sopravvivere al prezzo di un’inaudita schiavitù delle masse, cresciute come bestiame”. A Onfray manca la lettura di Emanuele Severino, mai citato nel libro, manca un approfondimento teoricamente solido sulla potenza della tecnica, non presente nel libro se non in qualche timido accenno finale. Il nostro gigante della filosofia saprebbe spiegargli che nella sfida tra occidente e islam a prevalere è la Tecnica, alla quale “l’islam pone limiti”; ma “indebolendola, imbocca la strada della propria estinzione”. Per Severino “la teologia islamica, come quella cristiana, affonda le proprie radici nella filosofia greca”, mentre Onfray tesse l’elogio di quella romana, tanto da dedicarle parte del prossimo libro, Saggezza, con cui chiuderà la Trilogia. Una Trilogia, parafrasando i capitoli di Decadenza, che avrà avuto una nascita, una crescita, una potenza, una degenerazione, una senescenza e una deliquescenza. Un’occasione dialetticamente mancata, perché Onfray ha indubbie qualità. Purtroppo, si è avventurato su un terreno non suo, indossando un abito al di fuori della propria misura. Sulla decadenza, la filosofia ha tanto da dire e diverse responsabilità da assumersi, ma con altri filosofi in grado di raggiungere vette non ancora accostabili dal filosofo di Chambois.

   

DECADENZA

Michel Onfray

Ponte alle Grazie, 700 pp., 28 euro 

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