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Le persone non servono

Jerry Kaplan
Luiss University Press, 198 pp., 18 euro

30 Gennaio 2017 alle 13:34

Credo fermamente che il mondo sarà Star Trek e non Terminator”. Con fortune alterne, la fantascienza ha sempre cercato di anticipare l’evoluzione della tecnologia, esplorando l’eventualità che lavori umani fisici e mentali possano un giorno essere svolti da macchine inimmaginabilmente sofisticate. I cosiddetti luddisti hanno puntualmente evocato tetri scenari nei quali lo sviluppo tecnologico non ha beneficiato che una ristretta cerchia di persone, lasciando nella miseria e senza lavoro il resto della popolazione. Benché a Kaplan non si possa imputare un’avversione per la tecnologia, alcune sue affermazioni (quelle più eccepibili) strizzano in parte l’occhio al luddismo: su tutte, la tesi che negli ultimi decenni la diseguaglianza di reddito tra ricchi e poveri sia aumentata per effetto dell’automazione. L’autore sa bene che la tecnologia ha aumentato la produttività, permettendo di pagare di più i lavoratori. Abbassando i costi di produzione essa facilita il risparmio, che può essere diretto su altri consumi e quindi creare nuova occupazione. Cosa più importante, stimola la creazione di lavori prima impensabili. Risultato: storicamente all’aumentare dell’innovazione tecnologica non è mai seguita una diminuzione dei posti di lavoro né una riduzione complessiva dei salari. Tutto risolto, allora? Kaplan ne è convinto fino a un certo punto. La crescita esponenziale dell’information technology sta rimpiazzando non solo i lavori fisici ma anche quelli intellettuali. Le macchine sono sempre più in grado di compiere delle scelte, sulla base di una sofisticata percezione dell’ambiente, e di migliorare le proprie performance alla luce dell’esperienza. Se ciò non è ancora coscienza, come i filosofi si affretteranno a notare, è qualcosa che ne riprodurrà sempre più fedelmente le funzioni. E ciò pone un problema etico, prima ancora che economico. E’ lecito chiedersi se un’intelligenza artificiale sarà in grado di stabilire le giuste priorità o tenderà a seguire rigidamente le istruzioni ricevute. “La tua auto che si guida da sola potrebbe investire un cane per salvarti la vita (…). Ma se dovesse scegliere se passare sopra una coppia di anziani o un gruppo di bambini che attraversano la strada?”. Per non parlare dei problemi di attribuzione di responsabilità penale nel caso in cui un robot commetta un atto illecito. Nemmeno da un punto di vista economico le prospettive, secondo Kaplan, saranno automaticamente rosee. Certo, la tecnologia crea molti più lavori di quelli che distrugge. Ma il ritmo di questa sostituzione sta oggi accelerando. Kaplan cita uno studio dell’Università di Oxford secondo cui “il 47 per cento del totale degli impieghi negli Stati Uniti è ad alto rischio di automazione significativa”. Se il ritmo è troppo alto, il mercato farà più fatica a formare personale qualificato per i nuovi lavori. Una soluzione, scrive Kaplan, potrebbe consistere in un programma di prestiti: i lavoratori – sponsorizzati dalle aziende in base ai posti disponibili – si iscrivono a corsi di formazione certificati, per poi ripagare gradualmente il prestito una volta ottenuto uno stipendio. Le imprese che partecipano a questi programmi potrebbero ricevere degli sgravi fiscali. Che la soluzione sia questa o un’altra, il punto essenziale del libro è che il mercato del lavoro non si aggiusterà da solo. Per non lasciare indietro nessuno occorrerà ingegnarsi un po’. Se vogliamo, è anche questa una sfida tecnologica. Nessun pessimismo, nessuno scenario apocalittico, dunque; a patto che noi esseri umani “teniamo fermamente le nostre mani sul timone del progresso”.

 

LE PERSONE NON SERVONO
Jerry Kaplan
Luiss University Press, 198 pp., 18 euro

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