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Settantadue. #Dialisicriminale

Simone Pieranni
Alegre, 246 pp., 16 euro

22 Settembre 2016 alle 08:43

Settantadue. #Dialisicriminale

La macchina è vita. Non proprio come la Lista di Schindler, anzi per niente, perché non merita riconoscenza e non lava cattive coscienze. Né lei, la macchina che per tenerti vivo ti trasforma in cosa, e nemmeno la lista: la lista del trapianto che sola promette di liberarti dalla macchina. La macchina al più è “conservativa”, ti mantiene vivo. Più che altro la macchina è morte, almeno nel senso simbolico. E’ la livella di Totò che rende tutti uguali, prontamente evocata: “Una vita reclusa, in un letto-bilancia, con i minuti che segnano il peso che perdiamo. La livella dialitica: siamo tutti uguali. Tutti sfuggiamo a un abbandono. Una morte, un amore, una fortuna e forse, in fondo, una vita normale”. La macchina è morte comunque, anche a uscirne vivi. Forse lo è in generale la Sanità, pubblica italiana o cinese che sia. Perché la medicina delle macchine è la scienza economica dei corpi inerti, non più liberi: si impossessa di loro, li determina, rende pura o impura (come il sangue) la vita delle persone. “La verità: il novantanove per cento delle persone non ha idea di cosa sia la dialisi. Allora a quel punto o spieghi o stai zitto. Io sto zitto”. Settantadue sono i giorni di dialisi che Simone Pieranni ha fatto. In tre anni sono 1.728 ore, dieci settimane, a botte di quattro ore alla volta. Giornalista del manifesto, otto anni vissuti in Cina, fondatore del sito di informazione online ChinaFiles, a un certo punto di una vita giovane ha attraversato il confine della malattia, è entrato in quella sorta di mondo separato, o di community coatta, che sono i pazienti in dialisi. Non ne ha cavato un racconto autobiografico, né tantomeno edificante, ha troppe idee non pacificate sul mondo. Ma la dialisi è il motore narrativo di questo che è un romanzo, con tratti di autofiction, si potrebbe dire: a patto di intendersi sulla distanza che Pieranni rivendicherebbe tra la sua scrittura tutta schegge e la lepidezza au caviar di un pacificato Carrére. Il modulo, l’algoritmo generatore è l’attacco-stacco: quando si viene “attaccati” e “staccati” dalla macchina. Così attaccano e staccano, brusche, le linee narrative di un racconto frammentato, giustapposto. Che mescola la realtà di quei 72 gioni e un abbozzo di fiction criminale – potrebbe essere un’indagine sulla Roma della Magliana, ma la vena si secca presto. Poi ci sono le impressioni degli anni in Cina e i ricordi di Genova, la città natale. I paragrafi segnati tutti da un hashtag, “Shanghai #1”, “Roma #5”: l’ossessione dell’aggregatore tematico, quasi avesse le capacità taumaturgiche di tenere insieme brandelli di storie e di linguaggi. O forse è solo il tributo estetico a un segno che è come un tatuaggio di riconoscimento tra lettori più avvezzi ai social media che al fruscio della carta. I paragrafi dominati dalla “macchina” raccontano il mondo della dialisi: senza alcuna simpatia, anzi con un bel tratto di rancore (i maledetti vecchi che entrano a settant’anni, e non a trenta; i medici e gli infermieri; il fastidio). Da alcuni compagni di macchina, demi monde criminale in disarmo, parte l’abbozzo sulla banda della Magliana, come un delirio che evoca il cupo passato nazionale. I ricordi di Genova evocano lotte sociali, i ricordi cinesi evocano la rivolta anticoloniale dei taiping, quasi il presagio di una resa dei conti che non tarderà: tra il loro mondo e i “gweilo”, gli stranieri, l’occidente. La vita ha un percorso meno obbligato del sangue: “Cerco esperienze che mi insegnino a mettermi davvero nei panni di altri senza trasferirvi altri ‘me’, e la ragione per cui le cerco nelle vite di queste persone è una sola: abbiamo una cosa in comune. Abbiamo in comune il flusso sanguigno che ripara da fosforo e potassio”. Pieranni tiene l’asticella alta, pretende molto da sé perché non fa sconti a niente e nessuno. Chi vuole attaccarsi alla sua macchina ha un prezzo da pagare, non è una divagazione sul tema.      

 

SETTANTADUE. #DIALISICRIMINALE
Simone Pieranni
Alegre, 246 pp., 16 euro

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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