Sovranisti in confusione. Fermi tutti: il deficit va “sfiorato”, non sforato

Al direttore - Salvini li supera nei sondaggi e subito per Casaleggio “la democrazia non è il voto”.

Giuseppe De Filippi

 


 

Al direttore - Per l’opposizione, gli applausi e gli abbracci a Fico a Ravenna fanno più paura degli applausi a Salvini e Di Maio a Genova.

Andrea Minuz

 


 

Al direttore - Mariana Mazzucato (“La strada storta dello stato”, Repubblica 1° settembre) avanza la proposta che la Cassa depositi e prestiti, “attore pubblico autonomo dal potere politico ministeriale” e con “decennale esperienza nel settore infrastrutturale”, acquisisca “sul mercato la maggioranza del capitale azionario di Atlantia”, allo scopo di “migliorare il rapporto con le concessionarie”. A parte la sospensione del principio di non contraddizione inerente a “un attore pubblico autonomo dal potere pubblico”; a parte il contenuto della “decennale esperienza” che si può fare da socio di minoranza in Terna, Snam spa, Eni, Enel; a rendere perplessi è quel “migliorare il rapporto con le concessionarie”. Che il controllore si faccia controllato può far comodo al controllato; ma che il controllore debba spendere soldi per riuscire a fare il suo mestiere è clamoroso, e ancor più che a dirlo sia la paladina dello “stato imprenditore”. E non è finita: se “l’attore pubblico autonomo” vuol comperare sul mercato il 50 per cento del capitale, fa salire il valore del titolo: a meno che non vengano annunciati propositi espropriatori atti a farlo calare. In tal caso l’autonomia dell’“attore” riuscirebbe a evitare “al potere politico ministeriale” l’accusa di aggiotaggio? La strada storta dello Stato: non c’è che dire, titolo perfetto.

Franco Debenedetti

I sovranisti sono in stato di confusione.

 


 

Al direttore - Il più ostinato “romanizzatore dei barbari’’ del secolo scorso fu il primo ministro di Sua Maestà Neville Chamberlain, il quale divenne il principale protagonista del famigerato Patto di Monaco del settembre del 1938 che concesse a Hitler mano libera sulla Cecoslovacchia. Al ritorno in patria Chamberlain fu accolto da manifestazioni di consenso e la Camera dei Comuni, approvò, con 366 voti contro 144, la linea di condotta del governo “che nella recente crisi aveva evitato la guerra’’. Nella “Storia della Seconda guerra mondiale’’ Winston Churchill ricorda che il premier, insieme con il suo ministro degli Esteri Edward Halifax, si recò a Roma l’11 gennaio del 1939, confidando ancora una volta nella politica del contatto personale con i dittatori. Churchill cita un brano tratto dai “Diari” di Galeazzo Ciano, nel quale il genero e ministro degli Esteri di Benito Mussolini, descrive il clima dell’incontro ( “Ma come siamo lontani da questa gente!”) e sottolinea alcune affermazioni del Duce (“Questi sono ormai figli stanchi di una lunga serie di ricche generazioni’’). Non le sembra, direttore, che il tono dei fascisti di ieri somigli molto a quello degli sfascisti di oggi? Lo stesso Ciano dopo una quindicina di giorni consegna al “Diario” il racconto di un altro tentativo fallito di “romanizzazione’’. Per consentire a Mussolini di proporre eventuali osservazioni, Chamberlain gli fece pervenire la minuta del discorso che intendeva svolgere alla Camera a proposito dei risultati dell’incontro. “Credo che sia la prima volta – commentò il Duce – che il capo del governo britannico sottopone a un governo straniero le bozze di un suo discorso’’. E aggiunse: “Brutto segno per loro’’.

Giuliano Cazzola

 


 

Al direttore - Giorgia Meloni ha ragione quando dice che “la proposta leghista sulla tassa piatta fa impallidire” e che “essa riguarderà, nella migliore delle ipotesi, un milione di persone”. Io ho votato centrodestra, speravo in un governo di centrodestra e mai avrei votato centrodestra se avessi saputo che Salvini se ne sarebbe andato con Di Maio. Ma se Salvini dovesse riuscire a fare una buona legge di Stabilità, con una buona flat tax, non avrei problemi a cambiare idea. Ma temo che non ne sia capace. Molte chiacchiere, qualche distintivo, pochi risultati. Purtroppo.

Luca Meffi

Giorgia Meloni ha ragione anche quando dice “sento parlare soltanto di migranti, l’Italia invece ha bisogno di una rivoluzione economica”, e il senso dell’intervista pubblicata sabato scorso dal nostro giornale era prima di tutto questo, più che una polemica con Salvini. Ma il leader della Lega, così come quello del Movimento 5 stelle, ha un problema. Le sue promesse, anche quelle sensate, avevano come base di appoggio uno sforamento impossibile del rapporto deficit/pil (Di Maio e Salvini non è ancora chiaro se siano o no consapevoli del fatto che l’Italia, in base a ciò che prevede il Fiscal compact, ha un rapporto deficit/pil programmato per la prossima legge di Stabilità pari all’1,6 per cento, altro che 3 per cento) e a poco a poco i due vicepremier si stanno rendendo conto che la loro posizione non ha senso e non può funzionare. E così ieri per la prima volta il ministro dell’Interno, con un gioco di prestigio, ha confidato al Messaggero che il suo compito non è sforare il deficit ma è “sfiorarlo dolcemente”. Sfiorare dolcemente qualcosa che deve essere sforato è come l’obbligo flessibile. E’ come la flat tax con due aliquote. E’ come lo scatto dell’Iva che diventa “rimodulazione”. In poesia, gli ossimori sono arte. In politica, sono fuffa.

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