Una foto restaurata e colorata di Camille Claudel (Wikimedia Commons) 

lettere rubate

Vita di Camille Claudel, scultrice divorata da Rodin che voleva solo essere libera

Annalena Benini

Pia Rosenberger celebra la forza di Camille, non la sua sfortuna. Esalta il coraggio e la determinazione con cui una ragazza di campagna nel 1881 costringe la sua famiglia a darle il permesso di andare all'accademia, che accetta le donne e che prevede lo studio del nudo come materia per gli artisti

“Davvero?” chiese dubbioso Debussy. “Rodin ti manipola a suo piacimento. Inoltre la sua arte avrà sempre la precedenza sul vostro amore. E poi, che altro? Le sue storie? La sua compagna? La gente che lo celebra come un dio ai ricevimenti? Non ti capita mai di avere la sensazione che questo gigante ti divori tutta intera?”. “No”, disse Camille. “So cavarmela”.
Pia Rosenberger, “La scultrice. Vita di Camille Claudel” (Neri Pozza)

Questo romanzo si interrompe sull’orlo dell’abisso di Camille Claudel: tifa per lei dalla prima parola all’ultima e non poteva sopportare di raccontare la sconfitta esistenziale e la reclusione di un genio della scultura, di una donna che voleva a tutti i costi essere libera, alla fine dell’Ottocento a Parigi, e che ha finito i suoi giorni, anzi i suoi decenni, in un asilo psichiatrico, supplicando il fratello e la madre di liberarla. “Mia cara mamma, sei davvero cinica nel negarmi riparo a Villeneuve. Non darei scandalo come tu immagini. Riprendere l’esistenza normale mi darebbe una gioia tale che non farei nient’altro. Non mi muoverei neppure, tanta è stata la sofferenza”. La cara mamma non ebbe mai alcuna intenzione di riaccoglierla in casa, Camille morì di denutrizione e venne sepolta in una fossa comune. Le sue opere sono esposte in una sala del magnifico Museo Rodin, a Parigi, e al Museo d’Orsay.

Ma in questo romanzo viene celebrata la forza di Camille, non la sua sfortuna. Viene esaltato il coraggio e la determinazione con cui una ragazza di campagna di 17 anni nel 1881 costringe la sua famiglia a darle il permesso di studiare a Parigi all’Académie Colarossi, che accetta le donne e che prevede lo studio del nudo maschile e femminile come materia importante per gli artisti. Perché Camille vuole diventare una scultrice, anzi lo è già: fin da piccola impasta il fango e costringe i fratelli a posare per lei. Nessuno osa dirle di no e nessuno può negare il suo talento e infatti a soli 18 anni espone al Salon. E va a vivere con due amiche, per lo sdegno e forse anche il sollievo di sua madre, incontra Auguste Rodin, quarantenne, che è già un dio e che, la mette in guardia da Claude Debussy, da sempre innamorato di lei, la divorerà. Ma prima, l’esaltazione: l’amore, l’arte, la vita insieme, lui che si nutre della giovinezza e della forza di lei, lei che si affida a lui come al maestro di ogni cosa. “Mi domando perché dai tanta importanza al giudizio di un uomo che al posto del naso ha una proboscide”, scherza un amico, e solo Camille non ride. Più di tutto voleva diventare una grande scultrice, più brava degli uomini e delle donne, più brava di Rodin, all’inizio del Novecento. Nelle sue cartelle cliniche scriveranno: delirio persecutorio. 

  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.