I cattivi maestri di oggi si limitano a inseguire i loro follower. Ma sono pericolosi quanto quelli di ieri

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

21 OTT 26
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Al direttore - Caro Cerasa, ho trovato il suo editoriale di ieri sul sociologo collettivo del “sono criminali, ma” semplicemente perfetto. Sociologo collettivo che è composto, ovviamente, da molti cattivi maestri individuali. Ne cito uno a caso. Tomaso Montanari, sul Fatto quotidiano, ha spiegato che la violenza vera non è quella di chi devasta una città, ma è un’altra: è il fisco, la legge elettorale, il clima, il riarmo. Le mani di Meloni “lorde del sangue dei bambini di Gaza” – ha aggiunto – “non possono alzarsi a chiedere la condanna di alcunché”. Sono farneticazioni non solo di un intellettuale il quale ha smarrito il senso della misura, ma che ormai appartengono al bagaglio propagandistico e culturale di larga parte della sinistra italiana (parlamentare ed extraparlamentare). Parafrasando Totò, poi dice che uno si butta al centro.
Michele Magno
I cattivi maestri di oggi sono molto diversi da quelli di ieri. Un tempo, i cattivi maestri creavano prima di tutto obiettivi. Oggi, i cattivi maestri producono prima di tutto giustificazioni. Un tempo, guidavano i follower. Oggi, si fanno guidare dai follower. Non sono meno pericolosi. Sono solo un po’ più flaianei: derive gravi ma non serie.
Al direttore - Il Consiglio di stato tornerà sul payback 2015-2018 dei dispositivi medici. Il decreto legge 95 del 2025 ha però cambiato le regole, aprendo nuovi dubbi di costituzionalità. Nel 2024 la Consulta aveva giudicato legittimo il meccanismo anche per il suo carattere temporaneo e solidaristico. Ora le somme versate in eccedenza possono coprire sforamenti successivi al 2018: un contributo eccezionale rischia di diventare un prelievo permanente, incidendo sulla libertà d’impresa. C’è poi la riduzione dell’onere al 25 per cento, subordinata alla rinuncia ai ricorsi: un possibile vulnus al diritto di difesa, dopo che la Consulta aveva già imposto una riduzione generale, non legata al contenzioso. Restano i dubbi sulla compatibilità con il diritto europeo, sulla proporzionalità e prevedibilità degli oneri. In gioco non è solo quanto le imprese debbano pagare, ma quanto a lungo un meccanismo nato come eccezione possa gravare sul settore sanitario.
Giuseppe de Vergottini
Al direttore - Il 26 maggio 2025, in Senato, con Carlo Calenda presentammo la proposta di legge di Azione sullo scudo democratico contro le ingerenze straniere. Il 20 ottobre 2026, dopo 17 mesi, il testo è stato incardinato in commissione Affari costituzionali. Non recriminiamo sul tempo perduto: usiamo quanto resta della legislatura per difendere la democrazia liberale. Le infrastrutture critiche sotto attacco non sono soltanto reti energetiche e trasporti: sono anche i processi elettorali. Perché i leader di destra, centro e sinistra non sottoscrivono un patto per difendere la democrazia liberale, come sta avvenendo in Francia? La minaccia è reale e concreta. Secondo il Servizio europeo per l’azione esterna, nel 2025 sono stati analizzati 540 episodi di manipolazione informativa straniera, attraverso circa 10.500 canali e 43 mila contenuti: il 29 per cento attribuito alla Russia e il 6 per cento alla Cina. L’obiettivo non è solo favorire una parte politica, ma seminare paura e sfiducia nella democrazia. Lo scudo democratico tutela la libertà di voto sancita dall’articolo 48 della Costituzione. Rafforza il monitoraggio dell’Agcom e il ruolo informativo del Dis, contrasta le campagne di disinformazione alimentate dall’intelligenza artificiale e dalle fabbriche di bot e prevede sanzioni per chi organizza, finanzia o favorisce interferenze straniere nelle elezioni. Non vogliamo censurare nessuno. Vogliamo che gli elettori sappiano se dietro a un messaggio c’è una persona reale o uno sciame di bot e se un contenuto presentato come “informativo” è parte di una campagna coordinata di disinformazione, manipolazione degli algoritmi, pubblicità occulta e deepfake. La presidente Meloni ha riconosciuto la gravità della guerra ibrida, cosa di cui alcuni suoi alleati e avversari ancora disconoscono l’esistenza. Ora dalle parole bisogna passare ai fatti. Continueremo a fare la nostra parte, dentro e fuori le istituzioni. Anche per questo, il 7 novembre, saremo a Bologna con Europeisti per il lancio di una grande mobilitazione nazionale contro l’inquinamento informativo. Perché una legge contro la guerra ibrida da sola non basta. La prima linea di difesa sono i maestri d’asilo.
Marco Lombardo, senatore di Azione
Ben fatto.