Partire da prove, non da teoremi. Che cosa ci dice un’archiviazione

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

15 OTT 26
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Foto ANSA

Al direttore - Il suo editoriale dare ordine al disordine, offre uno spunto importante: trasformare le convergenze tra schieramenti diversi in una concreta capacità di governare il cambiamento. La vera sfida della leadership non è alimentare il consenso attraverso la contrapposizione, ma individuare le priorità, assumere decisioni e produrre risultati misurabili. Europa, competitività, transizione energetica e modernizzazione delle istituzioni richiedono meno dichiarazioni di principio e più capacità di attuazione. Il pragmatismo non significa rinunciare alle differenze, ma riconoscere che il confronto acquista valore quando contribuisce a costruire soluzioni. E’ qui che si misura la leadership: nella capacità di indicare una direzione, mobilitare risorse, correggere ciò che non funziona e assumersi la responsabilità delle scelte.
Andrea Zirilli
Al direttore - Ho letto con interesse l’articolo di Ermes Antonucci sulla pista mafia-appalti. Liquidarla come un insieme di congetture mi sembra altrettanto semplicistico che attribuirle l’intera spiegazione delle stragi del 1992. Gli elementi investigativi sulle infiltrazioni mafiose negli appalti e sui rapporti tra Cosa nostra, imprenditoria e politica esistevano. Nessuno sostiene che quella pista rappresenti l’unico movente delle stragi, ma è difficile negare che toccasse interessi particolarmente delicati. E la vicenda dell’archiviazione merita ben altra attenzione: il 13 luglio 1992, mentre Borsellino era ancora vivo e manifestava interesse per quelle indagini, i magistrati Lo Forte e Scarpinato firmarono una richiesta di archiviazione riguardante numerose posizioni, anche imprenditoriali. Il 22 luglio, appena tre giorni dopo via D’Amelio, la richiesta fu depositata presso il gip, che la accolse il 14 agosto, in pieno periodo ferragostano. Formalmente si trattava di una parte dell’inchiesta, non della sua totalità. Ma fermarsi a questa distinzione significa eludere la questione sostanziale: perché procedere con quella tempistica mentre risultavano ancora possibili approfondimenti investigativi? E quale peso ebbe quella decisione sul futuro dell’indagine? Infine, le testimonianze di Antonio Di Pietro sui suoi contatti diretti con Falcone e Borsellino confermano quanto i due magistrati considerassero importante approfondire il sistema degli appalti. Davvero possiamo liquidare tutto come una suggestione? Un’archiviazione non dimostra un insabbiamento, ma non cancella gli interrogativi.
Matteo Zilocchi
Un’archiviazione dimostra quello che deve dimostrare. Ovvero che i fatti contestati non erano evidentemente da contestare e che i magistrati dovrebbero occuparsi di fare indagini partendo non dai teoremi ma dalle prove. Articolo perfetto. Ma grazie dello spunto.
Al direttore - “Al centro abbiamo sempre perso e non faremo mai più larghe intese” (Elly Schlein, ottobre 2026). “I partiti che desiderino entrare nell’Internazionale comunista sono obbligati a riconoscere l’imprescindibilità della rottura completa e assoluta col riformismo e con la politica di ‘centro’” (dal punto 7 dei 21 della Terza Internazionale Comunista, agosto 1920).
Giuliano Cazzola
Andare un po’ al centro non è mai stato sufficiente, per il centrosinistra, per vincere le elezioni in modo rotondo e per avere una sua stabilità. Ma andare molto a sinistra, allo stesso tempo, non ha mai aiutato il centrosinistra a vincere le elezioni. Meglio perdere che perdersi o meglio perdersi che perdere?
Al direttore - Sono stata citata sul suo giornale e intendo esercitare il diritto di rettifica previsto dalla legge, essendomi state attribuite posizioni e opinioni che non corrispondono alle mie e che, anzi, ritengo lesive della mia reputazione. Nell’intervista fatta dalla sottoscritta a Kenneth Stern su Kritica, lo studioso afferma che la definizione dell’Ihra “è stata utilizzata per affermare che se qualcuno viola ciò che, secondo qualcuno, la definizione stabilisce, in particolare riguardo a Israele, sta esprimendo antisemitismo”. E’ ciò che fa Guido Vitiello nel suo articolo: prende mie affermazioni critiche nei confronti di Israele, a commento di condotte degli ultimi tre anni, e gli attribuisce arbitrariamente la valenza di “stereotipo contro gli ebrei”, per tacciarle di antisemitismo. In questo modo trasforma la definizione in un’arma, per rivolgerla contro di me. Nell’intervista, Stern denuncia tali pratiche come “weaponization” e spiega come abbiano distrutto la salute della democrazia. Non contento di attribuirmi concetti e contenuti mai espressi, l’autore ripete la tecnica anche con lo stesso Stern, affermando che sarebbe addirittura lo studioso in persona, e non Vitiello, a considerare antisemite le mie affermazioni “se le conoscesse”. In buona sostanza, lo tratta da ignaro; perché se ignaro non fosse, è la sua insinuazione, penserebbe e direbbe le stesse cose che Vitiello ritiene. Neanche in una fiction ci si può permettere di attribuire mendacemente a persone terze realmente esistenti concetti, idee e posizioni mai espresse, e frutto solo della propria immaginazione. Figurarsi in un articolo di giornale.
Federica D’Alessio
Risponde Guido Vitiello. Mi tocca rettificare la rettifica, perché Federica D’Alessio mi attribuisce opinioni che non sono le mie. Io non dico (né tantomeno implico) che D’Alessio, parlando di Israele, alluda in realtà agli ebrei, come Meloni quando chiamava Soros “usuraio”; dico semmai che le accuse che rivolge a Israele – di essere mosso dall’odio per l’umanità, di essere uno stato sadico che gode nel rovinare il Natale ai cristiani (e ai musulmani), di essere un paese fondato su una grandiosa impostura – sono, pari pari, accuse rivolte per millenni agli ebrei. Pezzi ben noti dell’archivio antisemita. Che D’Alessio ne sia consapevole o meno è del tutto irrilevante: i pregiudizi sono tali proprio perché inconsapevoli (altrimenti sarebbero giudizi) e gli stereotipi circolano più facilmente tra chi ne ignora le fonti. Ma il suo mi pare un caso di scuola del principio che le ha illustrato Stern: l’antisionismo diventa antisemitismo “quando si utilizzano i classici stereotipi sugli ebrei e li si applicano a Israele”. Appunto.