il caso
Così "mafia e appalti" è diventato un mito alternativo alla trattativa Stato-mafia
Il decreto di archiviazione del gip di Caltanissetta è il trionfo della tesi precostituita: i fatti piegati ai teoremi. Ma la verità è che dall'inchiesta nissena, durata quattro anni, non sono emerse nuove prove sulle stragi mafiose del 1992

Ansa
Zero spaccato. Con questa espressione lo scorso dicembre il procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca, in una lunga audizione in commissione parlamentare Antimafia, definì la credibilità investigativa della “pista nera” sulle stragi mafiose del 1992, cioè sul presunto coinvolgimento di ambienti dell’estrema destra e del neofascismo nell’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ebbene, a distanza di dieci mesi, zero spaccato può essere definito anche il risultato investigativo ottenuto dalla procura nissena nei suoi oltre quattro anni spesi a indagare sull’ipotesi che il procedimento “mafia e appalti” abbia costituito una concausa delle stragi del 1992. Si tratta della pista che la procura di Caltanissetta ha in qualche modo voluto opporre con forza a quella della fantomatica “trattativa Stato-mafia”, il grande romanzo messo in piedi dalla procura di Palermo (bocciato nel 2023 dalla Cassazione) che vorrebbe identificare i presunti mandanti delle stragi in alcuni rappresentanti della politica e delle forze dell’ordine. Se quel folle filone giudiziario è stato fomentato per anni dal Movimento 5 stelle, ad alimentare la pista mafia-appalti ci ha pensato il centrodestra (in particolare Fratelli d’Italia) una volta vinte le elezioni, come a fare da contraltare alla pazza stagione dei filo-trattativisti. Il risultato però anche in questo caso, a ben vedere, è lo stesso: zero spaccato.
Nei giorni scorsi il giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta, Santi Bologna, ha disposto – su richiesta della stessa procura – l’archiviazione dell’indagine nei confronti degli ex magistrati Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone (oltre che del generale della Guardia di Finanza Stefano Screpanti), che erano accusati di favoreggiamento aggravato per aver agevolato la mafia proprio in relazione alla gestione del procedimento mafia e appalti nel 1992.
Negli ultimi giorni si è molto discusso delle parole dedicate dal gip Bologna nel suo provvedimento all’ex pm Roberto Scarpinato (mai indagato, ma “accusato” di aver svolto un’attività depistante in commissione Antimafia). Nessuno ha però posto l’attenzione sul reale contenuto del lungo decreto di archiviazione (644 pagine) e sulle singolari modalità logiche e argomentative usate dal gip, che, pur archiviando l’indagine, ha mostrato di aderire alle tesi della procura di Caltanissetta.
Il decreto di archiviazione del gip è infatti il trionfo della tesi precostituita: una ricostruzione (a tratti caratterizzata da spunti moraleggianti e storiografici) che piega i fatti alle proprie conclusioni, seleziona gli elementi che la assecondano e forza quelli che la mettono in crisi. Il risultato è un provvedimento giudiziario disseminato di contraddizioni. Quello più evidente riguarda proprio l’assunto fondamentale dell’indagine. Il gip Santi Bologna afferma: “Si può confermare, anche in questa sede, che l’interessamento di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino per la promozione delle investigazioni nel settore inerente alla gestione illecita degli appalti, e in particolar modo per l’indagine c.d. mafia appalti, costituisce concausa (non causa unica), ascrivibile al momento preventivo, comune ad entrambe le stragi” (pag. 152). Sulla base di quali prove o indizi la procura e il gip arrivano a questa conclusione? Semplicemente richiamando i passaggi di alcune sentenze passate dei processi relativi alle stragi di Capaci e di Via D’Amelio, in cui si sottolinea l’interesse mostrato da Falcone e poi da Borsellino per il coinvolgimento di Cosa nostra nel settore degli appalti. A queste informazioni già note, la procura di Caltanissetta non fa che aggiungere semplicemente il riferimento ad alcuni documenti processuali che vennero rinvenuti nell’ufficio di Borsellino dopo la sua uccisione.
Insomma, dall’indagine di Caltanissetta non emerge alcun nuovo elemento probatorio. Da nessuna parte procura e gip sono in grado di indicare nuovi riscontri capaci di dimostrare la vera questione al centro dell’inchiesta: che Cosa nostra avesse effettivamente percepito le indagini sugli appalti come una minaccia ai propri interessi e che tale percezione avesse contribuito alla decisione di uccidere Falcone e Borsellino. La ricostruzione documenta l’interesse dei due magistrati per quel filone investigativo, ma dà per acquisito il nesso causale che dovrebbe invece dimostrare. Ma la riproposizione di elementi già noti non colma questa lacuna: la pericolosità potenziale di un’indagine non prova che essa abbia concorso a determinare una strage. Insomma, da questo punto di vista l’indagine nissena offre un contributo di valore “zero spaccato”.
Peggio dello zero spaccato, però, sono le forzature logiche e motivazionali con cui procura e gip si spingono a sostenere tesi collaterali a quella centrale. Una su tutte: Borsellino venne tenuto all’oscuro dai suoi colleghi della richiesta di archiviazione dell’indagine mafia e appalti di cui si stava interessando. La richiesta di archiviazione dell’indagine venne firmata il 13 luglio 1992 da Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte. Il giorno successivo alla procura di Palermo si tenne una riunione per fare il punto sulla situazione nell’ufficio. La conclusione del gip è netta: “Borsellino, né prima, né nel corso della riunione del 14.07.1992 fu (volutamente) informato del fatto che il giorno precedente era stata firmata richiesta di archiviazione nel procedimento n. 2789/1990” (pag. 147). Questa affermazione, molto pesante nei confronti dei magistrati che gestirono l’indagine e dei vertici della procura, non risulta però fondata su elementi probatori.
Per cercare di ricostruire cosa accadde nella riunione, il giudice prende in esame le audizioni rese dai magistrati di Palermo al Csm nel luglio 1992, subito dopo la strage di Via D’Amelio. E’ lo stesso gip ad ammettere che da quei verbali “non è possibile trarre elementi univoci sul ‘tenore delle interlocuzioni’” avute da Borsellino con i colleghi, in particolare Lo Forte e Pignatone (Scarpinato fu assente). Tra le toghe infatti c’è chi non riferì nulla di rilevante, chi affermò che Borsellino chiese chiarimenti sulle indagini e sui motivi per i quali alcune carte non fossero state acquisite (come Domenico Gozzo), chi non ricordò neppure un suo intervento (come Antonio Ingroia). Un magistrato si spinse addirittura ad affermare che la riunione fu caratterizzata da “massima linearità e compattezza”, senza polemiche sulle indagini. Alla domanda se Borsellino avesse chiesto chiarimenti sul processo, rispose: “No, assolutamente no”, aggiungendo di esserne “assolutamente sicuro”. Chi era quel magistrato? Salvatore De Luca, proprio il procuratore di Caltanissetta che ha condotto l’indagine sulla gestione di mafia e appalti.
Ebbene, di fronte a questo quadro il gip afferma che “tra il ‘contrasto visibile’ di cui parla il Dott. Gozzo e la ‘totale assenza di richiesta di chiarimenti’ di cui parla il Dott. De Luca, non vi è dubbio che – al netto di questioni semantiche – quando si parlò di mafia-appalti il Dott. Borsellino intervenne” (pag. 145). “Sostenere il contrario è privo di coerenza logica e significherebbe affermare che i Dott.ri Gozzo, Patronaggio, Consiglio e Principato (e persino il Dott. Pignatone) si siano inventati che il Dott. Borsellino ebbe ad interloquire sul tema mafia-appalti”, puntualizza il gip. In altre parole – e questa è una delle poche vere notizie contenute nel provvedimento di archiviazione – per il gip il procuratore De Luca è da ritenersi sostanzialmente inattendibile quando nel 1992 affermò che alla riunione del 14 luglio Borsellino non chiese chiarimenti sull’indagine mafia e appalti.
Ma proseguiamo e arriviamo alla tesi dell’occultamento volontario dell’archiviazione. Il gip osserva che “nessuno dei magistrati auditi al Csm nel luglio del 1992 ha fatto riferimento alla circostanza che nella riunione del 14.07.1992 si fosse fatto riferimento alla richiesta di archiviazione” (pag. 350). Soltanto in anni più recenti alcuni dei magistrati che parteciparono alla riunione (Lo Forte e Scarpinato in primis, ma anche Patronaggio) hanno dichiarato alle autorità giudiziarie che nel corso di quell’incontro Borsellino venne informato della richiesta di archiviazione. Dichiarazioni che vengono ritenute dal gip inattendibili, perché “appare difficile che il ricordo di circostanze così puntuali sia più solido di quello che si aveva a distanza di due settimane dai fatti”. Così il gip conclude che Borsellino fu “volutamente” tenuto all’oscuro della richiesta di archiviazione. Ma qui il ragionamento compie un salto illogico: dalla mancata menzione di una circostanza nelle dichiarazioni rese nel 1992 deduce prima che quella circostanza non si verificò, poi che la sua mancata comunicazione fu intenzionale. Ma per sostenere che nel 1992 vi sia stato un occultamento servono elementi specifici sull’intenzione di escludere Borsellino dall’informazione, non la sola assenza di un riferimento nelle audizioni. Il gip Bologna, però, sembra più interessato ad affermare alcune tesi anziché dimostrarle.
Un altro esempio. Bologna afferma: “Se è vero che il Dott. Borsellino fu informato della richiesta di archiviazione, si dovrebbe spiegare come coniugare tale dato con quanto riferito dal Dott. Gozzo che ha parlato di circostanze (acquisizione di atti e, finanche, di rinvio della discussione sul punto) totalmente incompatibili con un esito definitorio come quello rappresentato dalla richiesta di archiviazione” (pag. 350). Ma l’incompatibilità non è affatto evidente. La richiesta firmata il 13 luglio riguardava una parte del procedimento mafia e appalti, relativa alle posizioni residuali degli imprenditori e dei politici per le quali i magistrati ritenevano insufficienti gli elementi probatori. Una richiesta di archiviazione relativa a determinate posizioni non esclude necessariamente che, nella stessa riunione, come riferito da Gozzo, si possano discutere ulteriori acquisizioni, sviluppi investigativi o documenti relativi ad altri segmenti della vicenda. Insomma, il fatto che Borsellino chiedesse spiegazioni su carte provenienti dalla procura di Marsala non dimostra automaticamente che ignorasse l’esistenza di una richiesta di archiviazione parziale (né ovviamente che ne fosse informato). La testimonianza di Gozzo, dunque, non risolve la questione nei termini categorici sostenuti dal gip.
In definitiva, se dopo oltre quattro anni di indagini la procura non è riuscita a produrre nuove prove, il decreto di archiviazione riesce nell’impresa di aggiungere al vuoto investigativo una ricostruzione piena di salti logici, sospetti e accuse senza riscontri. Un monumento alla tesi precostituita, che archivia gli indagati e lascia intatti tutti gli interrogativi sulle stragi.