Come riequilibrare il racconto della guerra in medio oriente. Consigli

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

10 OTT 26
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Al direttore - Nel 1955, studente di scuola media, partecipai con la mia classe e altre scolaresche alla proiezione in un cinema cittadino di “K2“, il documentario ufficiale che raccontava – con immagini bellissime – l’impresa della spedizione italiana del 1954, che vide Achille Compagnoni e Lino Lacedelli scalare per la prima volta quella vetta. Agli studenti di oggi mostreranno, implacabilmente nelle scuole, il docufilm “Naza” finché non vi sarà qualcuno che reagirà come il rag. Fantozzi alla proiezione, per l’ennesima volta in sala mensa, del film “La corazzata Potemkin”.
Giuliano Cazzola
Per riequilibrare il racconto della guerra in medio oriente sul modello “Naza”, tre consigli. “Fauda”, ma lo sapete (puntate sei e sette della quinta stagione). “Naza: The Real Story”, un documentario israeliano costruito sulle testimonianze di comandanti e ufficiali dell’intelligence dell’Idf. L’intervento di Luigi Marattin, giovedì sera, a “Piazza pulita”, con cui ha provato a spiegare l’ovvio: equiparare il terrorismo che ha spinto Hamas a organizzare il 7 ottobre con le ragioni che hanno spinto Israele a difendersi con tutte le sue forze, anche in modo tragico, come tragiche sono tutte le guerre urbane, è un inno alla malafede, non un’operazione di verità.
Al direttore - Gentile Cerasa, vorrei sapere perché oggi il vostro giornale mi ha definita “il ministro delle camelie”. Chi conosce la letteratura e il romanzo di Alexandre Dumas figlio – e non dubito che al Foglio lo conosciate – sa che questo riferimento ha un significato dispregiativo e una connotazione discriminatoria e sessista nei confronti di una donna. Mi aspetto pertanto una spiegazione puntuale di tale discutibile scelta editoriale. Preciso inoltre, affinché venga almeno rispettata la cronaca dei fatti, di non essere stata io a ricordare la vicenda dei franchi tiratori che mi ha riguardato, ma un giornalista di un’altra testata. In attesa di una spiegazione esplicita sul suo giornale della denominazione usata nei miei riguardi, la saluto distintamente.
Elisabetta Casellati, ministro per le Riforme istituzionali e la Semplificazione normativa
Risponde Carmelo Caruso. Cara ministra, la camelia non era quella di Dumas, ma semplicemente la sua spilla, che mi ha fatto pensare al fiore. Nessun dispregiativo, nessuna ironia; voleva essere solo una carezza floreale, ma mi dispiace se la metafora non era colta e ha fatto pensare a Dumas. Come dice Montanelli, l’asino sono io se non mi faccio capire. Ribadisco, nessuna insinuazione, semmai solo un’attenzione alle sue parole (che tra l’altro ricordavano un episodio – la sua elezione – dove mancò la lealtà). Un saluto sincero e vero.