Lettere
Ilva diventerà il parco giochi sognato da Beppe Grillo, al grido di: “Il capitalismo ha perso”
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
12 SET 26

Foto ANSA
Al direttore - Caro Cerasa, la proiezione alla Mostra del Cinema veneziana di “Naza” (da Nezek Agavi, “danno collaterale”) è stata salutata dagli spettatori con una standing ovation durata mezz’ora, mentre in sala sventolavano festosamente bandiere palestinesi e venivano pronunciati ben noti slogan antisraeliani. Per altro verso, alcune delle prime recensioni candidano il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor al Leone d’oro. Girato di notte sui tetti di Tel Aviv, “Naza” raccoglie le testimonianze anonime di ventiquattro tra ufficiali dell’intelligence e soldati dell’Idf per svelare, dall’interno, i meccanismi del deliberato sterminio di massa dei civili palestinesi a Gaza, anche se di quest’ultimo non si vede un’immagine. Il genocidio c’è stato, insomma, e i due registi (israeliani) lo denunciano senza mezzi termini. Non so cosa ne pensa Mariarosa Mancuso, ma un docufilm con questa tesi osannato dal pubblico e dalla critica rischia di essere più potente di mille discorsi deliranti à la Francesca Albanese. La faccenda è seria.
Michele Magno
“Mi sono sempre opposta e continuo a oppormi a un uso del termine genocidio che non ha nulla di analitico, ma ha molto di vendicativo. E’ uno scrollarsi di dosso la responsabilità storica dell’Europa, inventando una sorta di contrappasso senza senso, un ribaltare sulle vittime del nazismo le colpe dell’Israele di oggi dipinto come nuovo nazismo”. Frasi utili da ricordare per chiunque scelga di andare a vedere “Naza”. Frase non di un Nazi, insensibile ai Naza, ma di Liliana Segre: due agosto 2025.
Al direttore - Ho molto apprezzato e condiviso, caro Cerasa, la sua requisitoria contro i killer dell’ex Ilva e la denuncia del contesto di malafede, opportunismo, ipocrisia e golpismo istituzionale che ha consentito il delitto e garantita l’impunità. Faccio solo notare che, mentre a Palazzo Chigi si discuteva della più grande operazione assistenziale della storia, l’associazione Genitori tarantini rimproverava il presidente Antonio Decaro di aver cambiato la linea della regione, associandola alla richiesta – alla Corte d’appello di Milano – di sospensione dell’ukase, anziché “cercare di influenzarne la valutazione a favore del popolo tarantino” ovvero per la conferma della chiusura dello stabilimento. Inoltre, un anonimo si è preso la briga di far pervenire a Palazzo Chigi un servizio fotografico scattato da un aereo dal quale emergerebbe chiaramente che “l’acciaieria di Taranto è un rottame costosissimo da rimettere a norma e una bomba ecologica che nessun nuovo proprietario può disinnescare”, Insomma, l’ex Ilva deve morire. E basta.
Giuliano Cazzola
Ilva, una volta che sarà chiusa, nella sua parte a caldo, diventerà presto l’ambito parco giochi sognato da Beppe Grillo con cui gli ambientalisti ideologici potranno dire: ha perso il capitalismo, abbiamo vinto noi.
Al direttore - Con le dichiarazioni di Carlo Messina, dopo quelle di Carlo Cimbri, sul futuro dell’operazione Montepaschi – descritta approfonditamente dal Foglio – dichiarazioni che rassicurano pienamente azionisti, territorio e dipendenti, dovrebbero spegnersi le frettolose critiche preventive su di un asserito smembramento e quant’altro del Monte. Semmai bisognerà pensare al seguito delle procedure delle offerte, alla “consecutio” di esse (in relazione alle diverse tempistiche), alle decisioni dell’organo di vigilanza e delle altre numerose authority competenti in materia. Quest’ultimo aspetto del problema nelle cronache viene erratamente sottovalutato. Poi ovviamente vi saranno le decisive scelte del mercato. In ogni caso, il sostegno che Intesa ha ricevuto dai suoi azionisti è all’altezza della sua forza di prima banca italiana, cosa che dice molto sui futuri passaggi. Con i migliori saluti.
Angelo De Mattia
Al direttore - Nel mentre è in atto il tumulto internazionale (guerre in corso e pronunciamenti elettorali in stile Sassonia-Anhalt), ecco che nella storia della sinistra italiana ritorna a bussare con forza un dilemma di verità. Negli anni Settanta, quando l’inflazione divorava i redditi popolari, il maggiore partito della sinistra del tempo, il Pci, si divise tra chi riteneva necessario prima fermare il carovita e poi aprire una stagione redistributiva (linea Giorgio Amendola) e chi si opponeva a tale ordine delle priorità. Era la logica dei due tempi: prima mettere in sicurezza il quadro generale, per assicurare e innovare poi la giustizia sociale. Oggi la gathering storm che investe le democrazie liberali ripropone lo stesso bivio. Da un lato, chi sostiene che la risposta militare e strategica ai regimi autocratici e alle destabilizzazioni interne dell’ultradestra sia il primo compito della democrazia; dall’altro, chi rifiuta il riarmo e chiede di concentrare ogni risorsa sul welfare. Ma la realtà è più severa delle intenzioni. L’Ucraina e Israele mostrano che nessuna politica redistributiva avanzata è possibile se prima non si garantisce la sopravvivenza dello Stato. Senza sicurezza, non c’è progresso; senza difesa, non c’è giustizia sociale. Per questo la politica dei due tempi non è un artificio teorico: è la condizione di possibilità della democrazia. Prima difendersi, poi redistribuire.
Alberto Bianchi