Economia
L'EDITORIALE DEL DIRETTORE •
L’Ilva come autobiografia della nazione
Come l’ambientalismo ideologico supportato da una magistratura senza briglie, un sindacato miope e una politica inadeguata ha reso possibile il collasso dell’acciaieria più importante d’Europa
10 SET 26

Foto ANSA
Quattro lettere, una storia locale, un dramma nazionale e un filo conduttore che forse esiste anche se in pochi lo vogliono vedere: se si chiude lì, perché non chiudere Milano? Nel novembre del 1922, nel famoso “Elogio della ghigliottina”, Piero Gobetti, giornalista, filosofo, editore e volto chiave dell’antifascismo italiano, la cui storia è stata spesso rievocata in questi mesi anche per le celebrazioni legate ai cento anni dalla sua morte, definì il fascismo “l’autobiografia della nazione”. Provare a immaginare oggi quale possa essere una vera e rappresentativa autobiografia di una nazione non è semplice. Ma se volessimo per un istante allontanarci dalla suggestione di voler considerare come perfetta fotografia dell’Italia la storia delle bombe d’amore recapitate a casa di un celebre conduttore televisivo o la storia di un generale descamisado che promette di tenere banco per i prossimi mesi di campagna elettorale per i suoi occhi a cuoricino per Putin potremmo provare a sostenere che la vera, profonda, angosciante ma necessaria autobiografia di una nazione, oggi, corrisponde a una parola di quattro lettere contro la quale, da quattordici anni, sbatte le corna la politica italiana: Ilva.
Ilva è l’autobiografia di una nazione perché incarna, in un’unica storia, tutti i principali vizi e tutti gli irremovibili tabù del nostro paese. Magistratura che esonda, sindacati che dormono, politica che ronfa, imprenditori che sonnecchiano, investitori che fuggono, deindustrializzazione che galoppa. Non è, purtroppo, Ilva, una storia di quelle che piacciono a noi, una storia di ottimismo, una storia che sprizza energia da tutti i pori. Ma è una storia necessaria da capire per chiunque voglia tentare, in qualche modo, di costruire un’Italia migliore rispetto a quella vista in questi anni. Quando si parla di Ilva, o meglio dell’ex Ilva, di quella che è stata una delle acciaierie più importanti d’Europa, è difficile trovare un filo d’Arianna per entrare con facilità in una storia pazzotica, complicata, irrisolvibile. Ma ogni volta che si ragiona attorno al tema dell’Ilva bisognerebbe avere il coraggio di ricordare una piccola verità che tiene insieme tutte le altre: l’Ilva non è solo l’autobiografia di una nazione ma è l’immagine perfetta di ciò che accade in un paese in cui l’ambientalismo ideologico perde ogni briglia, perde ogni freno, e in cui con la complicità di una magistratura senza bussola, un sindacato senza visione, una politica incompetente la deindustrializzazione non diventa un male da evitare ma diventa un orizzonte da perseguire per poter avere un ambiente migliore. La storia di Ilva, se la vogliamo raccontare con onestà riavvolgendo il nastro, arrivando ai primi anni Duemila, è una storia drammatica, di un impianto siderurgico attorno al quale una politica scellerata lasciò che città e fabbrica crescessero fino quasi a saldarsi, e di una fabbrica che nei primi anni Duemila avrebbe certamente potuto fare molto di più per rispettare la salute dei cittadini.
Ma la storia della distruzione di Ilva è una storia all’interno della quale la riduzione della produzione è stata da sempre considerata come l’unico modo per arrivare a una fabbrica sostenibile per l’ambiente. Beppe Grillo lo diceva esplicitamente, sognava di vedere Ilva svuotata, per trasformarla in un parco giochi, e i passaggi con cui la magistratura ha tentato di rendere impossibile a Ilva avere un futuro, perché dare un futuro a Ilva è sempre stato considerato come una minaccia all’ambiente, sono tanti. Nel 2012, nel procedimento che portò al primo sequestro dell’Ilva furono utilizzate anche le Bat, cioè le “migliori tecniche disponibili” per ridurre l’inquinamento. In sintesi: standard più severi rispetto a quelli utilizzati, standard che all’epoca non erano ancora stati recepiti come obbligatori nell’ordinamento italiano. Nel 2013, come ricorderete, vennero sequestrati 8,1 miliardi ai Riva calcolando come profitto del reato ciò che, secondo l’accusa, la famiglia aveva risparmiato non realizzando interventi ambientali: pochi mesi dopo la Cassazione annullò il sequestro. Nel 2022, i commissari dicono di aver realizzato il 90 per cento delle prescrizioni ambientali. Ma per i giudici neppure il 90 per cento basta: ritengono che il presupposto del sequestro non sia ancora superato e gli impianti restano confiscati. Il filo è sempre lo stesso: Ilva, per non inquinare, deve morire.
Nel 2026, pochi mesi fa, l’ultima chicca. La Corte d’appello di Milano riconosce che i limiti di legge sulle polveri non sono stati superati, dice però che quei limiti non garantiscono abbastanza la salute e ordina lo stop stabilendo che Ilva potrà ripartire quando le polveri saranno ricondotte entro “limiti di sicurezza”, nessuno sa quali, e in aggiunta, nonostante l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale avesse affermato che l’amianto residuo era pienamente contenuto e che le zone interessate non rappresentavano allo stato una fonte di rischio, la Corte giudica insufficiente quella valutazione, disapplica su questo punto l’Aia – l’Autorizzazione integrata ambientale, cioè il permesso pubblico che stabilisce a quali condizioni una fabbrica può produrre – e sostituisce al criterio del contenimento quello della rimozione totale prima della ripartenza. Risultato: se prendiamo come metro la produzione, nel 2025 Ilva ha prodotto circa un quarto dell’acciaio prodotto nel 2012, circa due milioni di tonnellate contro oltre otto milioni. Effetto sugli altiforni: Afo1 è ancora sequestrato, Afo4 è fermo per manutenzione e Afo2, pur dopo il nuovo incidente di agosto, è rimasto l’unico altoforno in marcia. E non è un caso che i quattordici acciaieri italiani che hanno manifestato interesse per Ilva lo abbiano fatto soltanto per l’area a freddo.
Sintesi: Taranto può avere un futuro solo lavorando acciaio prodotto altrove, senza più produrre acciaio primario. Ma per capire bene in che modo Ilva, in questi anni, sia diventata lo specchio perfetto di un’Italia ostaggio dei suoi demoni e delle sue ideologie c’è un passaggio che va isolato, nel decreto della Corte d’appello. Un passaggio che si sviluppa tra le pagine 33 e 37 e arriva alle sue conseguenze a pagina 44, quando la Corte in modo esplicito sostiene che vadano fissati nuovi limiti per le polveri sottili – sia quelle fino a 10 micrometri, Pm10, sia quelle ancora più fini fino a 2,5 micrometri, Pm2,5 – perché considera insufficienti i limiti oggi previsti dalla legge per escludere rischi sanitari. Secondo i dati Arpa sulla qualità dell’aria, nel 2025, nella centralina Tamburi-Orsini, quella che misura l’aria nel quartiere più vicino all’Ilva, la concentrazione media annua di Pm10 è stata di 22 microgrammi per metro cubo e la concentrazione media annuale di Pm2,5, cioè le polveri più fini e più penetranti, è stata di 12 microgrammi per metro cubo. A Milano, nello stesso periodo, i valori sono stati rispettivamente di 35 e 21 microgrammi per metro cubo. Significa che nel quartiere più vicino all’Ilva il Pm10 è stato del 37 per cento più basso che a Milano e il Pm2,5 del 43 per cento più basso (la legge fissa i limiti annuali a 40 microgrammi per il Pm10 e 25 per il Pm2,5). Il punto è chiaro: se la magistratura considera Ilva fuori controllo, bisogna chiudere non solo l’acciaieria di Taranto ma anche tutta Milano. E se si considera questa opzione come una follia forse varrebbe la pena chiedersi quando l’Italia ha iniziato a considerare legittimo avere un ambientalismo, coccolato dai sindacati, abbracciato dalle procure, non arginato dalla politica che ha trasformato la deindustrializzazione nell’unico orizzonte possibile per avere un paese migliore, con molti parchi giochi, meno lavoro, meno industria e meno futuro.
