Gli “attentati di stima” a Ranucci e il campo largo in confusione

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

12 AGO 26
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Foto Ansa

Al direttore - Ci sono attentati carichi di dinamite e attentati carichi di affetto.
Michele Magno
I classici attentati di stima.
Al direttore - Per sostenere che l’attentato è solo opera sua, all’insaputa di Sigfrido Ranucci, ci racconteranno che Valter Lavitola è nipote di Mubarak?
Giuliano Cazzola
Perfetto Stefano Esposito: “Ranucci sta sperimentando sulla sua pelle il metodo di giornalismo che l’ha reso famoso in questo disgraziato paese”.
Al direttore - Ho letto con interesse l’articolo di Franco Lo Piparo, “L’AI, la coscienza e il logos nel Vangelo di Giovanni” e vorrei fare alcune considerazioni. All’inizio del 1600, Cartesio ha scoperto che il pensiero ha, per il pensatore, una peculiare certezza, il famoso “cogito”. Da allora la filosofia si interroga sul tema della coscienza e del suo rapporto con il mondo fisico e con le macchine. Tutta questa produzione intellettuale ha sviluppato un ampio repertorio di concetti che esplorano la complessità del tema. Poi è arrivato Alan Turing e ha escogitato un test per capire se una macchina è intelligente: se un umano scambiando dei messaggi scritti con la macchina può essere convinto che la macchina è un altro essere umano, allora la macchina è intelligente. Ha vinto il “gioco dell’imitazione” e quindi è cosciente, lo riconosce chi lo deve riconoscere. Perché come giustamente si sottolinea nell’articolo, alla fine siamo noi che ci riconosciamo reciprocamente intelligenti (e coscienti) e lo facciamo sulla base delle nostre interazioni. L’autore mi sembra adottare il test di Turing come criterio della coscienza e su questo penso però che ci sia da ampliare il discorso. Per i filosofi dopo Turing proprio questo è stato l’oggetto del dibattito, ovvero uno dei temi guida della filosofia della mente: se il test sia rivelatore della coscienza… e abbiamo avuto l’esperimento mentale della “stanza cinese” di John Searle, la riflessione sulle altre menti di Thomas Nagel (che cosa si prova a essere un pipistrello?) e così via. La questione non è stata risolta. La sfida dell’AI alla nostra convinzione o pregiudizio di avere il monopolio dell’intelligenza, per la filosofia della mente non è nuova, in particolare rispetto al dibattito sulla coscienza di cui ho citato qualche spunto, la novità dell’AI generativa non è produrre una nuova risposta, ma passare ai fatti… si cominciano a produrre delle macchine che potrebbero essere in grado di superare il test di Turing o almeno di provarci. La domanda resta. E la coscienza poi che cos’è? Nel dibattito filosofico ci sono almeno tre componenti: l’io (il soggetto), l’intenzionalità, le qualità soggettive (qualia). Quali di queste ha l’AI? O per farla breve: che cosa si prova a essere un’intelligenza artificiale? Per ora, sembra di poter dire, proprio nulla. Può darsi che si stia creando un nuovo tipo di intelligenza, diversa e magari superiore, almeno per certi aspetti, a quella umana. Ma per affrontare il tema della coscienza la produzione linguistica, di per sé, non è sufficiente. Anche in “Blade Runner” c’è il test di Turing, e quanto sono convincenti quei personaggi, ma attenzione: i replicanti hanno corpi, desideri, gioie e dolori. Grazie per lo stimolo intellettuale di un articolo davvero interessante. Cordiali saluti.
Francesco Cirri
Al direttore - Mesi fa avete pubblicato una mia brevissima lettera in cui, riferendomi alle iniziative di molti atenei italiani per il boicottaggio di Israele e l’ostracismo verso chi non si accoda alla 
canea pro Pal, mi domandavo ironicamente se in futuro non si sarebbe chiesto ai docenti universitari di prestare un giuramento antisionista, sulla falsariga di quello fascista richiesto durante il Ventennio. Purtroppo, leggendo l’articolo di Pierluigi Battista, ho tristemente scoperto che alla Sapienza di Roma il mio non è più un paradosso.

Andrea Cerini
Al direttore - Nel suo pezzo dell’11 agosto, Carmelo Caruso ha avuto l’illuminazione che solo la ricerca di frescura in una torrida estate può regalare: per risolvere il rebus delle primarie del Pd, basta scegliere tra due leader stranieri, Mette Frederiksen e Pedro Sánchez. Criterio decisivo: l’immigrazione. Una proposta talmente surreale da sembrare, per contrasto, più lucida delle discussioni che da mesi tengono il Pd in ostaggio di se stesso. Perché, diciamolo: sulle primarie – e su tutto ciò che le circonda – il Pd è fermo al solito trittico esistenziale (“se farle”, “come farle”, “con chi farle”), al punto che l’unica via d’uscita pare l’esportazione del problema tramite l’importazione dei candidati. Primarie europee, dunque, con gazebo dotati di cartellonistica e schede plurilingue e volontari addestrati a pronunciare correttamente “Frederiksen”. Per Sánchez è più semplice. E qui arriva il dettaglio più gustoso: in un ipotetico ballottaggio Frederiksen-Sánchez, sono convinto che gli elettori progressisti sceglierebbero la danese senza nemmeno il tempo di finire il caffè. Per buone ragioni politiche (l’immigrazione, ripeto, gestita ottimamente dalla premier danese), ma anche per un riflesso pavloviano nazionale: di fronte a un’alternativa tra un nordico e un mediterraneo, l’italiano medio vota il nordico. “Sono seri, efficienti, non litigano, non convocano conferenze stampa di mezz’ora per dire che serve un confronto”. Una fede antropologica più solida della fede identitaria d’appartenenza a un partito. Risultato: una leader danese chiamata a guidare una coalizione italiana che non riesce nemmeno a decidere se fare le primarie, figuriamoci come. Una metafora perfetta dello stato di confusione del campo largo. Caruso, con questa provocazione, ha fatto della satira come si deve: un paradosso che illumina una verità scomoda. Il Pd e il campo largo rischiano un cortocircuito senza neppure accorgersene.
Alberto Bianchi
Al direttore - Tra le cose inspiegabili della mia vita, qualche anno fa mi sono trovato presidente del Casinò di Venezia per meriti che ancora oggi mi sfuggono. Mi capitò di andare a cena col direttore del detto Casinò in un ristorante ancor oggi di ottima qualità. Al termine chiedo il conto, ma con un certo imbarazzo il proprietario mi dice che “va bene così”. Non capisco e non mi adeguo. Scopro che oltre ai grandi giocatori (che in tutti i Casinò del mondo godono di qualsiasi benefit a spese della casa da gioco) il privilegio veniva esteso anche ai dirigenti. Ovviamente la simpatica usanza terminò quella sera stessa. Almeno sotto la mia presidenza. Dopo non garantisco. Da allora nacque una divertente amicizia col proprietario, uomo intelligente e con grande senso dell’umorismo. Ci vado spesso e sempre si cade nella stessa domanda: ma quello pagava? Con molte esitazioni e penso anche con qualche inevitabile omertà, la risposta è in grande maggioranza negativa. Pensa agli ultimi 50 anni delle varie amministrazioni di Venezia. Troppo facile con i socialisti, ma qualche serio comunista, qualche allegro democristiano, per non parlare del Mose e via cantando. Il tema è sempre quello: chi paga il conto al ristorante. Penso sia uno dei grandi temi italiani. Con particolare intensità a Roma. Chi pagava il conto al ristorante di Lavitola? Chi pagava al ristorante di Delmastro? Se un bravo giornalista va a cena con una possibile fonte, di cosa si deve preoccupare? Di pagare il conto. Poi di verificare la notizia.
Sandro Parenzo