L’AI, la coscienza e il logos nel Vangelo di Giovanni

Se un congegno meccanico maneggia il linguaggio come un umano, possiamo ancora negargli ogni forma di coscienza? 

10 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 08:28
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Perché la recente versione generativa dell’Intelligenza Artificiale (AI) colpisce la sensibilità di intellettuali, politici e gente comune? Per la prima volta siamo in presenza di un congegno meccanico in grado di produrre e capire testi verbali sensati. E’ una autentica rivoluzione epistemologica, politica e, lasciatemelo dire, teologica. Sì, teologica. Millenni di riflessione filosofica ci hanno spiegato e ripetuto che ciò che distingue l’animale umano dagli animali non umani è il possesso di una facoltà che non si può dire meglio che con la parola greca logos. Il logos non è tanto la capacità di emettere parole. Questo lo sanno fare anche i pappagalli e da tempo la riproduzione meccanica del parlato non è una novità. Il logos è ben altro. Detto in maniera veloce, è il pensare, l’emozionarsi, il fare alleanze e guerre, l’organizzare la propria esistenza individuale e collettiva, il perseguire una idea di ciò che è bene e di ciò che è male, di ciò che è giusto e di ciò che non è giusto, e altro ancora, con e grazie a discorsi verbali che per l’appunto nella lingua filosofica greca si indicano con la parola logos.
Per afferrare di cosa sto parlando ricordo che il Dio biblico crea il mondo dicendolo (“Dio disse e così fu”) quindi col logos e che il Vangelo di Giovanni esordisce con “In principio c’era il logos” ossia il linguaggio. Non a caso in tutte le filosofie, anche laiche, l’animale umano è al vertice del creato per il possesso del logos.
Che succede con l’AI? Ci viene esibito un congegno meccanico che sembra possedere l’abilità che sapevamo che rendeva unico l’animale umano. Tanto unico da poterlo pensare immagine del Dio che crea il mondo col logos. Non si può non entrare in crisi.
Ma le cose stanno veramente in questi termini? E’ la domanda che si pongono i numerosi libri e articoli sull’AI che affollano da un po’ di tempo le pagine culturali dei giornali e gli scaffali delle librerie. Confesso che sull’argomento ho più problemi che soluzioni.
Espongo il mio punto di vista su una questione molto dibattuta in questo momento: d’accordo, l’AI si destreggia col linguaggio più o meno come gli umani ma ha coscienza di quello che fa? La risposta quasi corale è: no, l’AI non ha coscienza, il suo è un agere sine intelligere – per usare la formula di Luciano Floridi, tra i più accreditati studiosi della materia.
Ma cosa è la coscienza? Dal momento che le definizioni sono tutte tautologiche (“la coscienza è la consapevolezza di sé” – e altre amenità simili) alcuni scienziati e filosofi ricorrono alla descrizione operativa riformulando la domanda in questi termini: “Come fa un umano a sapere di essere cosciente?”. La risposta potrà sembrare strana ma è l’unica verificabile: un umano sa di essere cosciente dicendoselo. E ancora: come faccio a sapere quello che penso? La risposta è identica: io so quello che penso raccontandomelo. C’è di più: spesso sono gli altri che ci aiutano a capire quello che effettivamente pensiamo facendoci delle domande o chiarendoci il senso di quello che gli raccontiamo. Il colloquio psicoanalitico ne è l’esempio paradigmatico.
Cosa vuol dire tutto ciò? La coscienza umana è inseparabile dal linguaggio. I discorsi, nostri e degli altri, sono lo specchio in cui e con cui cerchiamo e costruiamo il nostro io. Senza quello specchio non esiste nessuna entità chiamata io. Corollario: se un congegno meccanico usa il linguaggio come un umano perché mai dovremmo negargli una qualche forma di coscienza? Forse che non attribuiamo coscienza al nostro interlocutore umano sulla base dei suoi discorsi?
E’ impossibile non pensare al Vangelo di Giovanni: “In principio c’era il logos (tradotto con Verbo o Parola nei testi ufficiali) e il logos era rivolto a Dio (mia traduzione) e il logos era Dio”. Rimane molto da studiare e riflettere.