lettere al direttore
Le minacce di Putin all’Europa e la rabbia di Sensi leggendo Bonelli
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
31 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 09:01

Foto Ansa
Al direttore - Vedo che Fratoianni insiste, con Conte, a dire che “Putin non è una minaccia”. Non gli basta l’invasione dell’Ucraina con milioni di morti? Non gli basta vedere che Svezia e Finlandia hanno aderito alla Nato, in tutta fretta, per timore d’essere invase a loro volta? Non gli bastano le operazioni coperte in tutta Europa per destabilizzare l’Unione (a cominciare dalla Gran Bretagna)? Non gli bastano le uccisioni di politici e giornalisti? Che cos’altro deve accadere? Ci dica come misura la pericolosità. Io non so come possa pensare il Pd di votare insieme a gente del genere, che fa finta di non vedere quel che accade. Evidentemente, pensa che siamo tutti creduloni e imbecilli. Meglio rimanere all’opposizione che apparentarsi con gente così. E invece continuano a ragionare di numerini per contabilizzare il consenso, col ragioniere di turno. Che tristezza.
Roberto Cecchi
A proposito di non minaccia. Ieri un missile russo, di tipologia ancora non chiara, è entrato nello spazio aereo polacco e si è schiantato sul territorio della Polonia. E’, ha detto la Nato, uno dei numerosi missili lanciati dalla Russia contro l’Ucraina durante la notte. Ieri, la Nato ha fatto decollare due caccia, entrambi F-16 polacchi, un Airbus A330 da rifornimento dell’Unità multinazionale multiruolo di trasporto e rifornimento della Nato, un velivolo polacco Saab 340 per l’allerta precoce aviotrasportata (AEW) e un elicottero polacco Mi-24. Negli ultimi due anni, ha detto giorni fa l’ammiraglio Cavo Dragone, i caccia alleati sono decollati in allarme circa 700 volte in risposta a velivoli russi in avvicinamento al nostro spazio aereo o quando lo hanno violato. Se Conte e i suoi follower non considerano una minaccia per l’Europa le esondazioni della Russia, speriamo che quantomeno, in un angolo della loro testa, considerino una minaccia per l’Europa avere, dopo quattro anni, uno stato canaglia come la Russia che continua a bombardare ogni giorno l’Ucraina. Non per colpire basi militari ma per uccidere i civili. Non è una minaccia per la quale vale la pena aiutare l’Ucraina, onorevole Conte?
Al direttore - Geniale scienziato, Albert Einstein occupa un posto anche nel pensiero politico del Novecento. E non è stato, come pretende una certa vulgata, un pacifista intransigente (ma questo dalle parti del campo largo lo sanno in pochi). Appena avverte le ombre minacciose del nazismo, infatti, rivela un notevole realismo. Il 20 luglio 1933, a un pacifista francese che sosteneva l’obiezione di coscienza, replica secco: “Devo dirle candidamente che nelle attuali circostanze, se io fossi un francese o un belga, non rifiuterei il servizio militare; piuttosto presterei un tale servizio di buon grado, convinto così di contribuire a salvare la civiltà europea” (“Come vedo io il mondo”, 1934).
Michele Magno
Al direttore - Non sono trasecolato leggendo il titolo della intervista di Angelo Bonelli ieri sul Foglio soltanto perché conosco, purtroppo, le sue posizioni, coerenti – non c’è che dire – con una linea che non è e non sarà mai la mia. E neanche quella del Partito democratico. Devo dire, però, che leggere quelle parole, “basta armi all’Ucraina”, mentre Kyiv, Lviv e altre città si svegliavano sotto le macerie di uno dei bombardamenti più pesanti, una notte passata nelle stazioni della metro, bambini uccisi, decine e decine di feriti, mi ha fatto rabbia, lo confesso. E mi ha fatto pensare a quanto inadeguate siano le nostre dichiarazioni, di tutti eh, a fare qui i fenomeni (parlo di me), mentre ogni giorno che Dio manda in terra gli ucraini devono difendere assieme alla loro vita, la nostra democrazia e libertà di europei. Verrebbe voglia di dire neanche un caffè con chi la pensa così, e che queste considerazioni sono sovrapponibili a quelle della destra della Lega e di Vannacci. Ma non mi posso far bastare di fare l’anima bella che preserva la sua purezza. Perché all’Ucraina non la aiuta, certo, la nostra buona reputazione, ma le azioni concrete che metteremo in campo, se avremo la responsabilità di guidare questo paese. Ragion per cui, non mollo di un centimetro sull’Ucraina, sulla costruzione della difesa europea – che anche Bonelli, diciamo così, dichiara di avere cara – su dove dobbiamo stare come grande paese europeo. E non mi basta alzare le spalle, fischiettare o lavorare a un compromesso al ribasso con chi non la pensa come me. Difendo e difenderò sempre l’Ucraina e mi batterò perché la coalizione guidata dal Partito democratico sia all’altezza della forza, del coraggio e anche della pazienza degli ucraini.
Fatevene una ragione: stiamo e staremo con Kyiv e con il sostegno politico, economico, militare all’Ucraina. Come sanno bene i Verdi in tutta Europa, tranne che da noi. La palla in tribuna lasciatela a Futuro nazionale o alla Lega. Possiamo essere meglio di così. Distinti saluti.
Filippo Sensi, senatore del Pd
Al direttore - Si continua a parlare di campo largo, di chi ne farà parte e di chi lo guiderà. Ma su quali basi nascerà? Davvero si può costruire una campagna elettorale sul solo populismo e giustizialismo, mettendo insieme forze divise su giustizia, Europa, patto atlantico, Israele e Ucraina? Una risposta viene da Luciano Pellicani, intellettuale socialista scomparso nel 2020, già direttore di Mondo Operaio. Il 3 marzo 2002, durante una manifestazione dell’Ulivo, pronunciò parole ancora attuali. Attaccò i girotondi e la sinistra giudiziaria, ricordando la responsabilità dell’opposizione. “Demonizzare l’avversario, presentandolo come un nemico da eliminare, significa introdurre nella politica italiana un virus pericolosissimo”, disse. E definì l’“indignazione permanente” non politica, ma antipolitica. Denunciò un “Aventino morale”, fondato sull’idea che la maggioranza volesse instaurare un regime, e richiamò Pietro Nenni: il massimalismo è la più grave malattia della sinistra italiana. Pellicani accusava quella sinistra di affidarsi alle sentenze per battere Berlusconi invece di costruire proposte concrete. Fu insultato e fischiato. Ma, a più di vent’anni di distanza, il problema resta: una parte dell’opposizione continua a cercare scorciatoie populiste e giustizialiste. Un grande centrosinistra è possibile, ma deve essere pragmatico, tornare tra le persone e capire bisogni e paure delle nuove generazioni. Altrimenti il campo largo rischia di fallire prima di nascere.
Gabriele Zammillo