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Ci vorrebbe un Pannella a Gerusalemme. E una moratoria, subito
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
1 APR 26

Marco Panella. ANSA/FABIO CAMPANA
Al direttore - Approfitto dell’ospitalità del Foglio per esortare gli amici di Israele a manifestare la loro sdegnata contrarietà all’introduzione della pena di morte su base etnica (doppia mostruosità) festeggiata alla Knesset con disgustose scene di giubilo. La democrazia israeliana, l’unica democrazia del medio oriente, ha un profilo morale diverso da regimi dispotici come l’Iran che impicca sulle gru i dissidenti e le donne che vogliono liberarsi dalla schiavitù del velo della sottomissione. Le piazze occidentali tacciono, annegate nella loro ipocrisia, sulla morte seriale provocata dai dispotismi islamisti. Noi amici di Israele non possiamo, perché non siamo omertosi come i nemici dell’occidente, tacere sulla macchia che deturpa quella democrazia assediata dai suoi persecutori jihadisti. Stop subito alla pena di morte su base etnica. La Knesset ritorni a essere un presidio di democrazia.
Pierluigi Battista
Una grande democrazia resta grande anche se commette degli errori. Gli Stati Uniti sono una grande democrazia, per dire, anche se hanno la pena di morte. Lo stesso vale per il Giappone, no? Introdurre la pena di morte contro i terroristi – non tutti, fra l’altro, solo coloro che “causano intenzionalmente la morte di una persona con lo scopo di negare l’esistenza dello Stato di Israele” – è un errore che, come scriviamo oggi a pagina tre, non si può minimizzare. Giusto dunque criticare Israele su questo punto. Ma sarebbe opportuno anche che chi critica Israele per la pena capitale per i terroristi si adoperi fare quello che il fronte dell’umanitarismo non fa con costanza, diciamo: combattere i terroristi pronti a tutto per distruggere Israele anziché legittimarli e coccolarli. Servirebbe un Pannella a Gerusalemme: una moratoria subito!
Al direttore - A sette giorni dalla sconfitta del Sì al referendum sulla separazione delle carriere, l’attenzione si è concentrata soprattutto sulle conseguenze politiche del voto. E’ comprensibile. Ma la domanda più importante è un’altra: che cosa accade ora a quella immagine del pubblico ministero come “parte imparziale”, costruzione delicata del nostro sistema, che proprio le esondazioni mediatiche e il protagonismo investigativo hanno finito, nella percezione pubblica, per incrinare fino a trasformarla in un ossimoro sempre più difficile da sostenere? Ed è qui che la sconfitta del Sì lascia aperto il nodo politico e istituzionale più rilevante. La maggioranza di governo ha contribuito, con le proprie scelte e con la propria comunicazione, a indebolire e infine a far fallire una riforma che essa stessa aveva definito storica. Ma la sconfitta dello strumento non cancella i problemi che quella riforma intendeva affrontare. Anzi, li rende più difficili da affrontare e, proprio per questo, più urgenti. L’intervista a Edmondo Bruti Liberati pubblicata dal Foglio è, sotto questo profilo, particolarmente interessante. Non tanto per ciò che afferma esplicitamente, quanto per l’impostazione di fondo che lascia emergere: un atteggiamento che, dopo la vittoria del No, rischia di scivolare in una forma sobria ma percepibile di trionfalismo. Bruti Liberati riconosce l’esistenza del protagonismo mediatico di alcuni pubblici ministeri, ma lo ridimensiona, attribuendolo a pochi episodi marginali e, in parte, alla responsabilità dei media e degli opinionisti, riconducendoli, insomma, a dinamiche fisiologiche che non richiederebbero correttivi più incisivi. Ancora più significativo è il passaggio in cui Bruti Liberati sostiene che la separazione delle carriere avrebbe potuto accentuare il protagonismo del pubblico ministero. E’ una tesi legittima, ma che resta, di fatto, un’ipotesi. E, soprattutto, mentre si esclude la necessità di una riforma strutturale, non emergono indicazioni altrettanto convincenti su come intervenire nell’assetto attuale dopo l’esito referendario. Il risultato è che il sistema, pur riconosciuto imperfetto, finisce per apparire implicitamente autosufficiente. Lo stesso schema si ritrova quando affronta il tema del correntismo. Bruti ne ammette le degenerazioni, ma ne sottolinea il carattere fisiologico e la capacità di reazione. E anche qui il problema, pur riconosciuto, viene ricondotto entro una normalità rassicurante. Nel contesto della vittoria referendaria, questo atteggiamento rischia di apparire come una sostanziale conferma dell’assetto esistente e, implicitamente, dell’inutilità di interventi più incisivi.
Ancora più indicativa è la risposta sul garantismo. Alla domanda se la vittoria del No possa essere percepita come una sconfitta del garantismo, Bruti Liberati sposta l’attenzione sulle politiche del governo e sui decreti sicurezza. E’ un tema rilevante, ma la questione sollevata riguardava anche, e forse soprattutto, il modo in cui il pubblico ministero esercita la propria funzione. Questo slittamento è significativo: la magistratura viene vista come presidio del garantismo, non anche come ambito in cui possano emergere squilibri da correggere.
Naturalmente Bruti Liberati non indulge a toni celebrativi. Anzi, condanna con chiarezza le scene di Napoli e richiama la necessità di maggiore sobrietà. Ma proprio questa compostezza rende ancora più evidente il punto: non siamo di fronte a un trionfalismo esplicito, bensì a un trionfalismo sobrio, quasi involontario, che si manifesta nella fiducia sostanziale nell’autosufficienza del sistema. Il rischio, oggi, è duplice. Da un lato, che la vittoria del No venga letta come una legittimazione dell’assetto attuale, con tutte le sue criticità. Dall’altro, che l’autoreferenzialità della magistratura possa degenerare in una forma di trionfalismo istituzionale, sia pure sobrio e non dichiarato.
I contenuti della riforma respinta (equilibrio tra accusa e giudice, rafforzamento della cultura della prova, contenimento del protagonismo mediatico, tutela effettiva della presunzione di innocenza), restano questioni aperte. E, paradossalmente, dopo la sconfitta del referendum, vanno difesi ancora più di prima. Perché una riforma può essere respinta, ma le ragioni che l’hanno generata non scompaiono con il voto.
Rodrigo Merlo, già procuratore aggiunto di Firenze