Come arginare l’Italia fondata sulle esondazioni dei pm? Dialogo con Bruti Liberati

Dopo la sconfitta del Sì, c'è un tema che meriterebbe di essere messo a fuoco: evitare che l’affossamento della riforma costituzionale possa coincidere con la legittimazione di una repubblica fondata sulle esondazioni giudiziarie e sulle derive del processo mediatico. Colloquio con l'ex magistrato, sostenitore del No

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31 MAR 26
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Edmondo Bruti Liberati. ANSA/MOURAD BALTI TOUATI

Sono passati sette giorni, il referendum costituzionale è alle spalle, il risultato del voto del 22 e 23 marzo ha avuto effetti sulla politica più robusti rispetto a qualsiasi aspettativa e l’attenzione degli osservatori si è andata finora a concentrare prevalentemente sulle conseguenze prodotte dalla vittoria del No sulla traiettoria del governo e ovviamente dell’opposizione. Chi è più debole? Ovvio. Chi è più forte? Ovvio. Chi balla? Chiaro. Chi gode? Elementare. Eppure, sette giorni dopo la sconfitta del Sì, c’è un tema che meriterebbe di essere messo a fuoco con un briciolo di attenzione ed è un tema che riguarda un rischio che anche parte degli elettori che hanno votato No avrà probabilmente a cuore: evitare che l’affossamento della riforma costituzionale possa coincidere con la legittimazione di una repubblica fondata sulle esondazioni giudiziarie e sulle derive del processo mediatico. Edmondo Bruti Liberati, ex procuratore della Repubblica di Milano, ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, ex uomo forte di Magistratura democratica, ha fatto una dura campagna per il No in nome della difesa della Costituzione. Bruti Liberati, con il quale ci siamo confrontati anche aspramente durante la campagna elettorale, ha accettato di dialogare con il Foglio per provare a stare su un punto delicato: evitare che la vittoria del No possa essere un viatico per una deriva giustizialista nel nostro paese. Chiediamo dunque a Bruti Liberati: non teme che, senza un’iniziativa interna della magistratura, si rafforzi la percezione che la vittoria del No venga interpretata come una sconfitta del garantismo? “Stento molto a capire cosa ‘c’azzeccasse’ (per dirlo in dipietrese) col garantismo l’irrazionale spezzettamento in due organi non comunicanti, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Ma le loro decisioni riguardano tutta la magistratura, il sistema di giustizia unitariamente inteso e senza un coordinamento si sarebbe avuto un impatto negativo anche sull’efficienza. E altrettanto la bislacca configurazione dell’Alta corte disciplinare, oggetto di unanime critica da parte dei costituzionalisti, anche di quelli favorevoli al principio in sé. Viviamo, e non da oggi, in un paese di garantismo a corrente alternata. Testimonial il sottosegretario Delmastro: il Foglio, 14 marzo 2025: ‘Nella mia persona convivono entrambe le pulsioni, sia quella garantista che quella giustizialista, a corrente alternata, secondo le necessità’; 16 novembre 2024: ‘Una gioia non lasciare respirare chi sta nell’auto della penitenziaria’. Non è ingeneroso ricordarlo oggi dopo il dimissionamento, perché lo scrissi tempo fa; e il garantista Nordio gli mantenne la delega per le carceri. La magistratura deve tenere saldi i princìpi del garantismo, tanto più quando l’attuale maggioranza politica, nella corrente alternata, fa prevalere le pulsioni di ‘legge e ordine’: vedi gli ormai innumerevoli decreti sicurezza. E la magistratura può essere garante, sempre e per tutti, dei diritti se può confidare sui solidi baluardi della sua indipendenza”. Bruti Liberati prova a spostare il suo fuoco lontano dalla magistratura, portandolo verso il governo, noi proviamo a riportarlo sul tema della magistratura, e sui rischi delle legittimazioni delle esondazioni.
A Bruti Liberati facciamo dunque notare che in un suo libriccino uscito mesi fa, “Pubblico ministero” (Raffaello Cortina Editore), ha più volte insistito sul fatto che il pm debba cercare anche le prove a favore dell’indagato, non solo quelle contro. Domanda retorica per Bruti Liberati: non crede che questo principio, nella pratica quotidiana, sia stato spesso indebolito da una cultura implicitamente colpevolista? E non crede che oggi, dopo il referendum, questo principio debba diventare visibile, praticato e persino rivendicato? “All’articolo numero 358 del Codice di procedura penale sta scritto che il pubblico ministero ‘svolge altresì accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini’. Se si prospetta la eventualità di elementi che contrastano la sua ipotesi, dovere del pm è svolgere accertamenti. Lo impone il suo ruolo di accusa ‘pubblica’ tenuta alla ricostruzione della verità e non alla ricerca a ogni costo della condanna e l’elementare esigenza professionale di verificare la tenuta della sua ipotesi. Questo accade ogni giorno nelle procure e se un pm, sulla pressione delle campagne Legge e ordine sempre più attuali, omette questo rigore professionale è un cattivo pm. Vi è poi un fenomeno recente: in disastri colposi spesso con tragiche conseguenze mortali, il pm dapprima e i giudici poi devono resistere alla comprensibile pressione dei parenti delle vittime e operare sempre nel rigoroso rispetto del principio della responsabilità individuale”. A Bruti Liberati ricordiamo però che la sobrietà auspicata della figura del magistrato cozza con le immagini di una settimana fa. Siamo a Napoli, la vittoria del No è appena stata certificata e una cinquantina di magistrati, in una saletta dell’Anm, iniziano a saltellare di gioia, cantando “Bella ciao” e gridando in coro “chi non salta Meloni è”. Chiediamo a Bruti Liberati: quelle scene non rischiano di minare quella “apparenza di imparzialità” decisiva per la credibilità della magistratura e a cui nel passato ha fatto riferimento anche il capo dello stato parlando di credibilità necessaria da ritrovare della magistratura italiana? “Lo dico senza nascondermi. Le scene di Napoli, con quei magistrati che, con posture da stadio, ‘chi non balla etc’, attaccano la presidente del Consiglio e una collega che si era espressa con qualche ruvidezza per il Sì, sono ingiustificabili. Né sono ‘perdonabili’, per stare al gergo calcistico, come fallo di reazione alle ultime uscite della presidente del Consiglio che è arrivata a dire che senza la riforma sarebbero stati rimessi in libertà stupratori, pedofili, ecc. Chi esercita quel ruolo è espressione della maggioranza politica, ma deve ricordare di essere il presidente del Consiglio della Repubblica italiana. E i magistrati non devono mai perdere la compostezza dovuta al loro ruolo”.
Lei ha scritto più volte che il protagonismo mediatico dei pm è uno dei problemi più seri del sistema. Non è il momento, ora, di trasformare quella diagnosi in una linea per così dire etica condivisa dentro la magistratura? E non crede che, rispetto alle esondazioni dei pm, uno degli errori più gravi sia proprio questo: fingere che gli abusi siano casi isolati, quando invece esiste una cultura diffusa – minoritaria ma visibile – che premia chi spettacolarizza le indagini? “Non dico che siano casi isolati, ma la stragrande maggioranza dei magistrati, giudici e pm, si attiene alla linea di rigore sui comportamenti pubblici che è prescritta dal codice etico dell’Anm. Pessimo esempio danno quei pochi, ma molto visibili, che esondano. Bisogna anche dire che questi protagonismi sono stimolati ed enfatizzati proprio dal sistema dei media, per non dire degli atteggiamenti di alcuni avvocati e di alcuni veri o sedicenti esperti e criminologi. Basti pensare a ciò che sta accadendo sul caso Garlasco, a fronte del riserbo rigorosissimo dei pm di Pavia. Per parte mia non ho mancato di denunciare, e non sono il solo, gli eccessi di protagonismo di alcuni pm e continuerò a farlo. Ma, se mi si consente, credo proprio che la figura del pm separato avrebbe enfatizzato le tentazioni di protagonismo”. Bruti Liberati parla genericamente di “pm parte imparziale”. Ma questa formula – ci chiediamo anche qui retoricamente – regge ancora se una parte della magistratura appare, anche simbolicamente, schierata politicamente? “‘Parte imparziale’ non è un ossimoro, è un monito per ricordare al pm il suo ruolo di parte pubblica che non deve ricercare a ogni costo la condanna. Persino in documenti, europei e non solo, che si riferiscono a sistemi molto diversi dal nostro, per il pm si usa l’aggettivo ‘impartial’ o ‘objective’. Contesto poi che la magistratura si sia schierata politicamente se non nel senso di una visione ‘politica’ di salvaguardia del sistema che il Costituente aveva voluto e che oggi una solida maggioranza del popolo italiano ha mostrato di voler salvaguardare”. Possiamo sperare che i magistrati con la testa sulle spalle facciano appello ai colleghi di oggi e a quelli di ieri per vigilare su tre questioni vitali per chiunque abbia a cuore i princìpi non negoziabili di una repubblica garantista? Meno protagonismo dei pm, più rigore probatorio, più rispetto della presunzione di innocenza. “Concordo. Deve esserci un impegno comune per la difesa delle garanzie: la critica delle decisioni della magistratura che non si ritengono a quell’altezza è il sale della democrazia. Ma il ‘riequilibrio istituzionale’ invocato da esponenti del governo a sostegno della riforma avrebbe portato meno garanzie. Non parlo delle ripetute infelici uscite del ministro Nordio, ma della teorizzazione sul riequilibrio dell’on. Alfredo Mantovano, e soprattutto delle ripetute incursioni della presidente del Consiglio su casi specifici: per la sparatoria di Rogoredo aveva subito stabilito che si trattava di legittima difesa e più avanti ha detto che con la riforma non vi sarebbe stato più il ‘sequestro’ dei bimbi della casa nel bosco”.
Se è vero che il giudice deve essere terzo, come previsto dall’articolo 111 della Costituzione, come si fa a non capire che oggi il problema non è la “vicinanza formale” tra giudici e pm, ma la difficoltà concreta dei giudici a opporsi all’impostazione accusatoria quando è debole? Citiamo a Bruti Liberati dati che conoscerà bene: nel 2024, le percentuali di accoglimento delle richieste dei pubblici ministeri da parte dei giudici per le indagini preliminari hanno registrato valori bulgari: 94 per cento di sì per le richieste di autorizzazione a disporre intercettazioni, 95 per cento di sì per le convalide dei decreti di urgenza, 99 per cento di sì per le richieste di proroga delle intercettazioni, 100 per cento di sì per i decreti di proroga urgente. “L’idea che il giudice, perché ‘collega’ del pm, perda la sua terzietà e sia più portato ad accogliere la tesi dell’accusa, piuttosto che quella della difesa, è smentita da altri dati: le alte percentuali di assoluzioni in giudizio. Terzietà e imparzialità sono connesse al ruolo che ciascun giudice svolge. Il giudice di Appello non esita a modificare anche radicalmente la sentenza del suo ‘collega’ di primo grado e altrettanto il giudice di Cassazione rispetto alle decisioni del giudice di Appello. Se si dubitasse di ciò sarebbe inutile aver previsto il sistema delle impugnazioni. La fase delicata è quella delle indagini preliminari, non perché il gip sia collega del pm, ma perché in quella fase, soprattutto nell’inizio segreto, non vi è il confronto con la difesa. Il pm è soggetto alla pressione di opinione pubblica e di polizia, perché si trovi, e subito, ‘il colpevole’, ma deve essere lui per primo a calibrare le richieste da rivolgere al gip”. Altro rischio, niente affatto banale, che si porta con sé la vittoria del No al referendum costituzionale: cosa fare per evitare che la vittoria del No legittimi la degenerazione del sistema delle correnti? “Il pluralismo culturale – dice ancora Bruti Liberati, un po’ sulla difensiva – è un tratto fisiologico della magistratura, come di qualsiasi gruppo professionale. Nessun intervento sul sistema elettorale del Csm può pretendere di ignorare l’esistenza delle correnti, che sono libere e trasparenti associazioni di magistrati, nate dalla condivisione di una concezione del sistema di giustizia e delle riforme necessarie. L’Anm deve la sua rappresentatività alla capacità di includere tutte le principali visioni presenti nella magistratura. L’Anm afferma la sua autorevolezza quando è capace di esprimere la sintesi del dibattito che si alimenta del pluralismo interno, entra in crisi quando prevalgono le spinte corporative. Le degenerazioni del ‘correntismo’ sono emerse nelle vicende del 2019. Sono passati oltre sei anni, l’attenzione deve rimanere sempre alta, ma la reazione vi è stata e netta. Il vicepresidente del Csm Pinelli ha segnalato che oltre l’80 per cento delle nomine agli incarichi direttivi è avvenuta all’unanimità. Una consigliera dell’attuale Csm, schierata con grande veemenza per il Sì, in un dibattito ha sostenuto che solo con il sorteggio prevarrebbe il merito e non l’appartenenza correntizia, meritandosi la facile replica: allora vuol dire che anche lei in quell’80 per cento di nomine non ha valutato il merito! Sempre il vicepresidente Pinelli ha respinto, con dati inconfutabili alla mano, la tesi che la gestione disciplinare del Csm sia improntata alla protezione corporativa. Associazioni di magistrati esistono in tutti i paesi europei: in Francia ve ne sono attualmente quattro, ancora di più in Germania, data la struttura federale. Il Consiglio d’Europa in più occasioni ha sostenuto che i membri magistrati dei consigli di giustizia dovrebbero essere eletti dai magistrati. E’ giusto chiedere che siano i magistrati per primi a vigilare contro ogni tentazione di clientelismo”.
Ultima domanda, ma forse la più importante: se anche Bruti Liberati ammette che questi problemi esistono – protagonismo mediatico, debole controllo interno, correntismo – quali riforme concrete, non legislative ma culturali e organizzative, dovrebbe mettere in campo la magistratura per provare a limitare le sue esondazioni e i suoi eccessi? “Penso che la magistratura possa ora farsi protagonista in quello che dovrebbe essere un impegno di tutti in due prospettive. La prima è un’analisi accurata delle patologie, senza scandalismi e senza giustapposizione di fenomeni che sono distinti: violazioni disciplinari, ritardi, ingiuste detenzioni. Con la particolare avvertenza per queste ultime che non è accettabile riportare a ‘colpa’ tutti i casi in cui, purtroppo dopo un periodo di custodia cautelare, un giudice, in una fase successiva, ha ritenuto di prosciogliere sulla base di una diversa valutazione in fatto o in diritto. La seconda prospettiva è quella delle riforme organizzative. La magistratura ha già dato un suo contributo di proposta, penso in particolare a un articolo di Claudio Castelli, già presidente della Corte d’appello di Brescia, pubblicato sul Sole 24 Ore del 24 gennaio. Riprendo i titoli dei passaggi essenziali: risorse, digitalizzazione, gestione della domanda, magistratura onoraria, specializzazione, geografia giudiziaria, organizzazione e innovazione, semplificazione. L’ultimo passaggio auspica una maggiore collaborazione tra Csm e ministro della Giustizia, tema essenziale, che peraltro sarà praticabile se e quando Carlo Nordio ricorderà di essere il ministro cui la Costituzione (art. 110) affida ‘l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia’”. Le conseguenze politiche della vittoria del No, una settimana dopo il risultato referendario, sono sotto gli occhi di tutti. Occuparsi di quelle che potrebbero essere le conseguenze della sconfitta del Sì per il futuro del garantismo dovrebbe essere una priorità anche per coloro che al referendum hanno votato No. A meno di non volersi arrendere al rischio di trasformare la sconfitta della riforma della giustizia nella vittoria finale di una repubblica fondata sulla spettacolarizzazione delle inchieste, sui pieni poteri dei pm e sulla proliferazione di un virus che merita di essere combattuto anche da chi ha scelto di trasformare il referendum sulla giustizia in un voto contro Meloni: la legittimazione di un’Italia costruita attorno al processo mediatico e alla cultura dello scalpo.