lettere al direttore
Serve una legge elettorale che preservi la cultura del compromesso
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
28 MAR 26

Foto Marco Alpozzi per LaPresse
Al direttore - Dopo uno dei referendum più divisivi della storia repubblicana, che pure ha esasperato la contrapposizione tra gli schieramenti, il bipolarismo di coalizione si avvia ormai verso una sicura conferma. Parlo di quel bipolarismo che, grazie a riforme elettorali “bastarde” (né pienamente maggioritarie né pienamente proporzionali), ha incentivato la creazione di alleanze fortemente disomogenee, conferendo un enorme potere di condizionamento ai partiti più piccoli e ai notabilati locali. Questo sistema ha costretto le forze moderate e riformiste, atlantiste ed europeiste, a coabitare da gregarie dentro schieramenti dominati o dalla destra sovranista, o dal movimentismo massimalista del campo (più o meno) largo. Ora, so che quanto sto per dire può prestarsi a qualche sberleffo, ma per uscire da questo vicolo cieco non c’è che una strada: abbandonare il dogma per cui “la sera delle elezioni dobbiamo conoscere il vincitore” e accettare l’idea – in armonia, peraltro, con la Costituzione – che è il Parlamento il luogo in cui si compongono le alleanze di governo. Per ricostruire il primato democratico delle Camere è quindi necessario un meccanismo di voto autenticamente proporzionale, che spinga le forze in campo a schierarsi senza pateracchi programmatici con la propria cultura politica (se ne hanno una), e che lasci agli elettori la responsabilità di scegliere i loro rappresentanti (preferenze e non liste bloccate). Attenzione, però. “Autenticamente proporzionale” significa che il giusto equilibrio tra rappresentanza e stabilità dell’esecutivo va trovato attraverso un correttivo – l’unico ragionevole – che eviti la frammentazione e tuteli la governabilità senza introdurre elementi distorsivi. E cioè attraverso una soglia di sbarramento elevata, con un diritto di tribuna per chi non la raggiunge, come avviene in Germania. Non c’è pertanto bisogno di inventarsi nulla di particolare, tanto meno terapie che rischiano di aggravare la salute del malato, come la riforma elettorale presentata dalle forze di governo: una riforma che assegna alla minoranza più forte la maggioranza dei seggi non conquistata nelle urne. E, se proprio si volesse andare in tale direzione, anche qui basterebbe rifarsi a ciò che funziona abbastanza bene altrove: il cancellierato alla tedesca.
Michele Magno
Nel paese dei sogni, sarebbe la legge elettorale perfetta. Nel paese non dei sogni, bisogna capire gli scenari possibili. E tra gli scenari possibili gli unici paletti che si possono fissare sul terreno sono questi. Dare qualche premio a chi vince le elezioni, per permettergli di governare. Non creare premi farlocchi, per permettere all’Italia di non perdere un tratto culturale che le ha permesso in questi anni di avere una marcia in più rispetto ad altri paesi: la cultura del compromesso, santa e benedetta.
* * *
Al direttore - Tenere il Turismo ad interim può sembrare una soluzione di controllo, ma rischia di diventare un segnale di disattenzione. E’ un settore strategico, non una delega accessoria: vale pil, occupazione, reputazione internazionale. Con dossier aperti e una competizione globale sempre più aggressiva servono visione, presenza, tempo pieno. Accorpare senza presidiare significa rallentare. Il turismo non è una pratica da gestire, ma una politica da guidare. E oggi ha bisogno di una guida dedicata, non di un’aggiunta.
Ermanno Zanini
* * *
Al direttore - A urne chiuse, e con un risultato netto a favore del No, qualche considerazione sul referendum costituzionale è inevitabile. L’Italia resta un paese singolare: dal 1948 si è dotata di una Costituzione rigida, che all’articolo 138 prevede un meccanismo complesso per le modifiche, mentre l’unico limite esplicito è fissato dall’articolo 139, che rende intangibile la forma repubblicana dello stato. Nel tempo, le revisioni non sono mancate: alcune approvate con maggioranze qualificate, altre sottoposte al giudizio popolare, con esiti alterni. E’ la democrazia, si direbbe. Eppure, mai come in questa occasione il referendum è stato caricato di un significato politico sproporzionato, persino più che nel 2016. Da un lato, la maggioranza ha trasformato la riforma in una resa dei conti con la magistratura, comprimendo il dibattito parlamentare e rinunciando a possibili miglioramenti, senza offrire benefici evidenti ai cittadini. Dall’altro, l’opposizione ha cavalcato il voto come occasione per indebolire il governo, enfatizzando temi tecnici spesso difficili da decifrare, con il sostegno di una parte significativa della magistratura. Il risultato impone a tutti una riflessione. Ai magistrati, in primo luogo: negare i problemi è un errore. Serve recuperare credibilità, a partire da una riforma del sistema elettorale del Csm che riduca il peso delle correnti. Senza un cambiamento serio, il rischio è che le prossime riforme siano ancora più radicali. Alla politica, invece, spetta il compito di uscire dalla tentazione di usare giustizia e processi come armi di lotta. La competizione democratica si gioca su programmi e risultati, non nelle aule giudiziarie. Un paese moderno dovrebbe muoversi in questa direzione. Ma non è affatto certo che la classe politica ne sia consapevole. E così resta il dubbio, forse ingenuo, che tutto questo possa ancora cambiare.
Ignazio Fonzo, magistrato
A noi vedovi allegri del Sì resta una speranza, forse nemmeno tanto remota, ovverosia che il voto al referendum sia stato un voto contro Meloni e non un voto contro il garantismo.