I guai della giustizia

Redazione

Professor Sabino Cassese, il 16 aprile 2018, il governatore della Banca d’Italia, parlando di “Banche e finanza dopo la crisi” all’Università di Tor Vergata, ha detto: “Alla crescita dello stock di crediti deteriorati e, soprattutto alla loro persistenza su livelli elevati, hanno fortemente contribuito la lentezza delle procedure giudiziali di recupero e lo scarso sviluppo del mercato secondario di tali attivi, sostanzialmente oligopolistico. In Italia occorrono mediamente tre anni per risolvere una controversia in un tribunale di prima istanza e più di sette per chiudere una procedura fallimentare. 

 

Nei paesi più virtuosi dell’Unione europea i tempi medi sono, per entrambe le fattispecie, inferiori all’anno. Se i tempi di recupero nel nostro paese fossero stati in linea con quelli medi europei, il rapporto tra i crediti deteriorati e il totale dei prestiti sarebbe oggi dimezzato. Anche per la lentezza delle procedure legali, i pochi investitori specializzati che operano nel mercato privato dei crediti deteriorati (soprattutto fondi esteri di private equity) richiedono rendimenti molto elevati (in passato anche superiori al 20 per cento)”. Riparliamo, dunque, della giustizia. Ricorda l’articolo dell’Economist del 19 luglio 2014, intitolato “Justice denied?”. Segnalava i tempi lunghi della giustizia, ma anche le “buone pratiche” di alcuni tribunali. La situazione non mi pare cambiata. I tempi sono – come osservato dal governatore – lunghi. Aggiunga i tempi lunghissimi delle procure. Siamo riusciti ad accelerare i tempi amministrativi, non quelli della giustizia. Per questa la situazione è resa più grave dal fatto che essa è l’organo di chiusura dell’ordinamento, l’anello che chiude la catena. Ha cioè una posizione strategica del sistema di garanzia della “compliance”, senza la quale la norma non esiste, perché vale solo come consiglio morale (fortunatamente seguito dalla maggior parte delle persone). Come ho cercato di dimostrare in tre scritti che si sono succeduti dal 1972 a distanza di vent’anni l’uno dall’altro, su dissenso dei giudici e sulla loro posizione nel sistema politico, al posto importante occupato dal sistema giudiziario non corrisponde una funzione altrettanto rilevante ed efficace.

 

Com’è nata e da dove questa situazione?

 

Si comincia dalla Costituzione. I costituenti volevano i magistrati lontani dalla politica, “perché depositari dello jus imperii dello stato”, disse un costituente. Si preoccuparono di difendere il sistema giudiziario dalla politica (e, quindi, dai partiti), perché si temeva una politicizzazione esogena, che veniva dall’esterno (di qui la barriera costituita dal Consiglio superiore della magistratura), in misura minore di quella endogena (di qui la possibilità di divieto di iscrizione ai partiti). Dopo la Costituzione, sono successe molte cose. Il corpo dei magistrati è rimasto sostanzialmente stabile: il numero è meno che raddoppiato, mentre la domanda e l’offerta di giustizia aumentavano a dismisura, e aumentava anche la popolazione. Intanto, grazie agli interventi legislativi della seconda parte degli anni Sessanta e della prima parte del decennio successivo (leggi Breganze e Breganzona) veniva assicurata una sorta di rafforzamento della indipendenza individuale (progressione a ruolo aperto e trattamento economico autoalimentante). Quindi, automatismo invece di merito. Continuava la “occupazione” dei vertici del ministero della Giustizia da parte di magistrati (come se i professori occupassero quello dell’Istruzione e i medici quello della Salute), aumentando la vicinanza al governo. Lo spazio dato dai media, ancor prima di Mani pulite completava l’opera, mettendo sotto i riflettori magistrati – combattenti (cioè una piccolissima parte del corpo) e aprendo la strada a carriere politiche. Che sono relativamente limitate, ma costituiscono un pessimo esempio, per gli altri. Qualche magistrato ha persino iniziato e subito terminato nell’insuccesso carriere politiche. Qualcun altro continua a fare il Masaniello, pur restando nei ranghi giudiziari.

 

Fin qui ha parlato del corpo. Ma che dice della funzione?

 

Dei ritardi, della lentezza abbiamo parlato. Basta la frase del governatore. E lì sono le potenti banche. Pensi al povero cittadino indifeso. Ci sono poi altri problemi. Il primo, quello di avvalorare una narrazione del paese come corrotto, composto di criminali. Insomma, di alimentare la percezione della lawlessness. Il secondo è il ricorso alle tecniche di naming and shaming: mettere in piazza intercettazioni di conversazioni private per esporre al pubblico ludibrio, alla gogna, non per sanzionare. Si tratta per lo più di mettere in piazza affermazioni gravi, ma non penalmente rilevanti, mostrando debolezze, non accusando di reati. Così, con l’ausilio dei media, che hanno fatto da cassa di risonanza, si è alimentata la protesta e circondato il sistema giudiziario di un alone di santità di cui esso non ha bisogno (ripeto che questi tratti più visibili riguardano una piccolissima parte di un corpo che nel suo insieme è composto di eccellenti giuristi, di persone dotate di equilibrio e buon senso, di professionisti con grande esperienza). Innescato da poche persone, però, il meccanismo finisce per sottrarre al giudice naturale gli imputati, che vengono processati (e talvolta “giustiziati”) fuori delle aule giudiziarie.

 

Ma il contesto non conta?

 

Conta, conta molto. Una migliore organizzazione degli uffici giudiziari potrebbe far molto. Ma bisogna anche tenere conto della pressione che su di essi si esercita da parte dell’avvocatura. Il numero degli avvocati italiani, rapportato alla popolazione, è molto più alto di quello degli avvocati tedeschi. Quelli di una o due circoscrizioni sono pari al numero degli avvocati francesi. Pensi che non è stata ancora del tutto eliminata la possibilità di ricorrere per Cassazione dopo aver patteggiato. E che viene dagli avvocati (oltre che sindaci, tabaccai, ristoratori) la pressione per riaprire i cosiddetti “tribunalini”.

 

Ma al vertice c’è la Corte costituzionale. Questa dovrebbe essere il garante ultimo dell’equilibrio dei poteri.

 

Ma non riesce a esserlo. Prenda la recentissima sentenza 170 del 2018, sul divieto previsto dalla Costituzione di iscrizione ai partiti. La Corte ha parlato con voce flebile, senza darsi carico di una ricostruzione del quadro costituzionale. Ha detto che bisogna distinguere partecipazione sistematica e continuativa alla vita di un partito politico da accesso alle cariche elettive e agli uffici pubblici di natura politica e ha stabilito che si può partecipare alla vita politica senza iscriversi a partiti, senza vincoli che discendano dalla partecipazione organica a un partito. Insomma, il magistrato può anche essere un capopopolo, a patto che non prenda la tessera. Le sembra una risposta adeguata ai problemi odierni e una interpretazione corretta del dettato costituzionale?

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