La donna perduta e ritrovata

Umberto Silva

Professore, professore mi dica lei che sa tutto, è possibile che a vent’anni m’innamori – pardon: mi sia innamorato, pardon: mi ero innamorato, pardon: sono tutt’ora innamorato – follemente di una ragazza di ventitré anni che ho conosciuto all’università di Milano, una ragazza follemente innamorata di me, io forse anche di più, o forse no essendo lei più intelligente e tutto il resto che non ha resto ma qualcosa di divino, perché piange e io non so piangere, rimango senza testa ed è già qualcosa, ma insomma piango anch’io, anche se non è proprio un pianto, ma piango come lo fosse, o lo sia, sia il più forte di un pianto e lei ha tutto nella sua bellezza, lo sguardo, il dolore, poiché deve sposarsi, e presto, con un uomo molto serio, e lei non ha una lira e deve sposarlo, perché sì, perché non può sposare me, perché si vede che sono pazzo anche se mi ama, e accidenti sono proprio pazzo, e vorrei sposarla a tutti i costi, e persino piango perché non può, sua mamma è davvero una bella signora, ma triste mi dice che non posso, e i nostro baci sono meravigliosi quando ci stringiamo, e lei scompare, e la trovo nella sua casa che appende il matrimonio, e sull’albero ci baciamo, ci stringiamo, carezziamo, le gambe sì ma il pube no, le gambe sono meravigliose, le accarezzo estasiato ma il pube non posso toccarlo, e lei sospira e piange, terribile questa privazione, ma so che dovrà partire con l’altro, so che sto impazzendo, e la guardo fuggire e cadere e fuggire e io guardarla come un pazzo e vado a sbattere da qualche parte...

 

“Professore, piove dentro. Chiudo?”. Cosa deve chiudere quel ragazzo? “Faccio io, Professore, ecco, chiuso”. Il giovane si è alzato premuroso dalla chaise longue e ha chiuso la finestra; fuori tempesta. Ma chi se ne frega, penso. Che mi sta dicendo? Lentamente capisco. A parlare tra sé e sé non è stato il ragazzo, ma sono stato io, il professore, lo psicoanalista, a dirmela per tutto un quarto d’ora, a raccontarmi in silenzio disperatamente la storia di Lei, il mio grande amore di un tempo: la ragazza, il pioppo, il pianto, il tempo, il maledetto tempo che è passato ma che ancora vige, ancora mi brucia. Sospiro, mi spavento, come se il ragazzo avesse inteso quel che silenzioso dicevo. Sono ben dieci minuti che sospiro pensando alla ragazza di un tempo lontano, e a me ragazzo, di ventun anni beninteso. O malinteso. Sorrido guardando la pioggia, forzatamente. Se il ragazzo m’innervosisce lo caccio. Tace, taccio anch’io. Silenzio, interminabile silenzio. Che diavolo ha detto mentre pensavo ad altro, alla mia amata di un tempo?

 

Niente, naturalmente, guai a lui, naturalmente. Pazzo sono io, mica lui. Cosa dovrebbe dirmi, poi? Mica gli ho parlato, ho parlato a me. Parlato, poi! Davvero mi è sfuggita qualche parola? Impossibile, assolutamente impossibile. Il nome di Lei è assolutamente mio, mai me lo sarei fatto sfuggire, mai, nemmeno quella volta di tanti anni fa che entrammo in un cabaret – figurarsi! – e come due pazzerelli ci facemmo sbattere fuori, con le buone. Che vergogna! Morivamo dal ridere correndo via per la città! Milano era meravigliosa, per me, poi tante cose morirono, le più atroci, in anima e corpo. A malapena continuo a pensare e a volte ricordare, una pena orribile, penosissima, di morte; di lei so tutto nulla sapendo se non il mio ricordo, sempre presente e viva e morta, se morta ancora più viva, se vive il mio collo il suo fa uno strano movimento fin quasi a spezzarsi. Lo spezzo, penso, mentre il ragazzo sta impassibile sulla chaise longue, mi fermo, temo che possa sentirlo, o rompermelo...

  

Sono quindici minuti che il ragazzo tace, non mi capita molto, preferisco dire qualcosa ma a volte, come questa, no. Se lui tace anch’io taccio, un gioco di forza, una punizione che dà brio ad entrambi. Mi alzo in piedi, lui sta seduto. Mi siedo, gli dico che ci vediamo tra due giorni, si alza e ringrazia. Esita, forse vorrebbe dirmi qualcosa ma tace, o forse tacendo sta dicendo qualcosa di molto importante. Ridacchio mentre lo accompagno alla porta e la apro. Esita, lo guardo con simpatia, sorride, gli stringo la mano, forte, molto forte, vorrei che gli facesse un po’ male, ossia un po’ di bene, a lui e soprattutto a Lei che ancora sto guardando, Lei che guarda me, Lei che ci guarda entrambi, ah ventiquattro anni Lei, ventuno io, ventitré lui, il ragazzo. Io. Vado alla finestra, come sempre. Perché in questi giorni, in tutti i giorni, così fortemente ricordo Lei? Non ditemelo, sono incapace di tutto.

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