Così il dissenso viene criminalizzato

Giuseppe Sottile

Gli imprenditori del Veneto, terra di Lega e di lavoro, hanno la sfacciataggine di dire a Salvini e soprattutto a Di Maio che il cosiddetto “decreto dignità” finirà per sfasciare il sistema produttivo? Apriti cielo. E dal cielo che si apre scendono le trombe dell’Apocalisse per annunciare a noi poveri spettatori, appollaiati davanti alla tv, che gli industriali veneti dovrebbero avere il pudore di non parlare perché hanno tanti peccati da farsi perdonare. A cominciare dal fatto – lo ha sostenuto mercoledì sera in tv, su La7, Gianluigi Paragone – di non avere speso una parola quando un imprenditore come Gianni Zonin portava allo sfascio la Banca popolare di Vicenza. E se non hanno detto una parola contro Zonin e i suoi giochi malandrini sui crediti della banca, con quale coraggio questi gaglioffi osano opporsi al decreto proposto dal governo del cambiamento?

 

La criminalizzazione del dissenso non è certo una invenzione dei gialloverdi. Negli anni in cui andava di moda il sospetto come anticamera della verità, Leoluca Orlando – che si ritrova ancora, dopo trent’anni, sindaco di Palermo – teorizzava il principio, infame e slabbrato, secondo il quale chi non era d’accordo con lui e con la sua antimafia chiodata faceva di fatto il gioco della mafia. 

  

Un principio di grande comodità. Perché lo esentava dal rispondere agli oppositori con argomenti; e perché gli consentiva soprattutto di scavalcare ogni discussione, ogni dibattito, ogni confronto. Non aveva neppure il bisogno di farsi venire un’idea: bastava la sua intimidazione antimafiosa per stendere al suolo l’oppositore che, credendo ingenuamente nella libertà di parola, aveva avuto magari la sfrontata idea di ricordare che lui, il sindaco della rivoluzione, teneva nascosto nella sua giunta un mafioso del calibro di Vincenzo Inzerillo.

 

Certo, erano tempi terribili e soffocanti: la mafia spadroneggiava, la città avvertiva il respiro marcio dei boss e dei picciotti, e c’erano ancora Salvo Lima e Vito Ciancimino; non si era scatenata la stagione delle stragi ma era a tutti chiaro che le vecchie combriccole del potere stavano per crollare. In questo contesto di paura e diffidenza, di impotenza e vigliaccheria, sul palcoscenico tremolante della politica si affaccia lui, Leoluca, il ragazzone col ciuffo sudaticcio appiccicato sulla fronte. Il quale, come tutti gli attori versati al monologo, si impadronisce della parola. Tutti gli altri sono muti, terrorizzati. Silenti i partiti, dalla Democrazia cristiana al Partito comunista; inconigliati nelle loro stanze i burocrati, rannicchiati nelle caserme le forze dell’ordine, la scena è tutta per lui, il sindaco. Il quale, intanto, definisce la propria stagione come la “primavera di Palermo”. Non solo. Per completare la trasfigurazione riesce anche a legare la parola al simbolo. E così succede che nel tardo pomeriggio di una giornata ovviamente eroica e straordinaria entra a Palazzo delle Aquile con il giubbotto antiproiettile. La minaccia non c’era, ma lui se n’è inventò una in quattro e quattr’otto al solo scopo di dire e ribadire davanti alle tv e al mondo intero che il sindaco Orlando era il bersaglio vivente dei trucidi mafiosi; che lui era il bene e tutti gli altri erano il male; che o si stava con lui o contro di lui. Di conseguenza guai a non accettare le sue parole e le sue opere perché ogni dissenso sarebbe stato ricondotto a una complicità con la mafia e quindi criminalizzato.

 

Oggi, a quasi trent’anni di distanza, Leoluca si aggira nella sua Palermo con l’aria del leone sopravvissuto all’incendio della savana. Poco ci manca e lo mettono sotto protezione del Wwf, come la foca monaca: una specie in via di estinzione. Tutti gli altri eroi, quelli che hanno fatto carriera con l’antimafia, sono caduti dagli altari in malo modo. E’ precipitato nella voragine dell’oblio Rosario Crocetta, inseguito dalla Corte dei conti che pretende risarcimenti per milioni di euro; mentre Antonello Montante, ex capo di Sicindustria che aveva fatto della legalità la sua bandiera, è finito addirittura in carcere, accusato di avere creato una personalissima rete di spionaggio al solo scopo di scavalcare un’inchiesta per concorso esterno avviata dalla magistratura di Caltanissetta.

 

In compenso, però, la criminalizzazione del dissenso – metodo che Orlando seppe portare alle vette più estreme – troneggia come non mai nel dibattito politico, chiamiamolo così, del nostro tempo greve. La maneggia con disinvoltura Matteo Salvini: se Forza Italia non accetta il nome di Marcello Foa come presidente della Rai e gli vota contro in commissione di Vigilanza, le ragioni degli oppositori non contano. La criminalizzazione prevede che quei debosciati dei berlusconiani stanno in realtà tramando – ah, le trame oscure! – con il Pd di Renzi per ripristinare il patto del Nazareno e contrastare il governo del cambiamento. E la maneggiano a piene mani anche Di Maio e tutto l’universo dei Cinque stelle, da Toninelli alla Grillo. Pronti a scattare su due piedi e a sostenere, senza rossore, che gli oppositori sono “parassiti e raccomandati” se non accettano la nuova lottizzazione della Rai; “intellettuali con il Rolex” se tentano di contrastare il vento razzista che soffia contro gli immigrati; “lobbisti delle case farmaceutiche” se respingono la malsana teoria contro i vaccini; “infiltrati dell’americana JPMorgan” se ridicolizzano le stravaganti teorie contro la Tav o contro il Tap o contro il mondo che studia e produce e che dimostra con i numeri per quali sacrosante ragioni il piano B del ministro Savona o la decrescita felice di Beppe Grillo sono delle scelleratezze senza logica e senza futuro.

 

Ma tant’è. Quando un giornalista ha fatto osservare a Di Maio che il sovranista Foa, con tutti i suoi bizzarri articoli su Putin e Mattarella, non sarebbe stato il più adeguato per sostituire Monica Maggioni al settimo piano di Viale Mazzini, il vice premier ha evitato accuratamente di entrare nel merito delle qualità attribuite al suo candidato. Ha preferito aggirare l’ostacolo e criminalizzare intanto la Maggioni, tacciata di “appartenenza al gruppo Bilderberg”, manco fosse la cupola di Totò Riina o la loggia che racchiude tutte le nefandezze del paese.

 

In altri tempi, l’autore di una scempiaggine come quella buttata lì dal leader grillino per mascariare la Maggioni, che con il discorso su Foa non c’entrava proprio nulla, sarebbe stato catalogato come una macchietta della politica; o come il guitto di un potere farlocco. Oggi invece Di Maio e tutti gli altri sputtanatori godono di un consenso diffuso, riscuotono applausi, si fanno a ogni passo un selfie con i fan, e non è neppure il caso di scomodare Julien Benda e il tradimento dei chierici per avere un’idea di quanti – magistrati e grand commis de la Republique – gli bussano alla porta per essere primi al traguardo del suo cuore. Sono maggioranza. E per di più dispongono di un esercito di trombettieri il cui fragore sovrasta ogni altra voce, e di un esercito di pompieri pronti a spegnere, con una criminalizzazione o uno sputtanamento, ogni piccola vampa di polemica, di dissenso, di rigetto.

 

A noi qui – in partibus infidelium – non resta che guardare come le loro parole vadano pirandellianamente “tronfie per le vie, gorgogliando e sparando a ventaglio la coda, come tanti tacchini”. L’ironia ci salverà.

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