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un foglio internazionale

La vera lezione da imparare sulla Cina

Détente 2.0: l’America di Biden deve riprendere il dialogo con Pechino. Un conflitto a Taiwan non conviene a nessuno, scrive Niall Ferguson

"Détente (il termine francese per distensione, ndt) è ancora una parolaccia? Spero di no. Perché presto potremmo averne di nuovo bisogno”. Così inizia il saggio dello storico Niall Ferguson su Bloomberg sui rapporti tra Cina e America.“Negli anni Settanta, quella parolina francese era quasi sinonimo di ‘Kissinger’. Nonostante abbia compiuto novantanove anni il mese scorso, l’ex segretario di stato non ha perso l’abilità di fare infuriare le persone sia a destra che a sinistra - basta vedere la reazione alla sua dichiarazione, al World Economic Forum di Davos, che la ‘linea di demarcazione (tra l’Ucraina e la Russia) dovrebbe tornare allo status quo precedente all’invasione” perché “proseguire la guerra oltre quel punto potrebbe trasformarla non in una guerra per la libertà dell’Ucraina … ma in una guerra contro la Russia”. 

Cinquant’anni fa, nel pieno della guerra fredda, la politica di distensione di Kissinger verso l’Unione sovietica non fu meno controversa. Il suo primo avversario fu l’allora candidato repubblicano Ronald Reagan, che promise di licenziare Kissinger come segretario di stato qualora avesse vinto le primarie del Gop. Lo statista americano non è meno odiato dalla sinistra, che continua ad accusarlo di essere sceso a patti con i dittatori di destra al fine di raggiungere il suo obiettivo strategico. Anche loro non hanno nulla di positivo da dire riguardo alla “dètente” che, proprio come la parola “appeasement”, è diventata impronunciabile. 

 

Ma, spiega Ferguson, la “détente” degli anni Settanta non era come “l’appeasement” degli anni Trenta: questa strategia ha evitato una guerra mondiale. Kissinger non si faceva illusioni sui sovietici, ma allo stesso tempo capiva che gli Stati Uniti reduci dalla guerra in Vietnam non erano nelle condizioni di sfidare l’Urss. Il rapprochement con Mosca aveva due obiettivi: evitare la terza guerra mondiale e guadagnare tempo, esplorando le possibilità di un mondo più multipolare e più interdipendente. La strategia ha funzionato, scrive lo storico di Stanford. In quegli anni, l’America ha approfittato dell’avventurismo sovietico nel terzo mondo - culminato con il fiasco in Afghanistan nel 1979 - per sviluppare la propria potenza tecnologica, spiazzando i russi e rendendo possibile la vittoria nella guerra fredda poi attribuita a Reagan e George H.W. Bush. 

Questa è una lezione per l’amministrazione Biden. Malgrado il presidente americano abbia abbassato i toni di recente, la Casa Bianca “è diventata l’arsenale della democrazia ucraina, piuttosto che la mediatrice di una pace su cui dovranno decidere agli ucraini”. Questa è una strategia rischiosa dato che la prospettiva indicata da Kissinger e criticata dal presidente ucraino Zelensky - ovvero il ritorno ai confini precedenti al 24 febbraio - resta un obiettivo difficile da raggiungere sul campo. Gli ucraini hanno un numero di uomini addestrati tale da potere espellere le forze russe dai territori occupati negli ultimi quattro mesi? E l’alleanza occidentale riuscirà a restare unita così a lungo?

Tuttavia, spiega Ferguson, la cosa più notevole della politica estera di Biden è che aiutare l’Ucraina a sconfiggere la Russia non è nemmeno la priorità. Questo è ciò che ha detto il segretario di stato Antony Blinken in un discorso alla George Washington University il 26 maggio: “Malgrado la prosecuzione della guerra del presidente Putin, noi resteremo concentrati sulla più seria minaccia all’ordine internazionale nel lungo termine - questa viene posta dalla Repubblica popolare cinese”. 

 

Il discorso di Blinken è stato particolarmente duro; Ferguson lo paragona a quello pronunciato dall’allora vicepresidente Mike Pence nell’ottobre 2018 che, a suo dire, ha ufficialmente inaugurato la seconda guerra fredda. Blinken ha toccato tutti i nervi scoperti della Cina: condannando il genocidio cinese nella regione dello Xinjiang; sostenendo le rivendicazioni del Tibet; criticando l’atteggiamento di Pechino verso Hong Kong, oltre alle attività aggressive nel mare cinese del sud e del sud est. Infine il colpo di grazia - dal punto di vista cinese - è stata la condanna esplicita delle attività provocatorie di Pechino nei confronti di Taiwan. Questo, ovviamente, è il tema chiave. Dallo scorso agosto, Biden ha ribadito tre volte che l’America è pronta a difendere Taiwan in caso di un’invasione cinese. Quali sono le conseguenze pratiche dell’abbandono della vecchia politica di “ambiguità strategica”, in vigore dai tempi del compromesso tra Kissinger e Zhou Enlai nel 1972? Molti esperti prevedono che, in ogni caso, gli sforzi americani in difesa dello stato conteso non basterebbero a evitare una vittoria cinese. 

Inoltre, i tagli alla spesa sulla difesa promessi dall’amministrazione Biden - dal 3.3 per cento del pil nel 2021 al 2.7 per cento nel 2032 - non fanno altro che alimentare i dubbi verso la strategia dei democratici. “La cosa davvero sorprendente è che la politica estera di Biden non solo manca di una coerenza strategica e di credibilità. Sembra anche poco adatta a soddisfare gli interessi domestici dei democratici”. La priorità numero uno dell’amministrazione Biden dovrebbe essere abbassare l’inflazione, e molti economisti sanno quanto sia difficile riuscirci aumentando i tassi d’interesse e tagliando la spesa senza causare una recessione. 

Ma la politica estera della Casa Bianca non aiuta a combattere l’inflazione, anzi il contrario. L’aiuto all’Ucraina è costoso - finora sono stati spesi 53 miliardi di dollari, secondo l’economista Larry Lindsey - mentre le sanzioni alla Russia fanno aumentare il costo di molti beni essenziali. La guerra commerciale di Trump ha aumentato il costo delle importazioni cinesi, rendendo l’economie americane e cinesi meno interdipendenti. 

Vi ricordate i vecchi tempi in cui la politica estera era a servizio della politica interna?, si domanda Ferguson. Beh, Joe Biden sta facendo esattamente il contrario; siamo di fronte al “primato della politica estera”, che in questo caso ha un costo enorme per il partito del presidente. Se uno stratega democratico dovesse ripensare la politica estera di Biden - prosegue Ferguson - riesumerebbe quella parola tanto caro a Kissinger che oggi non va più di moda: “Détente 2.0”. Se questa è la seconda guerra fredda, come sostiene lo storico scozzese, allora l’Ucraina è la Corea. Siamo all’inizio della lotta tra superpotenze, quell’epoca in cui gli Stati Uniti hanno ancora la superiorità militare e non riescono a non farsi trascinare in conflitti periferici. Ora ci sono due opzioni: passare agli anni Sessanta - e affrontare la crisi dei semiconduttori di Taiwan, riedizione della crisi dei missili cubani - oppure prendere una scorciatoia storica e procedere dritti verso gli anni Settanta. Allora l’America era in preda all’inflazione, divisioni interne e una guerra sempre più impopolare con il passare degli anni. Se tutto questo vi suona familiare - prosegue Ferguson - allora considerate quanto sarebbe stato utile per Joe Biden andare a Pechino per il cinquantesimo anniversario del viaggio di Nixon nel 1972, anziché fare il duro su Taiwan a Tokyo. Biden avrebbe potuto: 

1. Terminare la guerra commerciale con la Cina.
2. Avviare il processo per porre fine alla guerra in Ucraina sfruttando un po’ di pressione cinese su Putin. 
3. Mettere pressione, insieme alla Cina, agli esportatori di petrolio arabi affinché aumentino la produzione.

Xi Jinping sarebbe disposto ad accettare un rapprochement con l’America?, si domanda Ferguson. Come Mao nel 1972, il leader cinese affronta una miriade di problemi interni: la strategia zero Covid è l’equivalente della Rivoluzione culturale, una politica che sta destabilizzando il paese. Inoltre, la vicinanza a Mosca sull’invasione ucraina sta costando molto alla Cina sul piano geopolitico.

Malgrado tutte queste ragioni, Ferguson non crede che l’amministrazione Biden farà marcia indietro sulla Cina proprio perché il contenimento di Pechino è la pietra angolare della politica estera americana. Due anni fa, gli strateghi di Biden scommisero che questa strategia gli avrebbe consentito di vincere le elezioni. Ma questa logica non si applica più al presente. “È un luogo comune sostenere che la polarizzazione sia la maledizione della politica americana - conclude Ferguson - Tuttavia, c’è solamente una cosa che mi spaventa di più, e questo è il consenso bipartisan. Democratici e repubblicani la pensano diversamente quasi su tutto. Ma sono d’accordo che il contenimento della Cina dovrebbe essere la priorità della politica estera americana. Anche io detesterei vivere in un mondo dominato da Pechino. Ma la grande strategia di Biden, con tutti i suoi difetti, sta rendendo questo mondo meno plausibile? O più? Se la scelta è tra una guerra su Taiwan e un decennio di dètente, sono disposto a scegliere quella maledetta parola francese”. (Traduzione di Gregorio Sorgi)

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