La vera lezione di Giovanni Falcone

Nelle 143 pagine del verbale dell'audizione davanti al Csm, il 15 ottobre 1991, Giovanni Falcone non solo rispose ad accuse e insinuazioni anche da parte di colleghi, ma spiegò la sua idea, garantista, di giustizia
18 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 15:20
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Il giudice Giovanni Facone con il giudice Liliana Ferraro - foto Ansa

Le parole di Maria Falcone, nel pieno della polemica con Marco Travaglio, hanno riportato al centro una questione precisa: la delegittimazione subita da Giovanni Falcone quando era ancora vivo. "A delegittimarlo contribuirono una certa politica, un cattivo giornalismo che anche allora come ora preferiva il sospetto alla verità dei fatti e, dolorosamente, anche una parte della stessa magistratura e diversi suoi colleghi". A me, come AI, è stato dato un compito preciso: prendere il verbale dell'audizione di Falcone davanti alla Prima commissione del Csm del 15 ottobre 1991, 143 pagine, e tirare fuori i passaggi più importanti per capire quali fossero i motivi del contendere e come Falcone rispondesse alle accuse.
Falcone viene convocato dopo due esposti arrivati al Csm nel settembre 1991. Gli vengono contestate omissioni nelle indagini su mafia e politica: non avrebbe valorizzato abbastanza materiale sugli omicidi Reina, Mattarella, La Torre e dalla Chiesa; non avrebbe sviluppato filoni su appalti e imprenditoria; non avrebbe dato sufficiente peso alle dichiarazioni di collaboratori come Antonino Calderone, Francesco Marino Mannoia e Giuseppe Pellegriti. È il Falcone delle "prove nei cassetti", chiamato di fatto a spiegare perché certi sospetti non fossero diventati accuse.
La prima risposta è metodologica. Falcone distingue ciò che può essere una pista da ciò che può diventare un atto giudiziario: "Mi domando se ha senso una affermazione del genere: c'è un bellissimo lavoro di Pisapia, Sospetto, indizio, prova. Questa qua, al massimo, può essere una ipotesi di lavoro da coltivare, ma non un indizio che giustifichi una informazione di garanzia". E aggiunge: "L'informazione di garanzia non è una coltellata che si può infliggere così, è qualcosa che deve essere utilizzata nell'interesse dell'indiziato, ma non per fatti di questo genere".
Non è teoria. Falcone ricorda episodi nei quali quella prudenza gli era costata scontri con i suoi colleghi: "Ricordo la mia lunghissima, enorme polemica con Rocco Chinnici che voleva far arrestare i Salvo e mi sono opposto con tutta la mia forza e avevo ragione; il mio contrasto con i colleghi perché non volevo arrestare Vito Ciancimino; l'ho fatto arrestare soltanto quando abbiamo acquisito gli elementi che giustificassero un provvedimento di questa gravità". Non arrestare subito, per Falcone, non significava proteggere qualcuno: significava aspettare che il quadro probatorio reggesse.
"Nonostante gli sforzi di tutta una vita", dice, "devo sentire un avvocato che fa affermazioni di questo genere nei miei confronti". E ricorda che se una preoccupazione aveva guidato il pool era stata "proprio quella di non confondere le indagini della magistratura nella guerra sulla mafia".
Uno dei motivi principali del contendere è Salvo Lima. Si chiede a Falcone perché determinati elementi non siano diventati contestazioni, avvisi, imputazioni. La risposta è il manifesto più netto del suo metodo: "Io posso anche sbagliare, ma sono del parere che, nei fatti in cui si avanzano accuse gravissime riguardanti personaggi di un certo spessore e del mondo imprenditoriale, tutto quello che si vuole, o hai gli elementi veramente concreti, oppure è inutile azzardare ipotesi indagatorie, ipotesi di contestazioni di reato che, inevitabilmente, si risolvono in un'ulteriore crescita di prestigio nei confronti del soggetto che diventerà la solita vittima della giustizia del nostro paese".
Falcone dice che proprio su questo aveva avuto contrasti con altri magistrati: "I motivi dei miei contrasti, spesso con colleghi un po' più anziani di me, derivavano proprio da questa differenza di mentalità". E poi: "A me sembra profondamente immorale che si possano avviare delle imputazioni e contestare delle cose nella assoluta aleatorietà del risultato giudiziario". Ancora: "Non si può ragionare: intanto io contesto il reato, poi si vede, perché da queste contestazioni poi derivano, soprattutto in determinate cose, conseguenze incalcolabili". Su Lima conclude: "Io continuo ad essere convinto che questo tipo di elementi a carico di Salvo Lima non fossero tali, nemmeno, per giustificare una informazione di garanzia, non so poi per quale reato".
Qui sta una parte essenziale dello scontro con l'antimafia militante. Falcone non nega i rapporti tra mafia e politica. Nega che la plausibilità politica di un'accusa basti a produrre conseguenze giudiziarie. Un sospetto serve a cercare prove; non è esso stesso una prova.
Lo stesso schema ritorna parlando dei collaboratori di giustizia. Falcone rifiuta il pentito come oracolo: "Quando un pentito mafioso decide di parlare, dirà quello che ritiene di dover dire, non altro: si può tentare di girare attorno, si può tentare di indurlo". "Abbiamo di fronte personaggi saldissimamente strutturati che riferiscono ciò che sanno sulla base di un loro preciso disegno. E allora il problema è un sottile gioco psicologico di riuscire a capire qual è il loro disegno per poterti inserire e portarlo verso lo Stato". "Si tratta di un enorme lavoro di pazienza". Le dichiarazioni vanno verificate, confrontate, riscontrate.
È in questo contesto che formula un altro principio: "A mio avviso, non ci sono ordinari cittadini e cittadini straordinari, non ci sono cittadini di serie A e non ci sono cittadini di serie B". Ma uguaglianza non significa automatismo: "Pensare di poter trattare alla stessa maniera fatti che sono totalmente differenziati significa non ottenere nessun risultato". E contro la giustizia burocratica: "Basta interrogare l'imputato, sentire i testi, non ottieni nulla e puoi benissimo proscioglierli. Non lo intendo in questa maniera il modo di fare il giudice".
Altro grande motivo del contendere è il "terzo livello". Attorno a Falcone si era costruita l'idea che egli avesse sostenuto l'esistenza di una sorta di cupola superiore alla mafia, composta da politici, massoni e uomini d'affari. Falcone replica: "Mi sembra che riecheggi quella sorta di terzo livello da cui sono tormentato da anni". "Non esistono vertici politici che possono in qualche modo orientare la politica di Cosa Nostra. È vero esattamente il contrario".
E precisa: "Il terzo livello, inteso quale direzione strategica, che è formata da politici, massoni, capitani d'industria eccetera e che sia quello che orienta Cosa Nostra, vive solo nella fantasia degli scrittori; non esiste nella pratica". La realtà è "estremamente più grave e più complessa, perché più articolata".
Più avanti torna sul tema: "Come da questo punto si arrivi all'affermazione che io sostenevo il terzo livello, cioè una direzione strategica che ordinava alla mafia di comportarsi ora in questa maniera, ora in quell'altra maniera, ripeto, tuttora non riesco a capire". E accusa chi semplifica: "Si continuano a fare queste affermazioni ad effetto: Falcone ha cambiato idea! Prima parlava del terzo livello, ora non ne parla più".
Poi la battuta: "Magari ci fosse un terzo livello! Basterebbe una sorta di Spectra, basterebbe James Bond per togliercelo di mezzo. Ma purtroppo non è così". Il problema vero è che "abbiamo dei rapporti molto intensi, molto ramificati e molto complessi. Questo è il punto cruciale su cui bisogna lavorare". Non una centrale occulta che impartisce ordini, dunque, ma una rete di rapporti molto più difficile da dimostrare in tribunale e molto meno adatta agli slogan.
Anche sulla politica Falcone separa i piani. "Io non faccio parte di quella categoria di persone che sostengono che la mafia è un fatto economico e sociale e che se prima non si risolvono i problemi dell'economia siciliana non si risolveranno i problemi della mafia". Rivendica la repressione: "Il mantenimento di strutture salde della repressione, della forza statale, in zone in cui proprio dall'assenza dello Stato si sono giovate per giungere a certi risultati, tutto questo è una delle precondizioni per consentire lo sviluppo e il decollo del Mezzogiorno d'Italia".
Ma immediatamente traccia il confine: "Sono convinto non che la via giudiziaria sia una bella scorciatoia per risolvere i problemi politici, gabellandoli come problemi di mafia, tutt'altro". E aggiunge che "la mafia non si può combattere a correnti alternate", alternando "momenti di intenso impegno a momenti in cui qualsiasi cosa tu faccia non va bene".
Dentro l'audizione c'è anche il racconto delle condizioni nelle quali Falcone aveva lavorato dopo il cambio alla guida dell'Ufficio istruzione. È un altro punto decisivo, perché gli si rimprovera di non avere portato avanti certe indagini e lui ricorda lo smantellamento del metodo del pool.
"Obiettivamente m'intendevo riferire a quella situazione d'impossibilità di andare avanti, a quella situazione che ha portato allo smantellamento del pool a Palermo, che ha impedito di poter continuare a fare efficacemente e ad ottenere certi risultati che sono stati ottenuti nel passato".
Falcone non attribuisce malafede a Meli: "Non intendo ipotizzare né malafede da parte di nessuno, né intendo avanzare dietrologie di alcun tipo". Ma descrive il problema: "Se ogni due-tre mesi si deve discutere di certi problemi, se ad ogni piè sospinto il tuo capo disfa quello che tu fai un minuto prima, è chiaro che le indagini si arrestano". E con le polemiche esterne "il risultato non può che essere di una sofferenza complessiva".
Riconosce a Meli probità personale: "Meli era, è una bravissima persona, una persona adamantina, su questo non si discute". Ma il dissenso sul metodo resta radicale: "Se c'è il dissenso su certe linee investigative, su certe filosofie di indagini, chi dissente, se è il capo, l'impone, il proprio punto di vista; altrimenti si mette da parte, si fanno fare le indagini agli altri, perché non è che si può continuare a lavorare sulle stesse cose in cui uno dice a e l'altro fa b. Non si ottiene più nulla".
Questo passaggio serve anche a capire un'altra parte della frase di Maria Falcone: "una parte della stessa magistratura e diversi suoi colleghi". Falcone non sostiene che i colleghi fossero in malafede, anzi spesso dice esplicitamente il contrario. Ma racconta una battaglia durissima sul metodo: sulla gestione del pool, sulla quantità di prova necessaria prima di colpire qualcuno, sull'uso dei pentiti, sul rapporto tra intuizione investigativa e imputazione. La sua accusa non è: non volevano combattere la mafia. È: un certo modo di combatterla rischiava di produrre cattive indagini e cattivi processi.
Poi c'è il giornalismo, ed è il passaggio che rende quasi letterale il riferimento di Maria Falcone. Nell'autunno del 1991 Falcone si sente accusato di avere insabbiato. Davanti al Csm racconta: "Oramai tutti i cassetti sono stati svuotati e adesso la musica è cambiata: sono indagini che non sono state fatte o che sono state fatte male". Prima l'accusa era avere le prove nei cassetti. Una volta svuotati, l'accusa cambia.
Falcone dice di essere stato costretto a scrivere all'Unità per una formula: "Falcone preferì insabbiare tutto". E cita Enzo Biagi: "Si può uccidere anche con la parola". Poi ricorda l'Addaura: "In quel momento c'era chi diceva a tutti i giornalisti, ma non era Orlando, che quelle bombe, quei candelotti di dinamite me li ero messi da solo lì".
E aggiunge un particolare notevole. Durante una polemica una giornalista gli aveva chiesto che cosa pensasse di Orlando. Falcone aveva risposto: "Ma che vuole che possa rispondere di un amico". "Dopo poche ore, tornato in sede, ho appreso di quell'attacco riguardante le prove nei cassetti. Ecco, questa è la situazione".
Qui la parola "delegittimazione" assume un significato concreto. Falcone era sopravvissuto a un attentato e qualcuno insinuava che se lo fosse organizzato. Aveva guidato le più importanti indagini sulla mafia e veniva accusato di insabbiare. Aveva rifiutato arresti senza prove e quella prudenza diventava sospetto di protezione dei potenti. Il meccanismo che descrive è sempre lo stesso: l'insinuazione precede il fatto e poi pretende che sia l'accusato a liberarsene.
Il culmine arriva con la possibile telefonata ad Andreotti dopo le dichiarazioni di Giuseppe Pellegriti. Falcone non rifiuta di rispondere. Chiede che l'accusa venga formulata come accusa: "Mi si deve dire chiaramente: tu sei accusato di avere rivelato il contenuto delle dichiarazioni di Pellegriti ad Andreotti". Se questo è il sospetto, lo si metta sul tavolo. "Ma non mi si può chiedere, in maniera maliziosa, non da parte, per carità, di questi signori, se per caso ho telefonato ad Andreotti".
"È una questione di principio". E da qui arrivano le parole più vicine a un manifesto contro la gogna: "Non si può investire della cultura del sospetto tutto e tutti". "La cultura del sospetto non è l'anticamera della verità". "La cultura del sospetto è l'anticamera del khomeinismo". Solo dopo aver contestato il metodo aggiunge la risposta fattuale: "Dopodiché ho detto che non c'era stata questa telefonata".
Questo è forse il cuore di tutte le 143 pagine. Falcone non dice che non bisogna indagare. Dice che bisogna distinguere. Una voce non è un indizio. Un indizio non è una prova. Un sospetto su un rapporto politico non autorizza automaticamente un'informazione di garanzia. Una dichiarazione di un pentito non può essere separata dai riscontri. E un magistrato che non ritiene sufficienti gli elementi non può per questo essere trasformato in complice di ciò che sta indagando.
Falcone non pretende neppure di sottrarsi alla critica. Dice il contrario: "Io credo che il magistrato debba sopportare anche questo tipo di critiche nel momento in cui sono critiche. Non si può e non si deve tollerare l'insulto, l'offesa gratuita, ma la critica, per carità!". Anzi, perfino la polemica può essere utile: "Induce sempre a riflettere su stessi e a vedere se e in che misura si è sbagliato, se e in che misura si può migliorare". "In questi termini credo che la critica sia addirittura da augurarsela quanto più frequentemente possibile".
Quello che non accetta è il passaggio dalla critica alla delegittimazione, dalla domanda all'insinuazione permanente. Ed è qui che il tono cambia. "I sospetti sono stati lanciati, sono stati respinti e, per doveroso rispetto nei confronti del C.S.M., finora non si è fatto nulla. Non si può andare avanti in questa maniera, questo sia chiaro; non è possibile, questo è un linciaggio morale continuo".
Falcone aggiunge: "Io sono in grado di resistere, ma altri colleghi un po' meno". Poi descrive l'effetto concreto di quel clima sulla procura di Palermo: "Io vorrei che voi vedeste che tipo di atmosfera c'è per adesso a Palermo. Ma veramente non lavorano più! Si trovano in una situazione estremamente demotivata e delegittimata, sono guardati con estremo sospetto da tutti".
E al Csm dice: "Per carità, voi fate tutto e per intero il vostro dovere, ma tenete conto anche di questo, perché io li conosco questi ragazzi, non possono essere guardati così".
È per questo che le parole pronunciate oggi da Maria Falcone nel caso Travaglio possono essere verificate non soltanto attraverso ricordi o commemorazioni ma attraverso le parole che suo fratello pronunciò quando era vivo. Il motivo del contendere, nelle 143 pagine del Csm, è chiarissimo: quanto può spingersi il sospetto prima di diventare abuso? Quanto può la pressione pubblica pretendere dalla magistratura un'accusa che le prove ancora non consentono? Quanto può un magistrato rifiutare una tesi suggestiva senza essere accusato di insabbiare?
La risposta di Falcone è coerente dall'inizio alla fine. "Sospetto, indizio, prova" sono cose diverse. "L'informazione di garanzia non è una coltellata". "O hai gli elementi veramente concreti, oppure è inutile azzardare ipotesi indagatorie". "A me sembra profondamente immorale" contestare reati nella "assoluta aleatorietà del risultato giudiziario". "Non si può ragionare: intanto io contesto il reato, poi si vede". "Non si può investire della cultura del sospetto tutto e tutti". "La cultura del sospetto non è l'anticamera della verità". E quando tutto questo diventa un metodo, la definizione di Falcone è ancora più semplice: "Questo è un linciaggio morale continuo".
Non è un Falcone meno antimafia. È il Falcone convinto che proprio la lotta alla mafia richieda più rigore, più professionalità, più prove e meno teatro. La forza dello Stato, nelle sue parole, non si misura dalla facilità con cui formula accuse, ma dalla capacità di trasformare sospetti in prove e prove in sentenze.