Il metodo Ranucci, spiegato

Quando il sospetto diventa sentenza anticipata, l’indagine una prova, la suggestione una verità televisiva. E resta pochissimo spazio per assoluzioni, archiviazioni e rettifiche. Esempi da “Report”
14 AGO 26
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C’è un modo comodo, e sbagliato, di discutere di “Report”: decidere prima se Sigfrido Ranucci e la sua redazione siano eroi da proteggere o nemici da abbattere e sistemare poi i fatti dentro quella cornice. Non serve. “Report” ha fatto la storia del giornalismo investigativo italiano, ha messo il naso dove molti non volevano metterlo, ha disturbato governi, aziende, partiti e potentati. Una democrazia deve essere contenta che esistano programmi così e deve essere prudente quando la politica prova a intimidirli. Ma proprio perché “Report” è importante, e dispone della forza del servizio pubblico, è legittimo chiedersi se negli anni abbia sviluppato un metodo che qualche danno lo ha prodotto: quando il sospetto diventa sentenza anticipata, l’indagine una prova, la suggestione una verità televisiva. La Rai stessa presenta “Report” come uno dei programmi che hanno fatto la storia del giornalismo investigativo televisivo. È precisamente questa autorevolezza a rendere necessario sottoporre anche “Report” alle verifiche alle quali “Report” sottopone gli altri.
Un giornalista non è un giudice e non deve aspettare una sentenza per raccontare ciò che sa. E un’assoluzione non dimostra automaticamente che un servizio fosse falso: verità giornalistica e verità processuale non coincidono sempre. Il problema nasce quando la macchina narrativa che dà enorme risalto all’apertura di un fascicolo, a una perquisizione o a un’iscrizione nel registro degli indagati dedica poi all’archiviazione o all’assoluzione uno spazio infinitamente più piccolo. Nelle pagine di “Report” gli sviluppi giudiziari delle proprie inchieste vengono, giustamente, registrati. Ma allora bisogna tenere il conto anche nell’altra direzione. Se il fascicolo aperto dopo una puntata diventa una certificazione del lavoro giornalistico, il fascicolo chiuso non può diventare una nota a piè di pagina. La prova migliore del problema è che la stessa “Report” ha pagine dedicate alle assoluzioni arrivate dopo vicende sulle quali aveva lavorato: dalla trattativa Stato-mafia a Enoteca d’Italia.
Il caso Eni-Nigeria è il modo migliore per spiegare agli smemorati di che cosa stiamo parlando. Per anni Opl 245 è stato raccontato come uno dei grandi scandali di corruzione internazionale, una presunta maxitangente da oltre un miliardo di dollari legata a un giacimento petrolifero nigeriano. “Report” dedicò spazio alla vicenda. Il processo si è però concluso nel marzo 2021 con l’assoluzione di tutti e quindici gli imputati, comprese Eni e Shell, Claudio Descalzi e Paolo Scaroni, “perché il fatto non sussiste”. Nel luglio 2022, dopo la rinuncia all’appello della procura generale, le assoluzioni sono diventate definitive. Non significa che fosse illegittimo indagare o raccontare le contestazioni. Significa che il grande teorema penale attorno al quale era cresciuto un racconto pubblico devastante non ha retto al giudizio. E la reputazione non torna automaticamente allo stato precedente. È bene aggiungere, per non sostituire una narrazione a un’altra, che nel giugno 2026 sono stati assolti definitivamente anche i pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro dall’accusa di avere omesso prove favorevoli agli imputati: dunque neppure questo successivo procedimento può essere oggi utilizzato per screditare l’inchiesta originaria. Restano i fatti essenziali: quindici imputati, quindici assoluzioni e nessuna corruzione dimostrata nel processo Opl 245.
Mario Mori è un altro nome che aiuta a capire il meccanismo. “Report” ha dedicato molto spazio alla cosiddetta trattativa Stato-mafia, fino allo speciale “Le menti raffinatissime” e al successivo “Il vertice delle stragi”. È una materia nella quale esistono fatti storici, zone grigie e domande legittime. Ma esistono anche sentenze. Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, condannati in primo grado, sono stati assolti in appello e nell’aprile 2023 la Cassazione ha reso definitive le assoluzioni. Non è corretto sostenere che la sentenza abbia cancellato ogni contatto, ogni iniziativa o ogni fatto storico ricostruito negli anni. È corretto dire che l’impianto accusatorio che attribuiva responsabilità penali agli ufficiali del Ros non ha retto. E qui il contrasto con il racconto televisivo merita di essere ricordato: presentando nel 2021 “Il vertice delle stragi”, “Report” annunciava di voler approfondire il ruolo di uomini dello stato nelle vicende delle stragi del 1992-93. Due anni dopo, la Suprema corte ha escluso la responsabilità penale degli ufficiali del Ros. Nel senso comune, però, il marchio della “trattativa” è rimasto molto più resistente dell’assoluzione. Per Mori esiste anche un secondo capitolo, spesso confuso con il primo: la mancata cattura di Bernardo Provenzano a Mezzojuso nel 1995. Mori e il colonnello Mauro Obinu finirono sotto processo per favoreggiamento aggravato alla mafia: secondo l’accusa avrebbero omesso di intervenire nonostante le informazioni ricevute attraverso Luigi Ilardo potessero condurre al boss. Furono assolti in primo grado e in appello; nel giugno 2017 la Cassazione rese definitiva l’assoluzione, respingendo il ricorso dell’accusa. La formula dell’appello fu “perché il fatto non costituisce reato”. Le sentenze contengono anche valutazioni critiche sulle scelte investigative: non bisogna nasconderle. Ma non si può neppure saltare l’ultima riga della storia. Il garantismo non impone di dimenticare i sospetti: impone di ricordare come sono finiti.
Lo stato e la mafia: nel senso comune il marchio della “trattativa” è rimasto molto più resistente dell’assoluzione
Poi ci sono i diamanti. Nel 2016, con “Occhio al portafoglio”, “Report” denunciò la vendita attraverso le banche di diamanti da investimento a prezzi molto superiori a quelli di mercato. La vicenda generò procedimenti, sanzioni e un enorme contenzioso. Maurizio Sacchi, titolare di Diamond Private Investment, finì nel procedimento penale e trascorse anche mesi in carcere. Nel 2026 la Cassazione lo ha però assolto dall’accusa di essere uno degli artefici del maxi raggiro: “il fatto non sussiste”. Qui bisogna tenere insieme due verità. L’assoluzione penale di Sacchi è un fatto enorme e fa cadere l’accusa penale nei suoi confronti; nello stesso tempo sono rimaste in piedi le sanzioni Antitrust per pratiche commerciali scorrette, confermate in sede amministrativa, e le banche hanno rimborsato circa 1,2 miliardi ai clienti. Dunque non “‘Report’ aveva ragione su tutto”, ma neppure “‘Report’ aveva inventato tutto”. Il problema è l’asimmetria fra la personalizzazione televisiva dell’accusa e la forza molto minore dell’assoluzione.
Lo stesso vale per una storia ormai quasi dimenticata, Enoteca d’Italia. Nel 2005 “Report” dedicò “In vino veritas” alla gestione dell’ente senese, in una stagione segnata da accuse pesanti. Dodici anni dopo arrivò l’assoluzione degli imputati, tra cui l’ex presidente Pier Domenico Garrone. La stessa pagina di “Report” avrebbe poi registrato, senza ambiguità: “Caso Enoteca d’Italia, tutti assolti”. Nel 2021 la Corte d’appello di Roma ha confermato le assoluzioni di tutti gli imputati, dichiarando inammissibile l’impugnazione dell’accusa. Bene che “Report” abbia dato conto dell’epilogo. Ma è precisamente questo il punto: la puntata d’accusa resta nella memoria con immagini, volti e titoli; l’assoluzione arriva dodici anni dopo, quando il pubblico è altrove. La smentita giudiziaria non dispone della stessa scenografia del sospetto.
Il caso delle mascherine e della struttura commissariale di Domenico Arcuri richiede ancora più precisione. “Report” dedicò diversi servizi alle forniture dell’emergenza Covid, comprese quelle acquistate dalla struttura commissariale guidata da Arcuri. Si è parlato per anni di un gigantesco affare opaco attorno a oltre ottocento milioni di dispositivi acquistati dalla Cina per circa 1,25 miliardi di euro. Arcuri è stato assolto nel gennaio 2025 dall’accusa di abuso d’ufficio, ma non nel merito: il reato era stato abrogato e la formula è stata che il fatto non è più previsto dalla legge come reato. Sarebbe scorretto usare quella sentenza come prova che tutte le accuse fossero infondate. Ma sarebbe scorretto anche omettere che le originarie contestazioni di corruzione e peculato nei suoi confronti erano già state archiviate e che il 31 marzo 2026 il tribunale di Roma ha prosciolto Antonio Fabbrocini, ex braccio destro di Arcuri, mentre anche gli intermediari italiani sono usciti dal procedimento. Il quadro giudiziario finale è dunque assai meno granitico di quello sedimentato nell’opinione pubblica negli anni del caso mascherine.
Una asimmetria. Il garantismo non impone di dimenticare i sospetti: impone di ricordare come sono finiti
E veniamo agli ultimi tre anni. Nel dicembre 2023 “Report” e il Fatto Quotidiano accendono il caso del quadro di Rutilio Manetti nella disponibilità di Vittorio Sgarbi. La procura apre un’indagine dopo le inchieste giornalistiche: la stessa “Report” lo sottolinea successivamente sul proprio sito. Nel frattempo alcune delle originarie ipotesi vengono archiviate; sull’accusa rimasta, il riciclaggio, il 16 febbraio 2026 Sgarbi viene assolto. La procura aveva chiesto tre anni e quattro mesi. Sarebbe puerile concludere che ogni dettaglio del lavoro giornalistico fosse falso: restano una storia complicata sulla provenienza e sulle modifiche del dipinto e testimonianze che meritavano di essere verificate. Ma proprio questo caso rende evidente l’asimmetria: se “dopo ‘Report’ parte l’indagine” diventa una certificazione del lavoro svolto, “il processo finisce con un’assoluzione” deve avere un peso equivalente nella memoria della storia.
Nel gennaio 2025 “Il Signor D” torna invece su Marcello Dell’Utri e sulle stragi mafiose del 1993, dando grande rilievo al fatto che Dell’Utri fosse ancora indagato a Firenze nell’inchiesta sui presunti mandanti occulti. Il 15 gennaio 2026 il gip di Firenze archivia la posizione; la notizia diventa pubblica il 4 giugno. Il giudice rileva la mancanza di elementi concreti sui rapporti diretti ipotizzati tra Cosa Nostra, Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Era la sesta archiviazione in trent’anni di indagini sui presunti mandanti occulti. “Report” non aveva inventato il fascicolo: il fascicolo esisteva davvero, e raccontare che esistesse era perfettamente legittimo. Ma l’esistenza di un’indagine non è la prova della fondatezza dell’ipotesi investigativa. E’ precisamente questa distanza che il giornalismo dovrebbe rendere percepibile anche quando la ricostruzione dell’accusa è affascinante e televisivamente irresistibile.
A Pioltello la cautela deve essere ancora maggiore perché il processo non è finito. “Report”, con “L’ultima fermata” dell’8 ottobre 2023, torna sul disastro ferroviario del 2018: tre morti e oltre duecento feriti o persone che riportarono traumi psicologici. Nel febbraio 2025 il primo grado si conclude però con una sola condanna e otto assoluzioni, tra cui l’ex amministratore delegato di Rfi Maurizio Gentile e la stessa Rfi. Le motivazioni hanno escluso la prova di condotte commissive od omissive rimproverabili ai vertici, affermando che non potevano conoscere le condizioni del giunto che causò l’incidente. La procura ha impugnato e il processo d’appello è iniziato nel 2026. Non esiste dunque una verità definitiva da brandire contro “Report”. Esiste però una lezione: fra denunciare un problema di manutenzione realmente esistito e attribuirne la responsabilità penale ai vertici passa una distanza enorme.
Pochi giorni separano invece una puntata da un altro epilogo giudiziario. Il 19 gennaio 2025, parlando del Ponte sullo Stretto e della figura di Pietro Ciucci, “Report” torna anche sui suoi anni all’Anas e sul crollo del viadotto Scorciavacche, in Sicilia. Undici giorni dopo, il 30 gennaio, Ciucci e due dirigenti Anas vengono assolti “per non avere commesso il fatto” dall’accusa di induzione a dare o promettere utilità, per la quale la procura aveva chiesto quattro anni per Ciucci. Anche qui non va truccata la realtà in senso opposto: il viadotto crollò davvero e altre contestazioni del procedimento si sono estinte per prescrizione. Ma utilizzare l’esistenza di un processo pendente come tassello per tratteggiare il profilo pubblico di una persona espone a un rischio evidente: che undici giorni dopo la giustizia dica qualcosa di molto diverso.
Ci sono poi le correzioni, che qualche volta raccontano il metodo persino meglio dei grandi processi. Nel servizio “Il candidato al contrario” del 10 dicembre 2023 trova spazio l’affermazione sulla presunta appartenenza del ministro Adolfo Urso alla massoneria. Urso smentisce. Sulla pagina ufficiale del servizio “Report” scrive poi che per la trasmissione fa fede la smentita del ministro e aggiunge il proprio rammarico per il disagio arrecato all’interessato. È una correzione doverosa, e va riconosciuto a “Report” di averla fatta. Ma mostra anche quanto sia pericoloso dare spazio a un’accusa identitaria così forte quando la verifica non consente di sostenerla fino in fondo. La rettifica serve; non può cancellare la prima impressione, che in televisione è quasi sempre quella che resta.
Si potrebbe aggiungere il Bambino Gesù. Nel marzo 2025, dentro “Patti chiari”, “Report” torna sulla dolorosissima morte di Lisa Federico dopo il trapianto di midollo. La stessa pagina del programma ha successivamente dovuto registrare che il 20 maggio 2025 il gip aveva archiviato la posizione del professor Franco Locatelli. Anche questo non consente di dire che le domande giornalistiche sulla vicenda fossero illegittime e non cancella il dolore e gli interrogativi della famiglia. Serve però a ricordare una regola: quando una persona entra in un racconto pubblico nel cono d’ombra di un’ipotesi penale, l’archiviazione non è una formalità ma parte integrante della notizia.
Tutto questo non autorizza nessuno a trasformare “Report” nel male assoluto del giornalismo italiano. Sarebbe l’operazione speculare a quella che qui si critica. “Report” ha prodotto inchieste importanti, ha fatto emergere fatti veri, ha costretto istituzioni e aziende a rispondere, ha disturbato poteri che preferivano non essere disturbati. E non tutte le polemiche contro Ranucci sono fondate: una querela non prova che un servizio sia diffamatorio così come un’indagine non prova che un intervistato sia colpevole. Il garantismo, se è serio, vale anche per i giornalisti. Non si può criticare “Report” per avere trattato un avviso di garanzia come una condanna e poi trattare una querela contro “Report” come una condanna di Ranucci.
Il problema è il circuito che può crearsi tra giornalismo e giustizia: la trasmissione porta un’ipotesi; l’ipotesi genera attenzione e talvolta entra in un fascicolo; l’apertura del fascicolo torna nel racconto pubblico come conferma dell’importanza dell’inchiesta; l’indagato viene identificato per anni con l’accusa; quando arriva l’assoluzione, il meccanismo che aveva amplificato il sospetto non funziona più. Non servono complotti tra giornalisti e magistrati per vederlo. Basta la normale dinamica dell’informazione: l’accusa è nuova, drammatica, telegenica; l’assoluzione è tardiva, tecnica, poco spettacolare. Per chi ne viene travolto, però, il danno reputazionale è reale. E c’è anche un danno culturale: abituare il pubblico a considerare l’indagine come il primo grado di una colpevolezza e non come ciò che è, cioè un’ipotesi che deve ancora essere provata.
“Report” usa strumenti narrativi legittimi ma potentissimi: montaggio, domande incalzanti, silenzi, documenti in successione, fonti che aggiungono tasselli. Il telespettatore non riceve soltanto informazioni: riceve una costruzione. È il linguaggio della televisione e non c’è nulla di scandaloso. Diventa un problema quando quella costruzione elimina visivamente il condizionale che magari sopravvive grammaticalmente. Si può dire “secondo l’accusa”, “avrebbe”, “è indagato per”, e contemporaneamente comunicare una certezza morale. È qui che il giornalismo investigativo rischia di trasformarsi in giornalismo oracolare: non nella volontà di fare inchieste, ma nella difficoltà di lasciare davvero aperto il dubbio.
Agli smemorati non serve dunque un catalogo di vendette contro “Report”. Serve ricordare gli epiloghi. Eni-Nigeria: tutti assolti. Mori sulla trattativa: assolto definitivamente. Mori e Obinu su Provenzano: assoluzione definitiva. Sacchi sui diamanti: assolto in Cassazione, dentro una vicenda commerciale in cui restano sanzioni e rimborsi. Enoteca d’Italia: tutti assolti. Il caso mascherine: l’assoluzione tecnica di Arcuri, le precedenti archiviazioni per corruzione e peculato e i successivi proscioglimenti. Sgarbi: assolto dall’ultima accusa rimasta. Dell’Utri: archiviato sulle stragi del 1993. Pioltello: otto assoluzioni in primo grado e un appello ancora aperto. Ciucci: assolto nel procedimento Scorciavacche. Locatelli: archiviato. Urso: la stessa “Report” riconosce la sua smentita sulla massoneria. Non sono casi uguali, non hanno lo stesso peso e sarebbe scorretto metterli tutti sul medesimo piano. E’ proprio la loro diversità, però, a mostrare la costante: il sospetto ha una vita mediatica più intensa della sua eventuale smentita.
Ricordare gli epiloghi. Eni-Nigeria: tutti assolti; Enoteca d’Italia: tutti assolti; Locatelli: archiviato
Il danno prodotto da questo metodo non si misura dunque contando quante inchieste di “Report” siano “sbagliate”, operazione impossibile e anche sciocca. Si misura nell’asimmetria. Un’accusa può occupare un’ora di prima serata e accompagnare un nome per dieci anni; un’assoluzione può richiedere venti secondi. Una fonte anonima può costruire una reputazione negativa in pochi minuti; una motivazione di trecento pagine che smonta l’accusa arriva quando nessuno ricorda più da dove si era partiti. Una procura che apre un fascicolo dopo una trasmissione produce un titolo; una procura che lo archivia anni dopo produce una breve. La prima notizia certifica, nel racconto mediatico, il valore dell’inchiesta; la seconda raramente produce una revisione del racconto precedente. Ed è in questa sproporzione che si crea la vera gogna: non necessariamente nella falsità di ciò che viene raccontato, ma nell’impossibilità pratica per l’accusato di ottenere, quando ha ragione, la stessa potenza narrativa con cui era stato messo sotto accusa.
La soluzione non è imbavagliare “Report”, commissariarlo, normalizzarlo o trasformare ogni errore in un pretesto politico. Sarebbe peggio del problema. E’ pretendere da una trasmissione così potente una regola semplice: la stessa curiosità verso le prove a discarico che verso quelle d’accusa; spazio adeguato agli epiloghi quando rovesciano il quadro; più attenzione nel separare il fatto dall’ipotesi e l’ipotesi dalla suggestione; meno compiacimento nel presentare l’apertura di un’inchiesta giudiziaria come una medaglia al valore giornalistico. E magari una regola televisiva molto semplice: quando un servizio ha dato grande risalto a un’accusa contro una persona e quell’accusa viene successivamente archiviata o si conclude con un’assoluzione, tornare sulla vicenda con la stessa chiarezza con cui la si era aperta.
Riconoscere che una procura può sbagliare, una fonte può sbagliare e può sbagliare anche “Report”
Il punto, alla fine, non riguarda Ranucci. Riguarda un’idea di giornalismo. Quello migliore non è il giornalismo che non accusa mai e non sbaglia mai perché non rischia mai. E’ quello che rischia, accusa quando ha elementi per farlo, ma conserva abbastanza dubbio da riconoscere che una procura può sbagliare, una fonte può sbagliare, un testimone può sbagliare e naturalmente può sbagliare anche “Report”. La credibilità non si perde ammettendo un errore. Si perde quando si pretende che la propria versione sia sottratta alla stessa verifica che si esige dagli altri. Ricordare assoluzioni, archiviazioni e rettifiche non significa fare la guerra a “Report”. Significa applicare a “Report” il principio che “Report” applica da trent’anni a tutti gli altri: nessun potere dovrebbe essere considerato intoccabile. Neppure il potere di chi racconta gli intoccabili.