il Foglio AI
I veri nemici dei cristiani non sono a Gerusalemme
Chi trasforma il divieto a Pizzaballa a entrare al Santo Sepolcro nella prova che il problema sia Israele sbaglia bersaglio. L’indignazione a fasi alterne e la clava contro gli “infedeli”
6 APR 26

L’indignazione per ciò che è accaduto a Pierbattista Pizzaballa è stata giusta, doverosa. Impedire al patriarca latino di Gerusalemme l’ingresso al Santo Sepolcro, nella Domenica delle Palme, è stato un errore grave, sproporzionato. Le autorità israeliane hanno parlato di ragioni di sicurezza legate alla guerra con l’Iran; poi però, dopo le proteste internazionali, hanno fatto marcia indietro: Netanyahu è intervenuto, Herzog si è scusato. Dunque sì: indignarsi era giusto. Ma sarebbe sbagliato compiere il salto successivo e raccontare quell’episodio come la prova che i nemici dei cristiani sarebbero “quelli che governano Israele”. I fatti raccontano altro. Raccontano, prima di tutto, una differenza elementare che nel dibattito pubblico viene spesso cancellata. Un conto è denunciare un abuso, una misura insensata presa da un governo in stato d’allerta. Un altro è identificare in quel governo il principale persecutore dei cristiani nel mondo. Sono due piani diversi. Nel primo caso si fa cronaca, nel secondo si fabbrica propaganda. E la propaganda ha un effetto devastante: sposta l’attenzione dai persecutori veri a un bersaglio più comodo, più mediatico. I persecutori veri, oggi, sono altrove. Sono nei territori in cui l’islamismo radicale considera il cristiano un infedele da intimidire o eliminare. In Nigeria, la Commissione americana sulla libertà religiosa descrive una situazione in cui attori armati uccidono e attaccano regolarmente, segnalando che in varie regioni i cristiani affrontano minacce esistenziali. Lo stesso vale per il Congo orientale, dove i ribelli dell’Adf, affiliati allo Stato islamico, hanno colpito comunità cristiane. Nell’estate del 2025 almeno 43 fedeli sono stati uccisi durante una messa notturna; Human Rights Watch ha parlato di oltre 40 morti, inclusi bambini. Qui non c’è equivoco: c’è un’organizzazione jihadista che vede nel cristiano un obiettivo. E poi c’è il Pakistan, dove la persecuzione passa anche dalla legge: accuse di blasfemia, conversioni forzate, una struttura in cui le minoranze cristiane restano vulnerabili. Il punto, allora, non è assolvere Israele quando sbaglia. E’ non perdere il senso delle proporzioni. Un governo che compie un abuso e poi lo revoca va criticato, ma non può essere messo sullo stesso piano di chi giustifica stragi, sequestri e distruzione delle chiese. C’è una differenza morale e politica tra l’arbitrio di uno stato democratico e il progetto di movimenti che usano l’islamismo come una clava. Confondere i due piani è una forma di cecità. E questa cecità produce un paradosso occidentale. Ci indigniamo quando a Gerusalemme un cardinale viene fermato per alcune ore. Ma ci abituiamo alle notizie che arrivano dall’Africa subsahariana o dal Pakistan, dove essere cristiani significa vivere sotto minaccia. La notizia utile alla polemica contro Israele ottiene spazio; quella che racconta un massacro spesso scivola in fondo, come fosse fisiologica. E’ questo l’equivoco da correggere. Difendere Pizzaballa è un dovere. Ma i nemici strutturali dei cristiani non sono quelli che hanno sbagliato e poi corretto. Sono quelli che, in nome dell’islamismo radicale, vedono nel cristiano un’offesa da cancellare. Non vietano un ingresso: vietano una presenza. Non limitano una celebrazione: vogliono spezzare una civiltà. E se non si capisce questo, si finisce per gridare forte contro l’episodio sbagliato e troppo piano contro la persecuzione vera.
Testo realizzato con AI