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La transizione energetica presa contromano

Alberto Brambilla

Perché anche l’emendamento grillino anti estrazioni può rischiare di far danni

Non è soltanto l’ecotassa sulle automobili ad avere impensierito uno dei settori industriali italiani principali. Sta circolando da due settimane la notizia di un emendamento alla legge di Bilancio che sancirebbe una moratoria delle concessioni estrattive di idrocarburi. La proposta “piano per la transizione energetica sostenibile” parte dalla premessa che “non rivestono carattere d’interesse strategico nazionale e non sono di pubblica utilità, urgenti ed indifferibili” le attività e ricerca di prospezione degli idrocarburi. Il testo aveva ricevuto l’avallo del ministero dello Sviluppo economico di Luigi Di Maio e il testo ha come promotore Davide Crippa del Movimento 5 stelle, sottosegretario al Mise con delega al settore estrattivo, ingegnere civile e ambientale intenzionato a puntare tutto sulle rinnovabili.

 

E’ notizia di ieri che tra i primi diciannove emendamenti del governo e nei venti dei relatori di maggioranza non è stato presentato l’emendamento anti estrazioni. Tuttavia non è da escludere la presentazione in Aula entro questo venerdì o una futura integrazione. L’intenzione, comunque, la dice lunga sul pregiudizio verso il settore energetico.

 

Come già accaduto in passato con proposte di legge e iniziative referendarie, come il referendum No Triv del 17 aprile 2016 (abolizione delle concessioni per estrarre gas sotto le 12 miglia dalla costa), viene insomma nuovamente minacciata l’industria italiana degli idrocarburi, colpendo in particolare il gas naturale che, a torto, è ritenuto una materia prima inquinante mentre rappresenta un elemento chiave per la transizione energetica per portare alla decarbonizzazione del sistema energetico italiano.

 

Se una simile proposta, così come circolata e pubblicata sul Corriere di Romagna il 16 dicembre scorso, diventasse efficace sarebbe quello di indurre a non sfruttare maggiormente le risorse nazionali esistenti in particolare in Adriatico, il distretto gasiero d’elezione dove ebbe inizio l’epopea dell’Eni e di Enrico Mattei e da dove partì la metanizzazione del settentrione. Per quell’area ci sarebbe un aggravio annuo sui canoni di concessione di circa 200 milioni di euro, la definizione di un piano per le aree dove è possibile estrarre che potrebbe durare un biennio quindi bloccando i nuovi progetti insieme alle istanze già presentate e in attesa di approvazione. Non ci sarebbe, in sostanza, una spinta allo sfruttamento bensì un arretramento perché le attività si limiterebbero a quelle esistenti. L’Italia avrebbe semmai necessità di una strategia inversa. Vengono infatti prodotti 5,65 miliardi metri cubi di gas naturale all’anno contro un fabbisogno di 70,91 miliardi. Questo comporta la necessità di importare dall’estero circa il 90 per cento del gas che viene utilizzato. L’Italia è il quinto importatore di materie prime energetiche come petrolio e gas dopo Giappone, Germania, Stati Uniti e Cina ma prima di Francia, Regno Unito e Corea del sud.

 

La propaganda del M5s, in campagna elettorale e anche prima, è di fatto utopica in quanto sostiene che esistano le condizioni perché entro il 2050 l’energia possa essere esclusivamente prodotta da rinnovabili. Mentre la realtà è che nel mondo aumenta la produzione di petrolio a livelli record e la produzione di energia a carbone non è eliminabile, nemmeno nei paesi più politicamente (e mediaticamente) impegnati nella transizione energetica, come la Germania.

 

Il mix di una strategia energetica al di fuori della realtà del settore e l’attuale elevata necessità di importazioni rischia di rendere cronica la dipendenza energetica dall’estero aggravando una situazione che in realtà si potrebbe migliorare. Senza contare che da un governo definito “sovranista”, comunque attento alle produzioni nazionali e all’autarchia del km zero quando si parla di settore alimentare, ci si potrebbe attendere una politica energetica “made in Italy”.

 

Con iniziative come l’emendamento anti estrazioni verrebbe così svilita la potenzialità di coprire con produzione interna almeno il 15 per cento dei consumi annuali di gas. E, come nel caso del malus sulle auto con certe soglie di emissioni di CO2 con Fiat-Chrysler di spingere società italiane a rivedere i piani di investimento nel paese. In questo caso Eni aveva confermato un piano di investimenti da 2 miliardi nell’Adriatico per scoprire nuovi giacimenti gasieri e per ammodernare le piattaforme esistenti aprendo la possibilità di raddoppiare la produzione.

 

Come accaduto a ridosso del referendum No Triv di due anni fa circa, i lavoratori del distretto ravennate si sono attivati sui social network in protesta contro iniziative che possono mettere a rischio posti di lavoro in una filiera, che comprende anche aziende multinazionali che vendono macchinari e servizi per l’estrazione in tutto il mondo, che riguarda 5.000 famiglie. I lavoratori, questa volta, si sono attivati su Facebook dicendosi pronti a indossare i “gilet arancioni”, usati sulle piattaforme estrattive, a imitazione del movimento dei “gilet gialli” francese nato in opposizione all’ecotassa di Emmanuel Macron sui carburanti e poi dilagato in rivendicazioni anche di natura assistenziale. I “gilet arancioni” di Ravenna si sarebbero mossi invece a difendere il loro lavoro.

 

“Una mossa che annullerebbe due miliardi di investimenti di Eni e che la ‘invita’ a investire solo all’estero”, dice Gianni Bessi, consigliere regionale dell’Emilia-Romagna (Pd) e autore del saggio “Gas Naturale - l’energia di domani” (StartMag, 2018). “Il governo – aggiunge – sta mettendo in gioco il benessere di molti italiani che, inoltre, fanno parte di un settore strategico. Io credo che ogni politico chiamato a gestire la cosa pubblica deve sapere che la sostenibilità ambientale vera si raggiunge solo se c’è anche una sostenibilità economica e sociale”.

 

La minaccia di un emendamento dalle caratteristiche esiziali per l’industria italiana degli idrocarburi potrà anche essere disinnescata. E potrà altresì essere rivendicato dal partner di coalizione del M5s, la Lega, come un successo quando in realtà non si è ancora espressa con forza sull’argomento. Vedremo. Intanto però la direzione ideologica nella strategia governativa pare controproducente per il paese.

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  • Alberto Brambilla
  • Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.