La follia d’amore e i pensieri scomposti del “giorno più bello della vita”

È un romanzo lucente e disperato l’ultimo di Simona Vinci, "Madonna di rabbia" (Einaudi) che insiste su un tema ancora considerato socialmente indecente, come fosse una cosa sporca e delittuosa e non invece un sentimento naturale e pure ovvio oltre che diffuso. Un sentimento che è parte integrante dell’essere madre  

1 NOV 26
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(Foto Getty)

Alcune madri non si sentono adatte. Rifiutano l’attaccamento dei figli così come non accettano la separazione fisica da loro che avviene dopo il parto. Eppure proprio questo non sentirsi adatte e la tensione che ne consegue determinano un dialogo attivo. Prende forma così una lotta, certamente complicata e fatta di nottate lunghe e urla disperate, ma che sviluppa inesorabilmente una relazione che giorno dopo giorno diviene sempre più inscindibile.
Nulla è meno separato da una madre di un figlio e nulla al tempo stesso non è più realmente unito alla madre come un figlio. All’interno di questo movimento che è sì un viaggio continuo alla scoperta di sé e dell’altro che fu parte di sé, prende corpo un’esplorazione dolorosa che si compie per la madre dentro di sé e la propria memoria fisica, ma anche attorno al vuoto che percepisce improvviso e potente.
E’ un romanzo lucente e disperato l’ultimo di Simona Vinci, Madonna di rabbia (Einaudi) che insiste su un tema ancora considerato socialmente indecente, come fosse una cosa sporca e delittuosa e non invece un sentimento naturale e pure ovvio oltre che diffuso. Un sentimento che è parte integrante dell’essere madre.
Una madre single, Eva e con lei sua figlia Agata con cui agisce uno scambio di sguardi continuo. Una tensione sempre presente che lascia entrambe ingaggiate in un confronto serrato a partire da quell’incontro/addio che segna l’inizio di ogni cosa: “Era stata bellissima, la sua gravidanza, poi era arrivato il parto. Se una maternità buona viene da un parto buono, come si usa dire, ecco, la sua sarà sempre mutilata. Il giorno della nascita di sua figlia era stato il più brutto della sua vita e ogni volta che Eva sente uscire dalla bocca di una madre, la frase: «il giorno più bello della mia vita», gli occhi le si riempiono di lacrime e il cuore si mette a battere forte”.
Simona Vinci rompe l’ipocrisia attorno alla maternità che è rappresentata - da un punto di vista spesso maschile - con naïveté quale esperienza che subordina la donna a una necessità sociale e a un obbligo morale. Quello che invece avviene prima di tutto è una mutazione radicale fisica ed esperienziale che appartiene alla donna divenuta madre anche successivamente, fondando su questa fatica fatta di mancanza e ossessione quello che è il dialogo madre e figli che sta al centro di "Madonna di rabbia".
Eva prova a tirare le fila recuperando pezzi di sé perduti o dimenticati, ricerca all’interno della propria biografia un’emotività che non credeva di avere. E’ una donna scossa, emotivamente fragile, ma soprattutto è arrabbiata di sentire una rabbia verso se stessa e verso un sentimento che non le viene riconosciuto come lecito. Eppure i bambini le sono sempre piaciuti e anche la maternità rappresentava per lei un desiderio profondo e inseguito: “La maternità è il regno della follia d’amore. Sono pensieri scomposti quelli di Eva, che proliferano nella sua mente ogni mattina mentre trascina sul violetto di ghiaia figlia, zaino e spazzatura in direzione della macchina e poi della scuola”.
Tutto si muove all’unisono, tutto vive nel medesimo momento: la felicità della figlia, le pratiche quotidiane e i limiti di un’esistenza che vive la sua prova più esaltante e al tempo stesso potenzialmente drammatica. Sarebbe bello andarsene pensa Eva come fecero alcune donne, madri inadatte come Muriel Stark, Doris Lessing o Sylvia Plath. Simona Vinci con Madonna di rabbia chiude anche un cerchio aperto con il suo esordio nel 1997 con Dei bambini non si sa niente. Quasi trent’anni dopo una madre si trova esclusa dall’infanzia che lei stessa ha generato e dai suoi imperscrutabili segreti.