Il figlio
Tutto quello che ricorderanno di me sarà il piccione morto
La critica: mamma, sei troppo tradizionalista. Questo tizio con gli occhi a mezz’asta
30 OTT 26

Da settimane cerco di prendere un appuntamento con mio figlio, ma non ci sono ancora riuscita. Lui è molto impegnato, e quando non è molto impegnato ha di meglio da fare che vedere sua madre. Non potrei essere più d’accordo. Lui lo chiama “vivere la vita”. Non ho obiezioni, però mi piacerebbe ogni tanto sapere che faccia ha, se è cambiato, se è diventato più alto: mi pare di sì ma nel corridoio dove lo incrocio a volte non c’è abbastanza luce. Allora faccio così: cucino in abbondanza, tipo per sei persone, cose che penso gli piaceranno, vegane naturalmente, e le lascio nella pentola, coperte. La mattina dopo trovo la pentola semivuota o sparita, è il segno che lui è passato da lì e che sta bene.
Ma una notte l’ho incrociato per dieci secondi e ho notato che gli sono cresciuti molto i capelli, tipo cespuglio, allora gli ho proposto un appuntamento dal parrucchiere. Ha accettato, mi ha dato alcune fasce orarie di disponibilità, io ho prenotato, anche con un certo orgoglio perché stavo facendo qualcosa di utile per mio figlio. Dopo qualche ora mi ha scritto che no, non era più libero, potevo per favore disdire l’appuntamento e riprenderne un altro più avanti? Ma certo amore, sono al mondo per prenotarti il parrucchiere. Ho preso un altro appuntamento. Dopo qualche ora di nuovo mi ha chiesto di disdire perché nel frattempo aveva cambiato idea: non vuole più tagliarsi i capelli perché questo cespuglio fa comunque parte della vibe di questo periodo. Ho detto ma certo, e gli ho chiesto se per caso tornava a casa per cena. Non mi ha risposto. Dopo cena ho ricevuto un suo messaggio: non penso.
Non pensi che cosa, di tornare a mangiare, a dormire o non pensi di essere più mio figlio? Non l’ho detto perché se mi mostro offesa è ancora peggio, divento un accollo, una pestilenza da evitare a tutti i costi. Penso: prima o poi gli servirà qualcosa, magari un consiglio. Guardo un altro po’ di fotografie di quando era piccolo, poi mi faccio forza e entro nella sua stanza, raccolgo da terra calzini, jeans e mutande e faccio una lavatrice. A tarda sera, mio figlio torna e chiede: dove sono i miei calzini? Li ho lavati, è la risposta. Lui sostiene che non erano sporchi. Ma erano per terra! Sì, li avevo appoggiati un attimo (tre giorni) perché non sapevo dove metterli.
Figlio mio amatissimo, non sono qui per contraddirti e anzi io e Voltaire apprezziamo anche questo tuo modo di vivere anti borghese, ma i calzini erano sporchi, dentro un groviglio di altri indumenti non puliti, e dovresti ringraziarmi per essermene fatta carico. Lui: mamma sei troppo tradizionalista.
E’ andata così, avevo un bambino affettuoso che mi dava la mano e che si dispiaceva se al mare non facevo abbastanza bagni insieme a lui nell’acqua bassa, e adesso c’è ogni tanto in corridoio questo tizio con gli occhi a mezz’asta e un cespuglio in testa che mi accusa di essere troppo tradizionalista. Ma anche di non avere fatto abbastanza bagni con lui quando era piccolo.
Ho capito una cosa importante: per quanto io creda di essermi impegnata, quello che ricorderanno di me sarà sempre la merda pestata, o il piccione morto che non ho seppellito. La volta che ho detto: non mi va di fare il bagno. E adesso muoio dalla voglia che mi chieda di fare il bagno insieme, ma non succederà. Potrebbe però succedere che mi chieda di prendergli un appuntamento dal parrucchiere quando avrà cambiato la vibe sui capelli, quindi non posso bloccarlo su whatsapp.
Di più su questi argomenti
Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. Dirige Review, la rivista mensile del Foglio. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.
