Diari di preghiera
“Riuscirò mai a capire qualcosa?”. La grandezza di Flannery O’ Connor
La scrittrice di Savannah è una che non vuole intermediari con Dio e infatti si rivolge a lui direttamente. I suoi diari
17 OTT 26

Foto di Jason Leung su Unsplash
Flannery O’Connor è stata Flannery O’Connor da subito, anche prima di diventarlo. Anche quando, giovanissima, si limitava a sognare se stessa nei panni di scrittrice e si esercitava facendo aderire perfettamente la sua personalità alle parole scritte. Scritte inizialmente in un diario, dentro un quaderno cui aveva dato il titolo di “Matematica Avanzata”, come si trattasse di appunti di studio, per tenere lontano la curiosità di sua madre.
Ora quel diario grazie alla cura di Fernanda Rossini e Alessandro Matone per le milanesi Edizioni Ares è per la prima volta a disposizione del lettore italiano in un volumetto dal titolo Diari. Matematica avanzata e Diario di preghiera. Il primo va dal 29 dicembre 1943 al 6 febbraio 1944, pochi mesi di febbrile ricerca di sé.
Il secondo va avanti invece più di un anno, dal gennaio 1946 al settembre 1947 e qui è già decisamente la O’Connor che ha cominciato a scrivere uno dei suoi capolavori, La saggezza nel sangue. Ha quindici anni quando affida i suoi pensieri al quaderno. Il padre adorato, che la spingeva a grandi cose, è morto di lupus eritematoso sistemico nel ’41 e Mary Flann, che non ha ancora abbandonato il nome Maria, deve gestire un dolore immenso, una perdita che Dio le ha imposto forse proprio per aiutarla a trovare la sua strada e a combattere, da sola, per seguirla. Lei non vuole restare una qualsiasi Miss O’Connor obbligata a insegnare (“il pensiero mi disgusta”) e a passare il tempo a “Rigirarsi le Dita”. La scrittura allora per lei sarà la battaglia per opporsi alla banalità del vivere e, come osserva nell’introduzione - dall’esplicito titolo L’adorazione e la lotta - Benedetta Centovalli, studiosa di O’Connor cui ha dedicato tante pagine: per Flannery “scrivere è insieme devozione a Dio e alla parola, è un continuo corpo a corpo con il linguaggio per sondare il mistero dell’esistenza”.
La scrittrice di Savannah è una che non esita a prendere a pugni l’angelo custode perché non vuole intermediari con Dio e infatti, nel secondo diario, si rivolge a lui direttamente. Ogni pagina è una preghiera e insieme una discussione che spesso comincia con “Caro Dio”, “Mio caro Dio”, “Caro Signore”. È insieme supplica e resa dei conti. È ringraziamento, quando Lui le manda l’idea di una storia, e domande disperate: “Riuscirò mai a capire qualcosa?”. Flannery si confronta anche con gli scrittori che ammira, Bernanos, Kafka, Proust. E mai rinuncia a una sua fortissima e naturale prerogativa, l’umorismo, volto molto spesso contro se stessa. Ma fra le righe scorre sempre una profonda riflessione filosofica, “La perversione è il risultato finale della negazione o della rivolta contro l’amore sovrannaturale che discende dalla super-coscienza inconscia dell’Es”. E qui siamo in zona Freud, altra sua appassionata lettura.
In questi diari, come altrove, ancora una volta e prima ancora di cominciare a scrivere racconti e romanzi, Flannery O’Connor si conferma scrittore sconcertante, spesso disturbante, eppure dotata di un fascino solo suo, direi irresistibile. Come ammette in una nota finale (Un monumento alla sua mente) uno dei curatori di questi diari, Alessandro Matone, si potrebbe con superficialità in un primo momento trovarli inutili e respingenti, come è successo a lui stesso, ma a una lettura attenta si scopre quanto O’Connor renda alto l’esercizio letterario. Perché “mette la sua creazione sullo stesso piano della Creazione” e “non si tratta di megalomania, ma del riconoscimento della grandezza del proprio agire nel mondo in quanto risposta a una chiamata divina, a una vocazione”. E quindi se possiamo sentirci distanti da una scrittrice tanto religiosamente appassionata “è per quella distanza che si chiama rispetto, il rispetto che si deve ai più grandi”.