Il mondo di Milo, gatto del cuore, e la fatica della perdita. Questo è "Quando le cose si rompono"

La recensione del libro di Costanza Rizzacasa D’Orsogna. La perdita di Milo e del padre costringe l'autrice a entrare nel dolore senza scorciatoie, fino a trasformare il vuoto in una possibilità di ricominciare. Qui interviene il kintsugi giapponese e l'arte di saper rimettere insieme i cocci

10 OTT 26
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Foto via Getty Images

Dove si trova, fisicamente, il dolore? Si apre con questa domanda il libro di Costanza Rizzacasa D’Orsogna, "Quando le cose si rompono" (Solferino). E’ possibile allontanare il dolore da sé o rifiutarlo? Il dolore prosciuga ogni energia e fa annegare dentro un mare infinito di ripensamenti, rimpianti e angoscia. Un doppio movimento che lascia esausti e in cui non si vorrebbe mai entrare e infatti non ci si entra, ci si precipita: all’autrice avviene con la scomparsa di Milo, l’amatissimo gatto disabile che ha accompagnato intensamente le sue giornate per anni ridefinendone il senso e la densità, restituendole una visione complessiva dell’esistenza dolcissima, acuta e ovviamente felina.
Il rapporto con Milo è quello che contraddistingue una relazione filiale che pretende cura quotidiana, attenzione, pazienza e si risolve con una fatica nemmeno avvertibile se non nella pienezza di una giornata trascorsa insieme a cui si può fare solo una definizione, quella di una giornata felice. Di anni felici seppur complicati e tribolati. E quindi che fare del dolore, come trasformarlo? Prima viene sempre la negazione, il rifiuto, ma poi non resta che affondare le unghie e la testa dentro quel terribile vuoto. Un vuoto più acuto se si considera che Costanza Rizzacasa D’Orsogna perde negli stessi giorni il padre, un doppio lutto che la vede madre e figlia al tempo stesso, sconvolta e strattonata da un’esistenza che improvvisamente appare cedevole, priva di quei punti fermi che l’hanno fino ad allora contraddistinta: “Vorrei dirvi che a salvarmi è stato il pensiero di mio padre ancora in vita, che ancora, fra fine marzo e inizio aprile, pareva si sarebbe ripreso. Il nuovo reparto in cui era stato trasferito sembrava un po’ più umano, mio fratello mi parlava di una clinica di riabilitazione. Vorrei dirvi tutto questo, ma non è così. In quel momento, di mio padre, non m’importava nulla”.
Il dolore ha movimenti radicali, assurdi solo per chi vi resta estraneo. L’autrice si trova di fronte alla durezza dei propri sentimenti un attimo prima che tutto si sciolga in un dolore ingovernabile. Milo si trasforma così in quello a cui spesso assurgono i gatti, un animale magico capace di contenere i sentimenti altrui o meglio di chi li sa riconoscere amandoli intensamente. Milo accende il dolore per la sua scomparsa, ma al tempo stesso lo rende fluido lo libera dal male offrendo a Rizzacasa D’Orsogna un’altra via possibile, non una fuga, non un ripiego, ma un nuovo modo di pensare se stessa nel mondo, se stessa anche come figlia. Si tratta di slittamenti leggeri, passaggi sottili che l’autrice sottolinea con delicatezza e precisione. Quando le cose si rompono contiene infatti la forza dell’agire di fronte al vuoto della mancanza, un agire che è sempre consapevole e mai solo sterilmente performativo.
Ecco allora che il kintsugi, l’antica arte giapponese di riparare la ceramica frantumata, senza nascondere le fratture e utilizzando lacca urushi mescolata a polvere d’oro, argento o platino, diviene il gesto di una sapienza che travalica il dato dell’esistente: “Il kintsugi parla di resilienza, ci dice che c’è anche bellezza nelle nostre fratture, che le nostre ferite possono essere fonte di forza e non dobbiamo vergognarcene, che tutto può essere, in qualche modo, riparato. La bellezza dell’imperfezione è una metafora della vita: tutte le nostre esperienze, i passi falsi, le battute d’arresto sono opportunità per cresce e diventare più forti”.
Milo ha trasformato il mondo di Costanza Rizzacasa D’Orsogna, lo ha fatto arrivando e lo ha fatto andandosene, ridisegnando i confini passati, presenti e futuri che hanno segnato la vita dell’autrice.
Il mondo visto da Milo si mostra così, nuovamente percepibile e capace di una felicità di volta in volta sorprendente.