Iniezioni di autostima direttamente in vena, io non parlo più

Le deliranti conversazioni di ottobre. E il risveglio storto, con finale epico: trovato!
9 OTT 26
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Foto di Becca Schultz su Unsplash

Quanto sono strani i giorni di ottobre, in bilico tra le testate al muro e l’atarassia. In bilico tra il sole d’estate e l’improvviso diluvio che annuncia un altro strano inverno. In bilico tra questo grande desiderio di urlare e i sorrisi timidi, silenziosi, miti ma in realtà rabbiosi riservati in particolare alle persone che non ascoltano mai niente, che non gliene importa proprio un accidente.
Che in una conversazione (non certo voluta da me) guardano un punto situato tra la mia fronte e l’orizzonte pronti a balzare sull’attimo in cui potranno prendere la parola e non mollarla mai più. Spiegarmi come si mangia, come si legge, cosa si pensa, cosa si guarda la sera, in che cinema si va, come si ama e anche come si odia. Quanto sono bravi, generosi, eroici, attenti e soprattutto in ascolto degli altri. Per usare la parola che piace a loro, anche se non ne hanno mai esercitato il significato: sono molto empatici.
Ottobre è pieno di gente che forse ha fatto corsi di autostima, penso in uno slancio di ingenuità, ma poi ragiono: in un corso si deve prestare attenzione e fare silenzio davanti a qualcuno che insegna, quindi non può essere. Evidentemente hanno fatto degli elettroshock di autostima. Scariche di autocelebrazione direttamente nel cervello, iniezioni di arroganza tre volte al giorno, mattina pomeriggio e sera. Io, più miseramente, ho ricevuto uno shock di prima mattina.
Dormivo, che bello. Sognavo di essere al mare. Sognavo senza alcun presentimento. Mi sono svegliata al primo: mamma? Ho aperto gli occhi, e davanti a me in piedi c’era mio figlio, di solito sbruffone, adesso tremante. “Mamma, abbiamo dormito con la porta di casa spalancata, sono stato io ieri sera quando sono tornato, ho fatto un casino e adesso sono spariti due gatti su tre, li ho cercati dappertutto, non ci sono”. Stava per piangere, quindi non ho pensato al fatto che forse eravamo stati narcotizzati da una banda di ladri di Dna. Non ho pensato a niente di terribile, anzi una strana calma (o forse era ancora dormiveglia) si è impossessata di me. Quella notte eravamo soli, mio figlio e io. Ma adesso era l’alba, nessuno dei due era morto, la casa sembrava ancora la stessa. Mentre mi avviavo in camicia da notte verso le scale del condominio, pensavo che gli eventuali ladri o assaltatori o killer o maniaci o sequestratori avevano visto la porta spalancata, ok, ma anche il disordine che proviene dalla stanza di mia figlia, ed erano scappati. Non credo dopo aver rapito i gatti. Non credo dopo aver ucciso il cane, che dormiva beato nella sua cuccia e che non ha alzato nemmeno un orecchio quando noi ci siamo messi alla ricerca dei nostri animali. In cuor suo sperava di essersene liberato per sempre. Io sono andata in cima alle scale, Giulio è andato in fondo alle scale. Li abbiamo trovati contemporaneamente, e ce lo siamo urlati. Mamma! Giulio! Trovato! Trovato! Il gatto trovato da Giulio l’ha seguito docilmente, soddisfatto dell’avventura, quindi anche lui evidentemente pieno di autostima e bisognoso solo di cibo gratificante. Quello trovato da me, più insicuro, era una furia. Non si lasciava prendere, ringhiava, soffiava, quando l’ho afferrato per la collottola mi ha strappato la camicia da notte, graffiato, ululato addosso, minacciato, morso. A casa, mille fusa e code intrecciate. Nonostante i graffi, continuo a non nutrire dubbi: preferisco questi risvegli storti alle deliranti conversazioni di ottobre. Il mio gatto si è reso conto, dopo, voi invece?