Tutti ancora qui. Racconti irlandesi duri e implacabili di una giovane scrittrice che non perdona

Con la sua raccolta l’esordiente Liadan Ní Chuinn rende palpabile un conflitto perenne che raramente ormai arriva all’onore delle cronache: quello tra la cattolica Dublino e l'anglicana Belfast
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Il nome Liadan è femminile, risale a una poetessa e monaca irlandese del VII secolo. Vuol dire “grigia fanciulla”: nella cultura celtica il grigio non è associato alla tristezza, ma alla saggezza e alla spiritualità. L’esordiente Ní Chuinn, che di nome fa appunto Liadan, e ha scritto i racconti di Sono ancora tutti qui - coraggiosamente pubblicati da la Nuova Frontiera nella traduzione di Daniela De Lorenzo - si è subito imposta alla critica nel suo paese e altrove per una scrittura “implacabile, diretta, incredibilmente nuova” (così sul SundayTimes). Nata nell’Irlanda del Nord nel 1998, la giovane scrittrice ha un viso “implacabile” e duro come la lingua letteraria in cui si esprime. Così giovane, è scarsa di dolcezza e di sorrisi, e le sue parole non fanno che contemplare qualcosa di grigio nel senso che gli diamo noi, cioè di doloroso e ingovernabile.
I racconti della raccolta sono pochi, soltanto sei, racchiusi fra due tristissimi eventi, narrati in Via tutti e Daisy Hill. Nel primo c’è la scoperta di una nascita dentro un episodio di violenza, che non è frutto di un destino avverso, ma del clima in cui il protagonista vive e si forma giorno dopo giorno in una famiglia sempre all’erta, che quindi non può avere rapporti sereni né dentro né fuori casa. Perché l’Irlanda del Nord resta una terra irredenta, malgrado le progressive pacificazioni, che continua a scalpitare sotto il governo inglese, soprattutto dopo che la Brexit ha rafforzato la lontananza dall’altra Irlanda rintroducendo il passaporto alle frontiere e rafforzando la separazione dei due stati, divisi prima di tutto da motivi religiosi: cattolica la Repubblica irlandese, con capitale Dublino, anglicano il Nord con capitale Belfast.
Merito di questo libro è rendere palpabile un conflitto perenne che raramente ormai arriva all’onore delle cronache, un conflitto dimenticato ma che si rinnova giorno dopo giorno nella scia di una ferita che si forma quando si viene al mondo. In Via tutti Jackie fa risalire i suoi conflitti con la madre alla scoperta che, quando era incinta di lui, non era riuscita prontamente a sganciare la cintura di sicurezza per uscire dalla macchina sotto l’ingiunzione della polizia britannica che aveva preso a martellate il parabrezza ferendole il volto con cento piccoli frammenti. Lui era nato dopo due giorni e si sarebbe sentito in colpa per il mancato affetto della madre per tutta la vita. Ben più pesante la violenza degli inglesi contro la popolazione, anche se innocente rispetto a rivolte e attentati contro gli occupanti, narrati in altri racconti e in particolare nell’ultimo, il più forte e indimenticabile. “Ci hanno torturato, ci hanno assassinato, eppure alla fine le vittime sono loro”.
Si potrà obiettare che Liadan Ní Chuinn è di parte quando descrive “omicidi selvaggi, incomprensibili”. Ma nelle ultimissime pagine fa un atroce elenco di vittime, con nomi e cognomi, quasi tutte giovani e giovanissime, torturate e uccise in modi atroci. Secondo i soldati britannici erano tutti terroristi. Secondo l’autrice del libro no, erano civili disarmati la cui unica colpa era stata passare nel luogo sbagliato al momento sbagliato. E loro, gli irlandesi, dovrebbero perdonare i loro persecutori? si domanda la scrittrice. Ma il Perdono, continua attribuendo a un parroco durante l’omelia tutto il discorso, è meritato – perché magari è stato richiesto da chi si è pentito – mentre altra cosa è la Misericordia che “consiste proprio nel fatto che non è meritata”. Per questo descrive qualcosa di tanto più potente del perdono. Ma è giusto essere misericordiosi verso chi si è macchiato di colpe imperdonabili?