oltre le tradizioni
La scuola di Jo Marsh e il suo immaginario plurale
“Dateci le stesse possibilità degli uomini, e tra qualche generazione vedremo”. Le parole di Alice Heath, una delle protagoniste, valgono per qualsiasi adolescente di oggi
19 SET 26

"Si pretende da noi di essere sagge come gli uomini che hanno alle spalle intere generazioni di aiuto e di appoggio, mentre noi non ne abbiamo avuto alcuno. Dateci le stesse opportunità e tra qualche generazione si vedrà quale sarà il responso”. Dice, anzi grida queste parole, nel collegio fondato da Jo March, Alice Heath, una delle allieve affacciate, almeno idealmente, su università e professioni in uno slancio di femminismo emancipazionista caro all’autrice, Louisa May Alcott, nell’ultimo romanzo, il quarto, della sua tetralogia, I ragazzi di Jo (1886, qui nella traduzione di Monica Ricci). L’esistenza di una tradizione che fornisca “aiuto e appoggio” a chi la studia è lucidamente individuata come premessa indispensabile di cui i giovani, le giovani hanno bisogno per una formazione fondata su ideali di giustizia ed equità. Negarla, rimuoverla, travisarla, al contrario, significa tarpare le ali a chi non potrà in essa riconoscersi per prendere ispirazione per il proprio futuro.
Sono passati 140 anni, ma le Alice Heath di oggi, le bambine, le adolescenti potrebbero urlare quelle stesse parole con la stessa indignazione: dov’è la tradizione delle donne nella didattica, nell’insegnamento, negli strumenti scolastici che delineano l’immaginario? Quale prezzo devono pagare, quali vuoti ignorare le poche che riescono ad affermarsi in posizioni apicali? Sono pienamente garantite “le stesse opportunità” che generazioni di pensatrici in tutto il mondo rivendicano da secoli?
Non si può negare che, da fine Ottocento, le cose siano cambiate, anche se proprio in quel torno d’anni la costruzione dei vari canoni nazionali impose, nei programmi della scuola in Europa e nelle colonie, modelli morali chiusi e oppressivi, legati a una visione del femminile e della ‘razza’ profondamente influenzata dalla psichiatria e dall’antropologia correnti: la natura della Donna sarebbe espressa dalla ripetitività nelle azioni, dalla tendenza pratica anziché dalla capacità di astrazione, dal gusto per il particolare, nel peggiore dei casi dall’isteria e da una sessualità sfrenata.
La scuola venne quindi chiamata a imbrigliare queste attitudini entro comportamenti accettabili, profilando alle giovani il destino remissivo di brave mogli e brave madri, non importava se semianalfabete, che le attendeva. Figli e figlie crescevano in un clima di sottomissione a cui era blasfemo ribellarsi, pena violenze, allontanamenti, internamenti manicomiali. Studiare autrici, scienziate, filosofe, regine, dee ed eroine che avevano fatto dell’indipendenza, della libertà di scelta e dell’autonomia dal mondo maschile dominante il punto centrale delle proprie vicende rischiava di assecondare atteggiamenti non consoni.
Anche per contrastare questa politica la scuola immaginaria di Jo March accoglieva le ragazze in difficoltà lasciando emergere e coltivando montessorianamente le predisposizioni di ciascuna in un’atmosfera di condivisione con i ragazzi coetanei. Già, perché la storia delle donne non va studiata solo dalle allieve, in corsi riservati: un immaginario plurale, una tradizione paritaria si fanno insieme; solo così si affermeranno come patrimonio stabile nel tempo, non da riscoprire ogni volta per un casuale prodigio. Solo così potremo dire di appartenere, noi e quelli e quelle che ci seguiranno, alla generazione sospirata da Alice Heath e, con lei, da Louisa May Alcott.
Johnny L. Bertolio, docente, è autore di «L’ha scitto lei, ma…» Perché a scuola non si studiano le autrici (Tlon, 2026). Nel corso di Babel Festival a Bellinzona modererà l’incontro Traduzione femminista e letteratura fluida. Si può fare? con Noémie Grunenwald e Carla Demierre, il 19 settembre alle 17.30.