Atto di famiglia
La lotta feroce di amarsi e non amarsi, e di lasciarsi andare. Figli compresi
Si ama con la paura di perdere, si protegge con il rischio di soffocare, si resta con il timore di essere imprigionati, si parte portando con sé ciò che si vorrebbe lasciare. La tensione familiare portata a conseguenze estreme nel romanzo di Alessandra Carati
19 SET 26

Il matrimonio, la vita di coppia, la famiglia sono anche una lotta feroce. Non la ferocia della violenza, che dell’amore è la negazione, ma quella forza primordiale che nasce quando qualcuno diventa per noi insostituibile. Feroce è la procreazione, perché porta il corpo fino ai suoi limiti. Feroce è far crescere e accudire i figli: nutrirli, curarli, difenderli non soltanto dagli estranei, ma persino dalle persone più vicine — nonni, zii, amici — quando il loro affetto invade, giudica o pretende di sostituirsi a quello dei genitori. Sul bene dei figli la mediazione diventa quasi impossibile. Non può essere un bene a metà, almeno agli occhi di chi sente di doverne rispondere. Ma proprio questa certezza può diventare pericolosa: ciascun genitore finisce per identificare il bene del figlio con la propria versione del bene. È il punto in cui la forza della cura rischia di trasformarsi in dominio. "Atto di famiglia", il romanzo di Alessandra Carati (Neri Pozza), porta questa tensione fino alle sue conseguenze estreme: una coppia che continua a combattersi in nome della figlia, anche dopo la separazione. Una moltiplicazione delle verità, ciascuna pronunciata in nome del bene della figlia, che Carati mette in scena. Prima parla il padre, poi la madre, infine la figlia ormai adulta. Non esiste uno sguardo neutrale al quale affidarsi: ciascuno ricostruisce la storia per difendere sé stesso e assegnare all’altro la responsabilità della rovina, ma sotto queste verità incompatibili rimane la bambina. Tutti sostengono di agire per lei; finiscono per trasformarla nell’oggetto della contesa, nel corpo sul quale la famiglia scrive la propria separazione.
La cura porta così dentro di sé una forma di ferocia: quella di chi sorveglia i confini, misura le parole, interpreta i gesti, teme continuamente che qualcosa possa ferire ciò che ha di più vulnerabile. Anche tra i partner esiste questa circospezione. La coppia non è soltanto incontro, riparo, intimità. È anche una lotta primordiale per definire gli spazi, distribuire le responsabilità, ottenere riconoscimento, non scomparire dentro le esigenze dell’altro. Si lotta per avvicinarsi e, nello stesso tempo, per conservare una distanza. Per essere una cosa sola senza cessare di essere due. C’è ferocia nel lavorare quando si è stanchi, nel rinunciare, nel calcolare, nel prevedere ciò che potrebbe mancare. C’è ferocia nel restare, quando restare significa sopportare il peso della ripetizione e attraversare insieme ciò che logora, ma può esserci ferocia anche nel lasciare, quando separarsi diventa l’unico modo per non soccombere o per non trascinare gli altri nella propria infelicità. Nel romanzo non è la separazione in sé a produrre la catastrofe. È l’incapacità di lasciare davvero l’altro: la coppia si dissolve, ma il conflitto continua attraverso la figlia. Separarsi non significa allora interrompere il legame, ma conservarne la forma più distruttiva. Ma la difficoltà di lasciare andare non si manifesta soltanto quando un legame si spezza. In una forma ambivalente, è inscritta anche nei gesti con cui cerchiamo la vicinanza dell’altro. Persino l’abbraccio non è sempre soltanto dolcezza. Abbracciare significa circondare il corpo dell’altro con le braccia: accoglierlo, certamente, ma anche trattenerlo, impedirgli di allontanarsi. In ogni abbraccio convivono forse due impulsi: offrire un riparo e bloccare una fuga. La famiglia è allora il luogo in cui la tenerezza conserva qualcosa di animale. Si ama con la paura di perdere, si protegge con il rischio di soffocare, si resta con il timore di essere imprigionati, si parte portando con sé ciò che si vorrebbe lasciare. La ferocia non è il contrario dell’amore. E’ la sua pericolosa ombra: nasce dalla paura di perdere ciò che, amando, abbiamo riconosciuto come necessario alla nostra esistenza.