La scuola è ricominciata, ma io no. L’epilogo di una storia

Nessun brivido, il mio cuore ha detto stop. Non è più affar mio, neanche il compasso
18 SET 26
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illustrazione di Laura Bonanno

La scuola è ricominciata, ma io no. La scuola è ricominciata, ma io non me ne sono assolutamente accorta. E ho intenzione di continuare su questa cattiva strada. Al quarto anno di scuola superiore del mio secondo figlio, posso dire che non sento più nessun brivido. E perché dovresti? dice giustamente mio figlio, sono io che vado a scuola, non tu. Tu non c’entri niente, e comunque non sei mai venuta a un colloquio. E’ vero, non sono mai andata a un colloquio. E’ una colpa? sì.
Ho provato a prendere qualche appuntamento online, ma ogni volta è successo qualcosa di molto grave per cui ho dovuto annulare l’appuntamento. Molto grave tipo che mi sono dimenticata. Quest’anno andrà meglio, prometto a me stessa e non a mio figlio, che è già svolazzato altrove e a cui non interessa niente di quello che dico, figuriamoci i colloqui con gli insegnanti. Ma questo brivido che non sento, e che del resto non mi spetta, mi fa pensare che sono finite tante cose. Comprare i quaderni, ordinare i libri, controllare che lo zaino abbia ancora la cerniera, che non sia pieno di fango, chiedergli a che ora si entra, anzi ricordargli a che ora si entra, svegliarlo, aspettarlo per il pranzo, chiedergli se ha letto i libri delle vacanze, anzi saperlo già (non li ha letti). E’ tutto finito dentro lo zaino degli anni passati, in cui conto anche gli anni della sorella maggiore, quando ero vagamente informata perfino sui compiti e sulle interrogazioni. E’ come se il mio cervello avesse detto: stop. Non è più affar mio. Non sono in grado di contare di quanti anni di scuola lordi mi sono occupata dall’inizio delle elementari, ma direi quindici. All’inizio con la dannazione di non riuscire ad andare a prenderli ogni giorno, tanto che una volta una madre molto carina mi vide arrivare trafelata al portone delle elementari e disse: ma che succede, nevica? Da quel giorno, ho smesso di salutarla. Semplicemente, non la vedo, proprio non riesco a riconoscerla, purtroppo non ci vedo tanto bene da lontano. Lei all’inizio si sbracciava, poi ha smesso. Ho partecipato alle gite di fine anno, ai saluti alla maestra, agli spettacoli delle medie, alle notti bianche, alle pizzate di classe fino a che è stato necessario.
Mi sono disamorata della scuola, poi mi sono reinnamorata, mi sono arrabbiata con un professore mi pare di Latino che mi parlava senza guardarmi in faccia e che trattava mio figlio come un pesce rosso, ho archiviato le chat di classe per non vederle, poi lei ho riattivate per vederle, ho comprato un numero imbarazzante di squadre e di compassi (gli oggetti che scompaiono di più, insieme alle penne), ho preparato tanti panini ma ho infilato negli zaini anche tante merendine, ritrovandone qualche decina schiacchiata sotto i libri di Scienze. Li ho accompagnati a scuola in motorino, quando erano in ritardo, cioè sempre. Per molti anni. Poi loro sono cresciuti, in qualche modo hanno imparato a cavarsela, hanno smesso di chiedermi aiuto e di presentarmi delle emergenze da risolvere o dei mal di pancia per evitare il compito in classe, e il mio cervello ha smesso di registrare la parola: scuola. E’ ricominciata? Benissimo. Ti servono i libri? Mamma ci penso io, li compro usati. Sono stata estromessa da tutti i riti, ma penso di poterlo accettare. Non è che ti dispiace che non parliamo mai delle interrogazioni? Mamma, a volte sei molto strana. Strana come? Strana forte, però se può farti sentire importante, ho di nuovo perso il compasso.