La noia di Brian, lupo mannaro ma soprattutto incompreso

Un licantropo in disarmo e la start up di auto aiuto per i suoi simili: questioni di solitudine, raccontate in equilibrio tra ironia e terrore. Perché si sa, in fondo è un fatto nervoso
12 SET 26
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Grindr sembra essere in grado di mantenere sempre e solo una promessa: la noia. E noiosa e deprimente è la vita al tempo di Grindr di un giovane lupo mannaro gay. E’ come se la società digitale con la sua ossessione di mantenere ogni promessa non richiesta per l’ansia di fare felici gli utenti e per garantire ogni confort a chi è dotato di un divano e di uno schermo avesse dimenticato come si fa, non solo a dare forma ai miti, ma come averci a che fare. Dal mito di Licaone fino a San Patrizio, dall’Abruzzo del 25 dicembre fino alla New York di John Landis, mai si era visto un mannaro così in disarmo come nel romanzo di Tony Santerella, La vita noiosa di un lupo mannaro gay (Fandango, traduzione di Ersilia Rappazzo). Brian trascina la sua vita come cameriere in una tavola calda dopo aver abbandonato per sfinimento il college. Isolato dalla propria diversità che nemmeno lui vuole accettare, Brian vive lunghissime giornate tra soliloqui alcolici e continui imbarazzi causati dalla sua condizione di licantropo. Ma ecco che come nelle migliori favole un giorno sembra riuscire ad incontrare il suo principe azzurro, ovvero l’ennesimo imprenditore digitale un po’ fuori di testa, un po’ visionario (così si dice sempre) e ovviamente molto ricco e con una grande capacità di trasformare idee banali in aziende ad alto tasso produttivo. L’idea è quella di dare vita a una start-up - e fino a qui niente di strano - che si occupi però di auto aiuto per lupi mannari. E questa potrebbe essere una novità capace per Brian di ricomporre una vita orribile e tremendamente patetica, magari riuscendo a fargli limitare gli scatti di rabbia repressa che causano tra una notte e l’altra non poche vittime. Perché si sa, la licantropia in fondo è un fatto nervoso.
Tony Santorella, nato e cresciuto a Danvers quindi nella patria per eccellenza della caccia alle streghe - qui si celebrò nel 1692 il processo alle streghe di Salem -, riesce nell’unire due sentimenti agli antipodi: l’ironia e il terrore. Detto altrimenti, Santorella coniuga gli anni Novanta con i nostri attuali giorni, che regalano ai nostri occhi la tremenda mutazione di coloro che un tempo si dilettavano nell’inventare cose come la PlayStation e il Tetris e che oggi invece agiscono - vestendo sempre male, ma di nero - per dare forma a mega concentrazioni economiche con l’unica finalità di sfruttare l’intero globo. L’intenzione sarebbe quella di ottenere il segreto della vita eterna, ma questo diviene secondario quando a inseguirla sono persone dalla vita deprimente. In qualche modo è come se i fratelli maggiori avessero smesso di farci giocare per scatenarci addosso una guerra non tanto per sterminarci, ma per torturarci. La vita noiosa di un lupo mannaro gay è un libro leggero ed estremamente ironico, ma solo perché il tema al cuore del romanzo è quello di una solitudine tremenda. Il racconto di un dolore così difficile da digerire che non può che essere espresso di volta in volta con una battuta. L’essere mannari vuol dire dovere appartenere contemporaneamente a un branco, ma anche e soprattutto alla propria solitudine. Mannari sono i figli rifiutati, non capiti e disprezzati. Un po’ uomini e un po’ lupi allontanati per i loro errori e poi ridicolizzati per gli scarsi risultati a scuola e ovviamente per i loro amori sempre sbagliati, alcuni tra l’altro soltanto sognati e altri persi probabilmente per sempre.
Un romanzo di formazione in un tempo in cui nessuno va oltre l’adolescenza, ma in cui forse proprio ai lupi mannari gay tocca di diventare grandi: “Questo è il giorno in cui diventerà un vero adulto, dice a se stesso mentre si crogiola al sole. Il giorno in cui finalmente comprerà delle tende”. Il giorno in cui, abbandonata una ferocia infantile, i lupi tornano a giocare.