“No, io sono sempre bravo”. Come se ai bambini non fosse permessa la rabbia

I bambini faticano a parlarmi di ciò che li fa arrabbiare, soprattutto se con loro ci sono adulti di riferimento

4 SET 26
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Foto Ansa

Se chiedessi in una stanza piena di adulti: “Alzi la mano chi si è arrabbiato almeno una volta nella vita”, scommetto che quelle di tutti scatterebbero veloci nell’aria.
C’è chi farebbe a gara per raccontarmi di quell’imprevisto, del marito smemorato, della collega distratta. Immagino qualche risata, empatia, complicità. D’altronde le cose che ci fanno arrabbiare sono tantissime. Ce ne sono di più gravi e universali, come la rabbia per i politici che ignorano, tra le altre cose, il cambiamento climatico, per il patriarcato, per chi maltratta gli animali o per le ingiustizie sociali.
E poi ci sono quelle più piccole, ma non per questo meno irritanti: la manica che si bagna mentre ci si lava le mani, chi ascolta la musica sull’autobus senza cuffie, chi getta la cicca di sigaretta per terra, chi corre troppo in autostrada.
Ma quando rivolgo la stessa domanda ai bambini, le risposte cambiano. Alcuni alzano la mano senza esitazione, altri tentennano, qualcuno scuote la testa e dice: “No, io sono sempre stato bravo”.
Faticano a parlarmi di ciò che li fa arrabbiare, soprattutto se con loro ci sono adulti di riferimento. Come se arrabbiarsi fosse qualcosa da nascondere, che non va bene. Allora racconto che mi sono proprio innervosita, quella mattina, quando il treno ha fatto ritardo. Di quella volta che mi sono rovesciata il caffè sulla camicia. Di come, ogni tanto, la sveglia la mattina presto mi faccia proprio imbufalire. Quando vedono che anche io mi arrabbio si tranquillizzano, si riconoscono.
Mi raccontano che si infuriano perché non vogliono andare a scuola, perché non amano il cibo della mensa o fare la doccia, quando qualcuno prende senza permesso i loro pupazzi o se non li chiamano in squadra per giocare.
Quando i bambini prendono il via con i loro racconti, non si salva nessuno. Fratelli, sorelle, cugini, cugine, mamme, papà, nonni, maestre e maestri: tutti li hanno fatti innervosire almeno una volta.
Le manine non accennano ad abbassarsi mentre ridono e fanno a gara per parlare. A quel punto, per qualche istante li incoraggio a richiamare quella rabbia nella memoria. Chiedo loro di ascoltarla senza scacciarla e di tirarla fuori tutta insieme al mio tre in un lunghissimo urlo liberatorio. E’ un esercizio che, in fondo, farebbe bene anche a noi adulti. Poi li sfido a raccontare di quella rabbia tramite un disegno. C’è chi illustra una situazione precisa, chi un fumetto. C’è chi mi fa vedere e chi, legittimamente, nasconde il foglio con un braccio.
Infine, quel disegno lo “incendiamo”. Metaforicamente, s’intende. Lo ricopriamo di vivaci pennellate rosse, blu, gialle, aggiungiamo fiamme arancioni con i pastelli a olio.
Qualcuno si lascia prendere dall’entusiasmo e crea un grande paciugo marrone, ma non importa: non stiamo cercando un bel disegno, stiamo trasformando un’emozione. Perché la rabbia non si disinnesca con un “Calmati”, un “Non è niente” oppure con uno “Smettila di piangere”, ma solo quando qualcuno ci offre tempo e spazio per darle un nome, accoglierla e comprenderla.
E poi la frenesia si ferma, i pennelli vengono poggiati sul tavolo. L’incendio è passato.
Non perché qualcuno gli abbia ordinato di spegnersi, ma perché ha trovato uno spazio in cui bruciare senza fare male. Quando la rabbia viene ascoltata, smette di travolgerci. E, a volte, può persino trasformarsi in un bellissimo disegno da incorniciare.
  
Ilaria Perversi
scrittrice e illustratrice, autrice di “Vietato sputare fuoco” (Il Castoro), terrà un laboratorio per bambini, per imparare a esplorare la rabbia e trasformarle, al Festival della Mente di Sarzana sabato 5 settembre alle ore dieci dal titolo “Piccoli draghi”. festivaldellamente.it