Tra i rododendri
Il rapporto tra madre e figlia tra viaggio e memoria. E Virginia Woolf
Romanzo, saggio, reportage e memoir, "Tra i rododendri" di Heather Christle appare come un impasto di ricordi e riflessioni in cui agisce un movimento continuo dentro al quale ogni cambio d’orizzonte muta radicalmente non solo il presente, ma anche il passato
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"Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?” La massima di Conrad che mai ha scritto e probabilmente nemmeno mai ha pronunciato, ma che ha avuto così tanta fortuna, trova una sua alternativa di genere in un possibile: “Come faccio a spiegare che quando viaggio sto lavorando?”, che nemmeno Heather Christle pronuncia mai, ma che si può desumere dal suo intenso e struggente Tra i rododendri. Memorie in compagnia di Virginia Woolf (Il Saggiatore, traduzione di Paola Moretti).
Romanzo, saggio, reportage e memoir, come già aveva fatto Christle con il precedente Il libro delle lacrime, Tra i rododendri appare come un impasto di ricordi e riflessioni in cui agisce un movimento continuo dentro al quale ogni cambio d’orizzonte muta radicalmente non solo il presente, ma anche il passato che fino ad allora si era determinato. Composto da quattro viaggi, due in solitudine e due insieme alla madre e alla sorella, Tra i rododendri è il ritratto di un rapporto complesso e ostile tra l’autrice e la madre, ma anche tra la propria memoria e l’inesausto tentativo di trovare un senso al proprio dolore: “Se si guarda qualunque cosa attentamente, o per un periodo abbastanza prolungato, il tempo non può che inondare qualunque cosa, portando con sé i detriti del passato e del futuro”.
Quattro viaggi in Inghilterra dentro cui si mischia la memoria privata e quella letteraria e in cui Virginia Woolf agisce precedendo e anticipando ogni riflessione dell’autrice. Christle mostra l’espansione verso l’infinito di Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf che viene intesa come un luogo aperto nel mondo e non come uno spazio isolato, privato e lontano dal caos delle cose. Tra i rododendri vive così sempre all’interno di un equilibrio fragilissimo in cui ogni frase rifrange più mondi, tra il privato e il pubblico, tra la memoria e l’immaginazione. Tutto è distinguibile e separabile, ma tutto resta sempre inestricabilmente sempre intrecciato tanto che Heather Christle ne ha così piena consapevolezza da evitare accuratamente ogni forzatura. L’autrice lascia scivolare le sensazioni sulla pagina come se fosse il vetrino di una scienziata. Là - come viste al microscopio - le sue emozioni ritrovano finalmente un ordine preciso. Riga dopo riga prende corpo quella esatta collocazione che in letteratura trasforma uno stato dell’anima in discorso.
Tra i rododendri contiene un dolore difficile da elidere. Si tratta infatti di un dolore che per anni è rimasto compresso insieme a una rabbia indicibile verso una madre che improvvisamente si rivelò assente, lontana e a tratti estranea. Christle a quattordici anni subisce una violenza sessuale, ma la madre non sembra volersene occupare, anzi si tiene sempre più a distanza dalla figlia come se si fosse determinata tra loro una spaccatura (e una colpa) insanabile. Il dolore di Christle negli anni cerca vie possibili di sbocco e di comprensione fino al giorno del viaggio con la madre verso la sua casa d’infanzia. Là la madre le rivelerà la molestia sessuale subita da bambina, la paura e l’angoscia e insieme quell’incapacità di reagire che anni dopo si sarebbe ripresentata proprio davanti al dolore della figlia. Ecco allora che la scrittura, partendo anche dalle lettere e dai diari della madre, diviene mobile e curativa, riattivando di volta in volta un senso diverso con parole che apparentemente sembrano immobili sulla pagina, ma che in realtà fluttuano di continuo tra memoria e immaginazione.
Viaggiare diviene così lo strumento fondamentale per una rilettura che è anche riscrittura. Due movimenti potenzialmente infiniti con cui ritrovare se stessi, sempre nella medesima posizione, ma ogni volta radicalmente cambiati.