Una tregua che non è pace, ovvero l’avventura di camminare nella memoria

Partendo da un interrogativo esistenziale, Miriam Towes analizza relazioni, rotture e piccoli momenti quotidiani per comprendere il suo rapporto con la scrittura

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Quali mai possono essere le ragioni della scrittura? Tanto più in un’epoca in cui scrivere e leggere vengono considerati due movimenti sempre più privi di logica e sempre meno necessari? I motivi della scrittura appaiono viscerali per ogni autrice o autore, ma anche estremamente difficili da esplicitare. Così succede che nel momento in cui viene chiesto il senso di questo gesto la sensazione è quella di pericolo e di smarrimento, magari irrazionale, ma fortissima, come quando si deve rendere pubblico - per un motivo qualsiasi - una parte intima di sé. Nel caso della scrittura probabilmente si tratta della parte più intima per uno scrittore o per una scrittrice come accade a Miriam Towes in Una tregua che non è pace (Einaudi, nella bellissima traduzione di Maurizia Balmelli). Lo scacco è dato da una conferenza a Città del Messico dell’aprile del 2023, il tema è: “Perché scrivo?”. Il dialogo interiore che questa domanda innesca ha la forma per l’autrice canadese di un lungo ripensamento esistenziale. La sua letteratura è fortemente caratterizzata da un’analisi profonda delle relazioni umane e dell’incredibile quantità di contraddizioni che sono in grado di produrre. Spaccature e sparizioni che segnano profondamente esistenze che all’apparenza appaiono pacifiche se non adagiate tranquillamente all’interno di una quotidianità a tratti se non mediocre certamente priva di evidenti scossoni. Invece ecco che dolori taciuti che risalgono improvvisamente a galla obbligano a una lotta nella vita contro il dolore. Una battaglia che appare sempre - seppur inesauribile - difficilissima da vincere, eppure necessaria, urgente. E dentro a questa necessità e a questa urgenza prende corpo un sentimento che obbliga alla scrittura, non come forma di evasione, ma anzi come tentativo ultimo di resistenza. Miriam Towes si pone così la domanda se non sia proprio la scrittura più che parte fondante della sua esistenza, un’ipotetica alternativa al suicidio, alla resa finale. O meglio ancora, un’alternativa “accettabile”, termine che più di ogni altra drammatizzazione definisce pienamente la via stretta dentro alla quale può prendere corpo un’idea di scrittura che valga davvero la pena di percorrere. Towes ricompone pezzo a pezzo le proprie ragioni salendo su quel carosello fatto di affetti passati e ricordi - dal padre alla sorella ormai lontani nel tempo - che solo la scrittura che si sovrappone alla memoria, sì deformandola, ma anche amplificandola, le permette di vedere ancora davanti ai propri occhi vividamente.
Sono gli elementi minimi a colpire la sua attenzione, a distrarla da un’attualità tanto noiosa quanto faticosa, e a riportarla in carne e ossa agli anni passati, ai gesti quotidiani di un padre che le manca da sempre e di una sorella che sembra essere stata ingoiata da uno spazio nero dentro al quale fatica ancora a orientarsi, a ritrovare i motivi di quella atroce mancanza. Una tregua che non è pace è un libro splendido, faticosamente felice per quanto attraversato da un rimpianto che diviene pagina scritta e che come tale quindi deve avere la forza e la lucidità di andare oltre la nostalgia, senza però ovviamente eliderla o peggio rimuoverla. Si avverte il passo felpato di Towes nel camminare nella memoria, nel cogliere le rifrazioni di un passato che si ricompone ridefinendosi di volta in volta, visita dopo visita in maniera inedita. C’è il dolore, ma anche lo stupore. La pace non è mai data, ma contemporaneamente non si può negare il tentativo di raggiungerla e magari di tanto in tanto anche di afferrarla, seppure per pochi istanti. La scrittura per Toews è una forma di connessione con il mondo passato, una rielaborazione del sé necessaria a recuperare l’amore che avuto in passato senza averne però mai capito del tutto la bellezza.