A Londra Elisabeth Strout presenta il suo nuovo romanzo: viva il lettore

Alla chiesa di Saint James a Piccadilly, la scrittrice parla del libro "The things we never say" e smonta ogni lettura troppo ordinata del suo lavoro: non scrive romanzi per dimostrare tesi, ma per consegnare personaggi ai lettori

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Elisabeth Strout (Getty Images)

Me ne sono accorta tardi. Nella miriade di newsletter che ricevo, ho perso quella sull’evento. Così è scattata la controffensiva. Contattare l’ufficio stampa inglese. Scrivo, mi presento, chiedo accredito stampa. Esauriti anche quelli. Non mi arrendo, scrivo a New York. Mi ignorano. Riscrivo. Continuano ad ignorarmi.
Ho perso le speranze quando all’improvviso mi ricontattano da Londra: si è liberato un posto. 29 maggio 2026, Chiesa di Saint James a Piccadilly. Aspettiamo in silenzio che l’evento abbia inizio. Ore diciannove spaccate – gli inglesi, precisi. Entra Elizabeth Strout, il solito chignon spettinato, la sciarpa a fiori morbida intorno al collo e la sua svagata americanità che non è mai supponenza. A intervistarla una giovane donna bionda che non conosco, “Pandora Sykes!”. La conversazione ha inizio e Pandora scoperchia il suo vaso di venticinque domande per quarantasei minuti ininterrotti.
“Come ti è venuto in mente il personaggio di Artie e perché hai voluto raccontare la sua storia?” chiede. Strout risponde che un amico anni prima le aveva mostrato la foto di un uomo di cognome Damm comparsa tra i necrologi di un giornale. Quel volto le era rimasto impresso per la sua straordinaria normalità e molto tempo dopo sarebbe riemerso trasformandosi nel protagonista di questo nuovo romanzo.
The things we never say – non ancora pubblicato in Italia – è il suo undicesimo romanzo ed esce a distanza di due anni da Raccontami tutto (Einaudi), quasi una risposta invertita. Se in Raccontami tutto l’ascolto era una forma di salvezza, qui Strout esplora l'altra faccia della medaglia: che cosa accade quando nessuno sembra davvero in grado di vedere la nostra sofferenza? Il protagonista è Artie Dam, insegnante di storia del Massachusetts. Ha una moglie, un figlio adulto, una casa sul mare. Eppure, è profondamente solo. Dieci anni prima suo figlio Rob è sopravvissuto a un incidente d'auto nel quale è morta la ragazza che viaggiava con lui. Da allora la famiglia si è riorganizzata attorno a quel trauma.
Sullo sfondo gli echi della pandemia, la guerra in Ucraina, Gaza, le elezioni americane del 2024: Artie osserva questo mondo che cambia con crescente inquietudine e si interroga sul libero arbitrio. Come sempre accade nei romanzi di Strout, la grande storia conta meno di quella privata: il vero dramma è l’incapacità di comunicare un disagio emotivo e la solitudine che ne consegue. La scrittrice racconta di essere stata fin da bambina affascinata, quasi ossessionata dalla vita interiore delle persone: che cosa significa essere nella testa di qualcun altro? Per lei la narrativa è il modo più vicino che abbiamo per fare questa esperienza.
“Hai voluto scrivere un romanzo sulla crisi della mascolinità? Perché sei così interessata al tema della classe sociale? Perché scrivi così spesso di genitori e figli? Perché ti attraggono personaggi femminili duri e uomini vulnerabili? Perché questo libro è più politico dei precedenti?”. Alle domande di Pandora seguono, in risposta, altrettanti “non lo so” da parte di Strout. ““Il mio compito è soltanto presentarvi un personaggio. Poi sarete voi lettori a farne ciò di cui avete bisogno.
Ciò che sorprende ascoltandola è proprio la sua svagata onestà che smonta ogni struttura, programma, intenzione che la critica da trent’anni le attribuisce. Strout non costruisce romanzi per dimostrare una tesi. Osserva, ascolta, immagina, vive. Senza preoccuparsi che piaccia o meno, ma soltanto che sia vero.